Sacrificio di primavera: a Milano le She She Pop

Sacrificio di primavera: a Milano le She She Pop -Vulcano Statale

Chia­ra Azzollini

Un po’ alie­ne, un po’ ance­stra­li, un po’ fan­ta­scien­ti­fi­che, un po’ 90s con i loro toni pastel­lo, un po’ con­tem­po­ra­nee, un po’ all’avanguardia: le She She Pop sono arri­va­te a Mila­no. Sacri­fi­cio di pri­ma­ve­ra è l’ospite fina­le del­la ras­se­gna Power (sezio­ne Peo­ple) di Zona K, un col­let­ti­vo atten­to al pano­ra­ma inter­na­zio­na­le con­tem­po­ra­neo, in col­la­bo­ra­zio­ne con il Tea­tro Fran­co Paren­ti, sto­ri­co tea­tro milanese. 

Un suc­ces­so di pub­bli­co, con­tra­ria­men­te a quan­to avven­ne per il pri­mo anno all’opera ori­gi­na­le Rito di pri­ma­ve­ra. Il suo com­po­si­to­re Igor Stra­vin­sky, insie­me al coreo­gra­fo Vaslav Nijin­ski per il Bal­le­ts Rus­se di Dia­ghi­lev, lo pre­sen­tò al tea­tro degli Champs-Ély­sées nel 1913. Fu uno dei più gran­di fia­schi del­la sto­ria del bal­let­to, per­ché era moder­no e il pub­bli­co fin trop­po attac­ca­to alla tradizione. 

Dopo oltre cent’anni niente più fischi: non solo l’opera è diventata un classico, ma è anche una delle più importanti creazioni musicali del XX secolo. 

Il pub­bli­co di oggi sem­bra esse­re più pre­pa­ra­to alle novi­tà, così la rivi­si­ta­zio­ne del­la com­pa­gnia fem­mi­ni­le che coniu­ga un lin­guag­gio estre­ma­men­te all’avanguardia, pur man­te­nen­do l’aura di ance­stra­li­tà, tro­va respi­ro e una cal­da acco­glien­za tra i pal­chi contemporanei.

Stra­vin­sky descri­ve così la crea­zio­ne dell’opera nel­le sue Cro­na­che: «Ho intra­vi­sto nel­la mia fan­ta­sia lo spet­ta­co­lo di un gran­de rito sacra­le paga­no: i vec­chi sag­gi, sedu­ti in cer­chio, osser­va­no la dan­za che por­ta alla mor­te di una gio­va­ne ver­gi­ne, che sacri­fi­ca­no per ren­de­re pro­pi­zio il dio di pri­ma­ve­ra».

Le She She Pop, insie­me alle pro­prie madri, si sosti­tui­sco­no ai sag­gi e alla gio­va­ne ver­gi­ne. Il pri­vi­le­gio —piut­to­sto comu­ne nel­la Ber­li­no di oggi— di esse­re un grup­po finan­zia­to e soste­nu­to sin dagli anni ‘90 ha per­mes­so loro di svi­lup­pa­re un meto­do attra­ver­so il qua­le lo spet­ta­co­lo pren­de le mos­se dal­le sto­rie per­so­na­li: in que­sto caso il tema è il sacri­fi­cio del­la don­na che fa gira­re la socie­tà. Da qui il tito­lo del­lo spet­ta­co­lo, Sacri­fi­cio di pri­ma­ve­ra. Il lavo­ro dram­ma­tur­gi­co del col­let­ti­vo, in cui le per­for­mer sono anche autri­ci e regi­ste, si allon­ta­na dal pun­to di vista per­so­na­le per rag­giun­ge­re una dia­let­ti­ca uni­ver­sa­le madre-figliadon­na-socie­tà, cosic­ché diven­ta anche dif­fi­ci­le capi­re chi è figlia di chi. 

Ciò che resta dell’opera di Stra­vin­sky sono le musi­che, tal­vol­ta ripro­dot­te a cap­pel­la in un tri­pu­dio di voci dal vivo e voci regi­stra­te del­le madri, e la sud­di­vi­sio­ne del­le sce­ne, scan­di­te da car­tel­li brec­thia­ni scrit­ti in tedesco. 

Ed ecco il rito. Ed ecco il moder­no. Quat­tro teli pen­do­no in ver­ti­ca­le al cen­tro del pal­co, sug­ge­ren­do anche gra­zie ai loro bor­di obli­qui una cir­co­la­ri­tà del­lo spa­zio sce­ni­co. Le madri vi sono pro­iet­ta­te sopra in video e diven­ta­no gigan­te­sche. Le azio­ni cora­li crea­no una con­ti­nui­tà tra real­tà e vir­tua­le: una cor­da aran­cio­ne che deli­mi­ta il cer­chio dei sag­gi vie­ne posi­zio­na­ta dal­le madri e poi pas­sa­ta alle figlie, così come vari ogget­ti duran­te tut­te le fasi del rito; l’agire del­le figlie sui teli pro­vo­ca rea­zio­ni nel­le madri come se venis­se­ro toc­ca­te dav­ve­ro, come se fos­se­ro spi­ri­ti tangibili. 

Nel­la secon­da par­te col­pi­sce, in par­ti­co­la­re, l’uso del­la pro­spet­ti­va, attra­ver­so un sem­pli­ce meto­do che crea però un gran­de effet­to: le ragaz­ze si posi­zio­na­no die­tro i teli e fon­do­no la pro­pria imma­gi­ne con quel­la pro­iet­ta­ta del­le madri. 

Un fina­le ai limi­ti dell’horror in cui, final­men­te, il sacri­fi­cio si com­pie per ren­de­re pro­pi­zio il futu­ro di que­sta socie­tà in cui le don­ne non si sot­to­met­to­no più al mari­to e ai dove­ri coniu­ga­li, pre­di­li­gen­do il suc­ces­so e la feli­ci­tà personale. 

Se non è la pri­ma vol­ta che le She She Pop ven­go­no in Ita­lia, si spe­ra che non sia nean­che l’ultima: abbia­mo sete del­la loro tra­spa­ren­te e uni­ver­sa­le intimità.

 

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