Di Maio sta annullando i punti di forza dei Cinque Stelle

Gover­no Sal­vi­ni-Di Maiogover­no “neu­tra­le” che por­ti alle ele­zio­ni. Dopo oltre set­tan­ta gior­ni, sul piat­to sono rima­ste que­ste due ipo­te­si, con una rile­van­te pre­va­len­za di pro­ba­bi­li­tà a favo­re del­la pri­ma. Il pro­ta­go­ni­sta indi­scus­so di que­sta com­pli­ca­ta cri­si di gover­no  la più lun­ga del­la sto­ria repub­bli­ca­na  è sta­to il capo poli­ti­co dei Cin­que Stel­le Lui­gi Di Maio. Suc­ce­du­to a Gril­lo lo scor­so set­tem­bre, ha con­dot­to la cam­pa­gna elet­to­ra­le del Movi­men­to e il 4 mar­zo l’ha por­ta­to al gran­de suc­ces­so del 32,6 %.

La sua figura, però, nel burrascoso susseguirsi di tavoli, trattative, forni e braccia di ferro, ha finito per appannarsi. Quando si tornerà alle urne (specialmente se prima del previsto), Di Maio dovrà affrontare una serie di questioni che si sono aperte all’interno dei Cinque Stelle dopo il voto del 4 marzo.

In que­ste set­ti­ma­ne, infat­ti, sono cadu­ti  sen­za alcu­na spie­ga­zio­ne da par­te dei ver­ti­ci pen­ta­stel­la­ti  alme­no quat­tro dei dog­mi impre­scin­di­bi­li e carat­te­riz­zan­ti del Movi­men­to, con­si­de­ra­ti inde­ro­ga­bi­li fin dal­le origini.

Il pri­mo è cer­ta­men­te quel­lo del­le allean­ze. Per cin­que anni i gril­li­ni han­no accu­sa­to il Pd di “inciu­cio” a cau­sa degli accor­di stret­ti con Ber­lu­sco­ni, in occa­sio­ne pri­ma del gover­no Let­ta e poi del pat­to del Naza­re­no. Que­sto tema è sta­to sfrut­ta­to enor­me­men­te anche duran­te la cam­pa­gna elet­to­ra­le per le poli­ti­che, tan­to da Di Maio quan­to da Ales­san­dro Di Bat­ti­sta. Quest’ultimo, in par­ti­co­la­re, ha più vol­te espres­sa­men­te dichia­ra­to: “Se il M5S farà allean­ze con i par­ti­ti che han­no distrut­to l’Italia, lasce­rò il movi­men­to”. Dopo le ele­zio­ni, però, Di Maio si è det­to dispo­ni­bi­le a strin­ge­re accor­di tan­to con il Pd  i cui espo­nen­ti era­no sta­ti tra le altre cose defi­ni­ti “mafio­si”, “mas­so­ni” e “assas­si­ni poli­ti­ci” quan­to con la Lega. Nes­su­no, all’interno del Movi­men­to, ha obiet­ta­to su que­sta scel­ta. A un cer­to pun­to del­la cri­si il lea­der gril­li­no ha spe­so paro­le di con­ci­lia­zio­ne per­si­no nei con­fron­ti di Ber­lu­sco­ni (fino a quel momen­to defi­ni­to “male asso­lu­to”), sul qua­le, ha det­to, non ci sono veti. Que­ste cla­mo­ro­se gira­vol­te sono for­se l’emble­ma del­la matu­ra­zio­ne, o alme­no del cam­bia­men­to, dei Cin­que Stel­le: si è fat­ta infi­ne stra­da, pro­ba­bil­men­te, la con­sa­pe­vo­lez­za che sen­za trat­ta­ti­ve e dia­lo­go è impos­si­bi­le rag­giun­ge­re dei risultati.

Per quan­to riguar­da la tra­spa­ren­za, poi, il cam­bio di rot­ta è evi­den­te. Nel 2013 i Cin­que Stel­le costrin­se­ro l’allora segre­ta­rio del Pd Pier­lui­gi Ber­sa­ni a un’umiliante diret­ta strea­ming, duran­te la qua­le respin­se­ro sprez­zan­te­men­te tut­te le pro­po­ste avan­za­te da Ber­sa­ni. Era il tem­po del­lo strea­ming, del­la tra­spa­ren­za che entra­va per la pri­ma vol­ta nei palaz­zi del pote­re duran­te le trat­ta­ti­ve, le con­sul­ta­zio­ni e le riu­nio­ni dei grup­pi par­la­men­ta­ri. Anco­ra nel 2014, Gril­lo incon­trò il pre­si­den­te inca­ri­ca­to Mat­teo Ren­zi in diret­ta strea­ming. Oggi i Cin­que Stel­le di Di Maio han­no abban­do­na­to ogni tipo di tra­spa­ren­za, a favo­re del­le più ras­si­cu­ran­ti dichia­ra­zio­ni e dei palu­da­ti comu­ni­ca­ti stam­pa. Le trat­ta­ti­ve con la Lega per il gover­no, le con­sul­ta­zio­ni e le riu­nio­ni dei grup­pi par­la­men­ta­ri Cin­que Stel­le non ven­go­no tra­smes­se in strea­ming. Le dichia­ra­zio­ni che seguo­no que­sti incon­tri sono pon­de­ra­te con atten­zio­ne, tan­to che risul­ta mol­to dif­fi­ci­le com­pren­de­re, dall’esterno, qua­le sia il rea­le teno­re del­la trat­ta­ti­va tra di Maio e Sal­vi­ni, qua­li sia­no i nodi del dibat­ti­to e qua­li sia­no i pun­ti di diver­gen­za (il pro­gram­ma o i posti da ministro?).

Anche rispet­to al limi­te dei due man­da­ti c’è sta­to un signi­fi­ca­ti­vo pas­so indie­tro. Dopo anni di fer­rea orto­dos­sia sem­bra infat­ti esse­re arri­va­to, tra ten­ten­na­men­ti, con­fer­me e smen­ti­te, il momen­to di archi­via­re il limi­te dei due man­da­ti elet­ti­vi, soprat­tut­to nel caso di un rapi­do ritor­no al voto, a luglio o in autun­no. Que­sta rego­la, nata per garan­ti­re un rego­la­re ricam­bio tra gli elet­ti dei Cin­que Stel­le pro­po­sta anche per esse­re inse­ri­ta in Costi­tu­zio­ne  è sta­ta di fat­to una spa­da di Damo­cle sul­la testa di Di Maio nel cor­so degli ulti­mi due mesi: rinun­cia­re a for­ma­re il gover­no in pre­sen­za di que­sto vin­co­lo, infat­ti, avreb­be com­por­ta­to per il lea­der pen­ta­stel­la­to l’impossibilità di una nuo­va can­di­da­tu­ra. Pro­ba­bil­men­te, anche per evi­ta­re lo sgra­de­vo­le sce­na­rio di un rapi­do ritor­no alle urne, Di Maio si è det­to dispo­sto, dopo il voto, a for­ma­re un gover­no tan­to con la Lega quan­to con il Pd.

Infi­ne, Di Maio dovrà spie­ga­re anche la con­tor­ta e mac­chi­no­sa trat­ta­ti­va sul­le pol­tro­ne di cui i Cin­que Stel­le si sono resi pro­ta­go­ni­sti. Si è fat­ta stra­da, innan­zi­tut­to, l’ipotesi che Di Maio abbia mira­to fin dall’inizio alla pol­tro­na di Palaz­zo Chi­gi, alla pre­si­den­za del Con­si­glio, in bar­ba alla tan­to decla­ma­ta respon­sa­bi­li­tà e in vir­tù del com­pren­si­bi­le desi­de­rio di non per­de­re il pre­zio­so (e for­se irri­pe­ti­bi­le) tre­no che si è tro­va­to a por­ta­ta di mano. La sua argo­men­ta­zio­ne prin­ci­pa­le  del resto ben giu­sti­fi­ca­ta  era sta­ta ini­zial­men­te ispi­ra­ta dal model­lo tede­sco: al capo del pri­mo par­ti­to, anche nei gover­ni di coa­li­zio­ne, spet­ta la pre­mier­ship. Per­ciò i Cin­que Stel­le, for­ti del­le per­cen­tua­li del voto, rite­ne­va­no essen­zia­le, per avvia­re qual­sia­si discus­sio­ne, che il pre­mier fos­se Di Maio. Sul­la base di que­sto pre­am­bo­lo si sono are­na­te le trat­ta­ti­ve Cin­que Stel­le-cen­tro­de­stra e poi Cin­que Stel­le-Pd. Poi Di Maio ha fat­to un pas­so indie­tro e si è det­to dispo­sto a rinun­cia­re a Palaz­zo Chi­gi, pro­ba­bil­men­te per evi­ta­re il gover­no “neu­tra­le” pro­po­sto da Mat­ta­rel­la e tene­re aper­to il dia­lo­go con la Lega. Ma qua­si subi­to, come ha rive­la­to Gior­gia Melo­ni, Di Maio è tor­na­to a ricer­ca­re appog­gi per la sua can­di­da­tu­ra a pre­si­den­te del Con­si­glio. Non solo: la trat­ta­ti­va con la Lega si è pro­trat­ta per una deci­na di gior­ni, oltre che sul con­trat­to di gover­no, anche sul­le pol­tro­ne. Sul nome del pre­mier si è assi­sti­to a un impro­ba­bi­le caro­sel­lo di nomi. Nel frat­tem­po, si discu­te­va anche su altre even­tua­li­tà: i segre­ta­ri dei par­ti­ti stan­no den­tro o fuo­ri dal gover­no? I mini­stri desi­gna­ti pri­ma del voto da Di Maio ven­go­no con­fer­ma­ti o accan­to­na­ti? Alcu­ni mini­ste­ri devo­no esse­re asse­gna­ti a uomi­ni “gra­di­ti” a Ber­lu­sco­ni? E, infi­ne, ci deve esse­re una “staf­fet­ta” tra Di Maio e Sal­vi­ni per la cari­ca di pre­si­den­te del Consiglio?

Que­sti temi di eti­ca del­la poli­ti­ca sono sta­ti sem­pre cari ai mili­tan­ti gril­li­ni. Ma non solo: negli ulti­mi anni, nel cli­ma gene­ra­le di con­te­sta­zio­ne alle pra­ti­che del­la vec­chia poli­ti­ca, han­no spin­to mol­ti elet­to­ri ad avvi­ci­nar­si ai Cin­que Stel­le. Modi­fi­ca­re que­sti dog­mi era for­se neces­sa­rio per arri­va­re al gover­no e gio­ca­re con più liber­tà, nel­le trat­ta­ti­ve, le car­te a dispo­si­zio­ne. Ma il valo­re sim­bo­li­co e sostan­zia­le per la purez­za gril­li­na resta inne­ga­bi­le, pro­prio per­ché que­sti cam­bia­men­ti inve­sto­no le ragio­ni stes­se dell’esistenza del Movi­men­to Cin­que Stel­le, nato per esse­re “diver­so” dai par­ti­ti tra­di­zio­na­li. Qua­le sarà, dun­que, l’impatto di que­sta evi­den­te retromarcia?

Con­di­vi­di:
Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.