Dogman, ovvero la croce del vivere quotidiano

Fabri­zio Fusco

A distan­za di 16 anni da L’imbalsamatore, con il qua­le otten­ne il suo pri­mo suc­ces­so di cri­ti­ca, Mat­teo Gar­ro­ne tor­na nuo­va­men­te ad ispi­rar­si ad un fat­to di cro­na­ca nera roma­na per rea­liz­za­re il suo ulti­mo film, Dog­man, in con­cor­so per la Pal­ma d’oro alla 71ª edi­zio­ne del Festi­val di Can­nes con­clu­sa­si la scor­sa set­ti­ma­na. La pel­li­co­la rico­strui­sce in par­te la tra­gi­ca vicen­da del “cana­ro del­la Maglia­na”, cioè l’omicidio del cri­mi­na­le e pugi­le dilet­tan­te Gian­car­lo Ric­ci avve­nu­to a Roma nel 1988 da par­te di Pie­tro Negri, det­to “er cana­ro” appun­to, per via del suo lavo­ro di toe­let­ta­to­re di cani. Il fat­to col­pì mol­to all’epoca per la par­ti­co­la­re effe­ra­tez­za con cui l’assassino dichia­rò di esser­si sca­glia­to con­tro la vit­ti­ma, tor­tu­ra­ta e muti­la­ta a lun­go pri­ma di esse­re finita. 

Dogman, pur essendo un film crudo ed a tratti angosciante, è tutt’altro che un film splatter fatto di sangue a fiumi e violenza gratuita. 

La sto­ria rac­con­ta­ta da Gar­ro­ne è pri­ma di tut­to la sto­ria di Mar­cel­lo, un uomo esi­le e mite, ben­vo­lu­to all’interno del suo quar­tie­re in cui a spa­dro­neg­gia­re è Simon­ci­no, un ex pugi­le gran­de e gros­so che a suon di pugni e pre­po­ten­ze impo­ne la sua leg­ge su tut­ti gli abi­tan­ti; vit­ti­ma pre­di­let­ta del­le sue ves­sa­zio­ni è pro­prio il buon Mar­cel­lo, che suo mal­gra­do si ritro­va ben pre­sto invi­schia­to in un mec­ca­ni­smo di vio­len­za che lo costrin­ge­rà a far­si giu­sti­zia da solo per poter riven­di­ca­re la pro­pria digni­tà ed il pro­prio dirit­to ad esi­ste­re.

«Que­sta è una sto­ria che pote­va suc­ce­de­re a chiun­que di noi, e per que­sto non vole­va­mo cade­re nel cli­ché del per­so­nag­gio tra­sfor­ma­to in un mostro», ha dichia­ra­to il regi­sta, pro­prio a voler sot­to­li­nea­re come il film inten­da disco­star­si dal tru­cu­len­to fat­to di cro­na­ca per anda­re in una dire­zio­ne del tut­to auto­no­ma. Ad emer­ge­re nel cor­so del film è la dif­fi­col­tà che incon­tra il pro­ta­go­ni­sta nel gesti­re tut­te le rela­zio­ni uma­ne all’intero del pro­prio micro­co­smo, il ten­ta­ti­vo, tal­vol­ta dol­ce, tal­vol­ta sgra­zia­to di soprav­vi­ve­re all’ambiente ester­no, tra luci ed ombre, tra momen­ti per­va­si d’amore per i suoi cani e la figlia, ed altri fat­ti di pic­co­li cri­mi­ni, fur­ti e spaccio. 

A par­ti­re da L’imbalsamatore, pas­san­do per Gomor­ra, fino ad arri­va­re a Dog­man, sem­bra esser­ci un filo ros­so a lega­re i dram­mi più inten­si di Gar­ro­ne, a par­ti­re dal­lo sce­na­rio, vera fon­te d’ispirazione dell’autore, che anco­ra una vol­ta ha le fat­tez­ze cupe e deso­la­te di Vil­lag­gio Cop­po­la (mas­si­mo esem­pio di abu­si­vi­smo edi­li­zio su lar­ga sca­la del lito­ra­le domi­zio), tra­sfor­ma­to in luo­go di fron­tie­ra dai toni western, qua­si cohe­nia­ni.

Ma la poetica di Garrone sembra essere fatta soprattutto di corpi, di fisici in grado di raccontare senza bisogno delle parole, un’ossessione simile a quella che Vittorio nutre per il corpo di Sonia in Primo Amore. 

Il vol­to dol­ce e anti­co (così lo ha defi­ni­to lo stes­so regi­sta para­go­nan­do­lo ad un Buster Kea­ton dei gior­ni nostri) che il bra­vis­si­mo Mar­cel­lo Fon­te dona al suo dog­man è solo l’ultimo di una lun­ga serie di per­so­nag­gi for­te­men­te carat­te­riz­za­ti: il nano tas­si­der­mi­sta omo­ses­sua­le Pep­pi­no ‘o Pro­fe­ta de L’imbalsamatore, il rachi­ti­co Ciro, det­to Pisel­li­no, di Gomor­ra, i nume­ro­si vol­ti inquie­tan­ti da fia­ba nera pre­sen­ti ne Il rac­con­to dei rac­con­ti; masche­re grot­te­sche che si sovrap­pon­go­no l’una all’altra nel ten­ta­ti­vo di descri­ve­re un’umanità mul­ti­for­me ed ete­ro­ge­nea, peren­ne­men­te in con­flit­to con se stes­sa e pron­ta ad azzan­nar­si come un bran­co di cani.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione