L’été di Albert Camus e la questione algerina

L'été di Camus e la questionne algerina -Vulcano Statale

L’été è una rac­col­ta di sag­gi di Albert Camus che rac­con­ta­no un viag­gio tra le diver­se spon­de del Medi­ter­ra­neo – dall’Algeria alla Gre­cia e alla Pro­ven­za – attra­ver­so i suoi miti.

La rifles­sio­ne sull’assurdità del­la con­di­zio­ne uma­na, una costan­te degli scrit­ti camu­sia­ni, è in que­sto caso ben rap­pre­sen­ta­ta dal­la descri­zio­ne urba­na del­le cit­tà alge­ri­ne di Ora­no e Tipasa.
Nel suo sag­gio risa­len­te al 1939 Il mino­tau­ro o la sosta di Ora­no la cit­tà alge­ri­na è descrit­ta come pro­fon­da­men­te diver­sa dal­le cit­tà euro­pee, trop­po pie­ne di rumo­ri del pas­sa­to e poco adat­te ai momen­ti nei qua­li “il cuo­re doman­da luo­ghi sen­za poesia”.
Ora­no è un luo­go sen­za onto­lo­gia: lun­go i suoi via­li, “non si agi­ta il pro­ble­ma dell’essere e non ci si pre­oc­cu­pa del­la perfezione”.
Abi­tua­ti a vive­re davan­ti ad un pae­sag­gio ammi­re­vo­le, gli abi­tan­ti si sono cir­con­da­ti di costru­zio­ni mol­to brut­te: ci si aspet­ta una cit­tà affac­cia­ta sul mare, rin­fre­sca­ta dal­la brez­za del­la sera. Inve­ce, ci si tro­va davan­ti una cit­tà che ha deci­so di dare le spal­le al mare, arro­to­la­ta su se stes­sa come una luma­ca. Ora­no è un “gran­de muro cir­co­la­re e gial­lo, coper­to da un cie­lo duro”. Tut­ta la cit­tà rima­ne immo­bi­le in una gan­ga pie­tro­sa, che la avvol­ge con una bel­lez­za pesan­te e che sem­bra veni­re da un altro mondo.
L’assurdità del­la con­di­zio­ne uma­na con­si­ste, for­se, nel voler tro­va­re un sen­so, come fan­no gli abi­tan­ti di Ora­no che spes­so si lamen­ta­no del­la loro cit­tà e che a dir loro non offre nul­la di inte­res­san­te. Eppu­re, Ora­no non è com­ple­ta­men­te deser­ta. Lì si pos­so­no tro­va­re dei caf­fè con il ban­co­ne luci­do e un pro­prie­ta­rio sem­pre sor­ri­den­te nono­stan­te la penu­ria di clien­ti, degli ate­lier di foto­gra­fia che espon­go­no ritrat­ti di tipi uma­ni sin­go­la­ri, ed infi­ne un’abbondanza illu­mi­nan­te di pom­pe fune­bri. Sarà, for­se, che ad Ora­no si muo­re più che altro­ve? Più pro­ba­bi­le, allo­ra, che la mor­te sia accol­ta con una mag­gio­re teatralità.

In Ritor­no a Tipa­sa del 1952, Camus tor­na in una cit­tà che pen­sa­va di cono­sce­re bene. Vi si era già reca­to una vol­ta, poco dopo gli anni del­la guer­ra che “segna­ro­no la fine del­la (sua n.d.r.) gio­vi­nez­za”. Que­sta vol­ta Camus assi­ste – iner­me – a cin­que gior­ni di piog­gia sen­za sosta. L’immutabilità del­la con­di­zio­ne uma­na si scon­tra con qual­co­sa di mobi­le: lo scor­re­re del tem­po. Non si può tor­na­re indie­tro, dice lo scrit­to­re fran­co-alge­ri­no, e rida­re al mon­do il vol­to che ave­va avu­to in pas­sa­to e che era “sva­ni­to in un gior­no solo”. Era­no venu­ti i fili spi­na­ti, i tiran­ni, la guer­ra, il tem­po del­la rivol­ta. A Camus, come a qua­lun­que altro esse­re uma­no, non resta­no che i ricor­di: l’infanzia vio­len­ta, i sogni ado­le­scen­zia­li, la leg­ge­ra ango­scia del­la sera in un cuo­re di sedi­ci anni.

