Unbreakable Kimmy Schmidt: in arrivo la quarta stagione

Unbrea­ka­ble Kim­my Sch­midt, la sit-com tar­ga­ta Net­flix e pro­dot­ta da Tina Fey e Robert Car­lock, si sta avvian­do a una con­clu­sio­ne: la quar­ta (e ulti­ma) sta­gio­ne è sta­ta divi­sa in due par­ti, la pri­ma del­le qua­li dispo­ni­bi­le sul­la piat­ta­for­ma di strea­ming dal 30 mag­gio scor­so, men­tre la secon­da sarà rila­scia­ta dal 25 gen­na­io 2019.

La sto­ria di Kim­my (inter­pre­ta­ta da Ellie Kem­per), la ven­ti­no­ven­ne che ha pas­sa­to quin­di­ci anni del­la sua vita in un bun­ker alla mer­cé del reve­ren­do Richard Way­ne (Jon Hamm) con le altre don­ne-tal­pa, ini­zia quin­di ad asse­star­si, por­tan­do Kim­my ad esse­re sem­pre più don­na e sem­pre meno ragaz­zi­na, con una cre­sci­ta costan­te che la por­ta pri­ma al col­le­ge e poi ad ave­re un lavo­ro, sen­za mai per­de­re quel lato di inge­nua sola­ri­tà che la caratterizza.

La pri­ma par­te del­la quar­ta sta­gio­ne si svi­lup­pa su un con­ti­nuo paral­le­lo tra le situa­zio­ni ordi­na­rie del­la vita e il bun­ker in cui Kim­my ha vis­su­to, a vol­te por­tan­do­la a ren­der­si con­to di come lei stes­sa assu­ma degli atteg­gia­men­ti “da reve­ren­do”, e a vol­te rico­no­scen­do­li, inve­ce, in chi le sta intor­no. Il tema cen­tra­le, sull’onda del­lo scan­da­lo sex­ga­te, sono le mole­stie ses­sua­li e l’ottica patriar­ca­le inte­rio­riz­za­ta dal­la socie­tà, sen­za dimen­ti­ca­re il whi­te pri­vi­le­ge.

Quello che fa spiccare Unbreakable Kimmy Schmidt è, però, la capacità di trattare di temi così delicati e bollenti con leggera ironia, pur non dimenticando mai di lanciare il messaggio necessario.

Pun­ta­ta chia­ve è la ter­za, cuo­re del pri­ma bloc­co di soli sei epi­so­di. È con­cen­tra­ta inte­ra­men­te sul reve­ren­do, che rac­con­ta il suo pun­to di vista del­la sto­ria, pale­se­men­te distor­to, a due suoi fan sfe­ga­ta­ti. Par­ten­do dal­le clip di Donald Trump che par­la di don­ne come se fos­se­ro pez­zi di car­ne, pas­san­do da file che con­ten­go­no infor­ma­zio­ni su un fan­to­ma­ti­co com­plot­to con­tro la raz­za maschi­le (car­tel­le e car­tel­le che pre­sen­ta­no i nomi, tra gli altri, di Wein­stein e Lord Vol­de­mort), al gri­do di “Men are under attack!”, si met­to­no in ridi­co­lo le posi­zio­ni di chi, anco­ra oggi, cer­ca di scre­di­ta­re in tut­ti i modi le posi­zio­ni femministe.

Kim­my, insie­me con i suoi soli­ti com­pa­gni Titus (Tituss Bugess), Jac­que­li­ne (Jane Kra­ko­w­ski) e Lil­lian (Carol Kane), smon­ta, pez­zo dopo pez­zo, nel suo pic­co­lo mon­do, le ingiu­sti­zie che si tro­va ad affron­ta­re; e, ognu­no al momen­to giu­sto, tro­va la bat­tu­ta giu­sta per sdram­ma­tiz­za­re le situazione.

Con un clif­f­han­ger da estre­ma suspan­ce a chiu­de­re la pri­ma par­te, ciò che resta da fare è, con pazien­za, aspet­ta­re gen­na­io, e atten­de­re una con­clu­sio­ne che non man­che­rà di por­ta­re fre­schez­za comi­ca anche a una situa­zio­ne che sem­bra striz­zi l’occhio al thril­ler, lascian­do, come sem­pre, in sot­to­fon­do il mot­to del­la vita di Kim­my: non cede­re, non but­tar­si giù, resistere.

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Valentina Testa
Guar­do serie tv, a vol­te anche qual­che bel film, leg­go libri, scri­vo. Da gran­de voglio diven­ta­re Vin­cen­zo Mollica.