L’uomo che uccise Don Chisciotte: opinioni a confronto

La visio­ne del­l’ul­ti­mo film di Ter­ry Gil­liam L’uo­mo che ucci­se Don Chi­sciot­te ha susci­ta­to negli spet­ta­to­ri, incar­na­ti in que­sto caso da due redat­to­ri di Vul­ca­no Sta­ta­le, opi­nio­ni con­tra­stan­ti che qui abbia­mo mes­so a confronto.


Fran­ce­sco Porta

L’uomo che ucci­se Don Chi­sciot­te è un gran­de e riu­sci­tis­si­mo adat­ta­men­to dell’opera di Cer­van­tes. L’ultimo film di Ter­ry Gil­liam, cat­tu­ran­do l’attenzione del­lo spet­ta­to­re in sala, ci mostra, allo stes­so tem­po, la par­te più nobi­le del­la fol­lia del cava­lie­re che com­bat­te­va con­tro i muli­ni a vento.
Cosa signi­fi­ca, infat­ti, caval­ca­re con­tro inno­cen­ti pale eoli­che? Gil­liam dice la sua ren­den­do il pro­ta­go­ni­sta un ambi­zio­so e genia­le regi­sta sogna­to­re, il cui pro­ces­so crea­ti­vo è però vin­co­la­to dal­le limi­tan­ti nor­me impo­ste dal­la pro­du­zio­ne e dai finan­zia­to­ri. Uno splen­di­do Adam Dri­ver è un cele­bra­tis­si­mo Toby Gri­so­ni, una star del mon­do di Hol­ly­wood, che risco­pre un suo vec­chio lavo­ro: un film inti­to­la­to, appun­to, L’uomo che ucci­se Don Chi­sciot­te. Appren­de­rà, però, che gli atto­ri che ave­va ingag­gia­to sono anda­ti in rovi­na. In par­ti­co­la­re, il suo pro­ta­go­ni­sta si era con­vin­to di esse­re dav­ve­ro il don Chi­sciot­te e quan­do Toby lo ritro­ve­rà, suo mal­gra­do, ver­rà tra­sci­na­to nel suo fol­le deli­rio: un cava­lie­re in arma­tu­ra e lun­ga asta caval­ca con­tro le for­ze di poli­zia che all’improvviso assu­mo­no i trat­ti del­la san­ta inqui­si­zio­ne. Que­ste sequen­ze rie­sco­no a diver­ti­re tan­to sono assur­de ma risul­ta­no anche mol­to effi­ca­ci per­ché rie­sco­no a resti­tui­re lo stra­nia­men­to del pro­ta­go­ni­sta che sta caden­do in una stra­na e appa­ren­te follia.

I salti tra realtà e schizofrenia sono di certo il colpo di genio più brillante che la regia di Gillian offre.

Il paral­le­lo tra la mora­le del roman­zo ori­gi­na­le e que­sto film, peral­tro riu­sci­tis­si­mo, por­ta lo spet­ta­to­re a doman­dar­si se il don Chi­sciot­te fos­se solo un fol­le o qual­co­sa di più e que­sto è ciò che, di fat­to, ren­de il per­so­nag­gio e l’ironia di Cer­van­tes immortali.


Fabri­zio Fusco

Alla fine Gil­liam ce l’ha fat­ta. Dopo qua­si 25 anni di lavo­ra­zio­ne è nel­le sale l’opera più osteg­gia­ta del regi­sta di Min­nea­po­lis. Un film venu­to a gal­la qua­si per un vero e pro­prio mira­co­lo cine­ma­to­gra­fi­co, tan­to da far pas­sa­re in secon­do pia­no la riu­sci­ta o meno del film stesso.

A conti fatti, ovvero a film visto, L’uomo che uccise Don Chisciotte (titolo originale: The Man Who Killed Don Quixote) sarebbe stato meglio accanto ai grandi progetti della storia del cinema sognati ma mai realizzati (vedi il Napoleone di Kubrick).

In effet­ti, il docu­men­ta­rio del 2005 Lost in La Man­cha sul­la sua man­ca­ta rea­liz­za­zio­ne sareb­be sta­ta un’opera suf­fi­cien­te ad atte­nua­re il rim­pian­to per ciò che pote­va esse­re ma che non sareb­be mai sta­to. Si trat­ta del­la clas­si­ca mon­ta­gna che ha par­to­ri­to il topo­li­no, insom­ma, un film che nono­stan­te la lun­ga lavo­ra­zio­ne sem­bra anco­ra asso­mi­glia­re ad un infi­ni­to work in pro­gress a cui lo spet­ta­to­re assi­ste, vit­ti­ma di una tra­ma cao­ti­ca e cacia­ro­na, in cui deve destreg­giar­si nel ten­ta­ti­vo di rian­no­da­re un filo del­la nar­ra­zio­ne che man mano che il film pro­ce­de si per­de sem­pre più.
Nel ten­ta­ti­vo pur apprez­za­bi­le di fon­de­re Cer­van­tes con l’elemento meta­fil­mi­co (una eco di fel­li­nia­na memo­ria in cui Adam Dri­ver, alter ego del regi­sta, cer­ca di rea­liz­za­re il film del­la sua vita tra ricor­di e visio­ni oni­ri­che), l’ex Mon­ty Python sem­bra per­de­re la bus­so­la, but­tan­do nel pen­to­lo­ne un po’ di attua­li­tà spic­cia e di luo­ghi comu­ni: mus­sul­ma­ni e ter­ro­ri­sti, don­ne vit­ti­me di ricat­ti ses­sua­li e spie­ta­ti oli­gar­chi rus­si arric­chi­ti dal­la vod­ka, non facen­do­si man­ca­re nean­che qual­che rivin­ci­ta per­so­na­le con il gio­va­ne regi­sta di spot Toby, pron­to ad insi­dia­re la bel­la moglie del pro­dut­to­re (è nota la con­tro­ver­sia lega­le tra Gil­liam e l’ex pro­dut­to­re Pau­lo Bran­co). L’immaginario visi­vo debor­dan­te di Ter­ry Gil­liam a cui era­va­mo sta­ti abi­tua­ti que­sta vol­ta resta lon­ta­no anni luce dal­la poten­za di Pau­ra e deli­rio a Las Vegas, sovra­stan­do lo spet­ta­to­re con un cine­ma trop­po den­so, fat­to di masche­re, luci e colo­ri a cui si fa dav­ve­ro fati­ca a sta­re die­tro. Ma for­se non è nean­che que­sto il vero Don Chi­sciot­te di Gil­liam. For­se, come per sua stes­sa ammis­sio­ne, il gran­de regi­sta di Bra­zil non ha più sto­rie da rac­con­ta­re, e que­sto film “male­det­to” non si dovrà mai fare.

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