Sono in molti ad aver individuato una dimensione politica nelle descrizioni camusiane delle città algerine.

Come ha nota­to David Car­roll nel sag­gio The Colo­nial City and the Que­stion of Bor­ders: Albert Camus’ Alle­go­ry of Oran, Ora­no pos­sie­de la natu­ra ibri­da del­le cit­tà cosmo­po­li­te di oggi. Secon­do Camus, nel­la cit­tà alge­ri­na “tut­to il cat­ti­vo gusto dell’Europa e dell’Oriente si incon­tra­no” e c’è un’aria stra­va­gan­te e assurda.

Leg­ge­re Camus fa sor­ge­re una que­stio­ne: all’immutabilità uma­na si accom­pa­gna anche una sta­ti­ci­tà poli­ti­ca e socia­le? Il pae­sag­gio pie­tro­so di Ora­no sem­bra sta­ti­co e immu­ta­bi­le. Non tut­to, però, è sta­ti­co e immutabile.
Nel­le colo­nie fran­ce­si del Nord Afri­ca vi era­no limi­ti ben defi­ni­ti che sepa­ra­va­no la cité euro­péen­ne, dal­la Casbah ara­ba e dal quar­tie­re ebrai­co. Con la fine del colo­nia­li­smo le nuo­ve nazio­ni si sono com­pren­si­bil­men­te impe­gna­te nell’affermazione del­la pro­pria indi­pen­den­za come enti­tà sta­tua­li indi­pen­den­ti. Tut­ta­via, nel far­lo han­no mini­miz­za­to, quan­do non addi­rit­tu­ra nega­to, la loro natu­ra mul­ti­na­zio­na­le: che fos­se­ro com­po­ste da più nazio­ni – inte­se come grup­pi etni­co-cul­tu­ra­li – poco impor­ta­va ai fini del rico­no­sci­men­to internazionale.

Parte della critica ritiene che tutta l’opera di Camus sia in grado di rivelare la sua visione del colonialismo.

Tra i più fero­ci cri­ti­ci di Camus vi è sicu­ra­men­te Edward Said, che allo scrit­to­re fran­co-alge­ri­no ha dedi­ca­to il sag­gio Camus and The French Impe­rial Expe­rien­ce, con­te­nu­to nel suo Cul­tu­re and Impe­ria­li­sm. Said sostie­ne come Camus sia sta­to uno degli scrit­to­ri più emble­ma­ti­ci rispet­to alla que­stio­ne del­la rela­zio­ne tra la cul­tu­ra e l’impero, non­ché il rap­pre­sen­ta­te del­la colo­niz­za­zio­ne entra­ta all’in­ter­no del­la stes­sa let­te­ra­tu­ra. Di con­se­guen­za, le sue descri­zio­ni liri­che dell’Algeria non sareb­be­ro altro che un’espressione non pro­ble­ma­ti­ca del domi­nio francese.
L’interpretazione di Said ha gene­ra­to un dibat­ti­to inso­lu­to. Un’analisi degli scrit­ti gior­na­li­sti­ci di Camus è uti­le a spie­ga­re la sua posi­zio­ne poli­ti­ca sul­la que­stio­ne alge­ri­na: come evi­den­zia Lau­ra Klein, autri­ce di De la fic­tion et de la que­stion du trans­na­tio­nal chez Camus, lo scrit­to­re dell’assurdo sogna­va “un’Algeria del­la giu­sti­zia”, trans­cul­tu­ra­le ed ibri­da. È vero che Camus rima­se a lun­go in silen­zio sul­la que­stio­ne alge­ri­na, ma la sua posi­zio­ne emer­ge chia­ra­men­te dal mano­scrit­to Appel pour une Trê­ve Civi­le en Algé­rie del 1956, in cui invo­ca una “libe­ra asso­cia­zio­ne” tra fran­ce­si e algerini.

L’Algeria imma­gi­na­ta da Camus non è una ter­ra di guer­re fra­tri­ci­de, come la guer­ra d’indipendenza ter­mi­na­ta con una sepa­ra­zio­ne vio­len­ta. Non è nean­che un’Algeria fran­ce­se. È  un pae­se basa­to sul­la coe­si­sten­za di più cul­tu­re, in cui tut­ti godo­no degli stes­si diritti.

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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