Shirley Jackson: ossessione e frivolezza

Lucre­zia Tavella

Qual­che tem­po fa mi è capi­ta­to di chiac­chie­ra­re con un docen­te di let­te­ra­tu­ra ita­lia­na a pro­po­si­to dell’ultimo libro che sta­va leg­gen­do: era L’incubo di Hill Hou­se di Shir­ley Jack­son, pub­bli­ca­to da Adel­phi nel 2016 nel­la ter­za edi­zio­ne, con quel­la coper­ti­na blu cobal­to e quell’immagine di casa fati­scen­te, foto­gra­fa­ta da Seph Law­less, che non ha nien­te da invi­dia­re alle più famo­se illu­stra­zio­ni di Dan Mac­Car­thy. Con un cer­to sgo­men­to appre­si una noti­zia tri­ste: «Non l’ho anco­ra fini­to –  chio­sò quel­lo con una pro­nun­cia ble­sa come quel­la di Red in uno dei rac­con­ti del­la scrit­tir­ce, Para­no­ia – però non mi sta pia­cen­do tanto…È un po’ fri­vo­lo». Sul momen­to non pro­te­stai con­tro quel giu­di­zio inge­ne­ro­so; gior­ni dopo però capii che era sta­ta pro­nun­cia­ta una paro­la magi­ca: fri­vo­lo, deri­va­to dal lati­no fri­vo­lus. Fra­gi­le, poco serio, di scar­sa impor­tan­za, baz­ze­co­la. Insom­ma, un giu­di­zio con cui anche Cice­ro­ne avreb­be potu­to boc­cia­re le poe­sie di Catullo.

Se la letteratura non venisse considerata così spesso una semplice frivolezza, un’evasione delle più dilettevoli ma pur sempre superficiale, forse al mondo esisterebbero anche meno ossessioni a ispirarla, e meno paranoie nella mente delle persone.

Para-noie nel sen­so eti­mo­lo­gi­co del ter­mi­ne, pro­prio come le voci cin­guet­tan­ti che rie­cheg­gia­no solo nel­la testa di Mrs. Spen­cer nell’ultimo Para­no­ia. Se è vero che l’ossessione ispi­ra la let­te­ra­tu­ra, l’osses­sio­ne più for­te di Shir­ley Jack­son è la real­tà quo­ti­dia­na – e insie­me il modo di viver­la, o raccontarla.

Rico­no­sciu­ta come “la mae­stra di Ste­phen King”, che le rivol­ge la dedi­ca di aper­tu­ra al roman­zo L’incendiaria, Shir­ley Jack­son (San Fran­ci­sco 1916 – Ver­mont 1965) vive un’infan­zia infe­li­ce soprat­tut­to per il rap­por­to con la madre, che la cri­ti­ca in con­ti­nua­zio­ne per i difet­ti fisi­ci e la defi­ni­sce addi­rit­tu­ra “un abor­to man­ca­to”. Spin­ta a iso­lar­si dagli altri,  cre­sce con un carat­te­re intro­spet­ti­vo e nutre una serie di idio­sin­cra­sie che la por­ta­no a media­re – con fumo, alcol e anti­de­pres­si­vi – in modo ambi­va­len­te tra real­tà e fin­zio­ne let­te­ra­ria, facen­do di lei una del­le più gran­di scrit­tri­ci del­la let­te­ra­tu­ra goti­ca ame­ri­ca­na. In Ita­lia è cono­sciu­ta spe­cial­men­te per il roman­zo L’incubo di Hill Hou­se (appro­da­to di recen­te su Net­flix con la serie TV diret­ta da Mike Fla­na­gan), dove l’indagine sui feno­me­ni para­nor­ma­li all’interno di una casa stre­ga­ta sem­bra supe­ra­re i con­fi­ni del gene­re hor­ror e diven­ta­re un’indagine sui fan­ta­smi del­la psi­che uma­na. Que­sto mese Adel­phi ha pub­bli­ca­to Para­no­ia, un volu­me che sem­bra il gro­vi­glio bio­psi­chi­co dell’autrice, al cui inter­no sono rac­col­ti una serie di rac­con­ti postu­mi e di scrit­ti auto­bio­gra­fi­ci che scan­da­glia­no le pro­fon­di­tà del­le sue ossessioni.

Sono una scrit­tri­ce che, a cau­sa di una serie di inge­nui e incon­sa­pe­vo­li erro­ri di giu­di­zio, si ritro­va con quat­tro figli e un mari­to, una casa di diciot­to stan­ze sen­za una dome­sti­ca, due ala­ni, quat­tro gat­ti e – sem­pre che sia anco­ra vivo – un cri­ce­to. […] Men­tre rifac­cio i let­ti e lavo i piat­ti e vado in pae­se a cer­ca­re le scar­pet­te da bal­lo, mi rac­con­to del­le sto­rie. Sto­rie su qua­lun­que cosa. Sem­pli­ci sto­rie. Dopo­tut­to, chi può con­cen­trar­si sui pro­pri gesti men­tre pas­sa l’aspirapolvere? Io mi rac­con­to del­le sto­rie. […] Mi man­ten­go­no atti­va, le mie sto­rie. For­se quel­la sul cesto del­la bian­che­ria non la scri­ve­rò mai – anzi, sono qua­si cer­ta che non la scri­ve­rò –, ma fin­ché so che lì c’è una sto­ria pos­so anda­re avan­ti a sepa­ra­re i capi bian­chi da quel­li colorati.

Così nasco­no sto­rie innan­zi­tut­to a par­ti­re dal­la real­tà più comu­ne e bana­le, cioè a par­ti­re dagli ogget­ti: per Shir­ley Jack­son si intes­so­no sui bic­chie­ri ver­di che si pavo­neg­gia­no sul­la tavo­la appa­rec­chia­ta, sul­le for­chet­te a quat­tro e a due reb­bi gelo­se l’una dell’altra, sugli orli del­le nuo­ve ten­di­ne da cuci­na che han­no qual­co­sa che non va, e così per elet­tro­do­me­sti­ci, luci, vesti­ti, mobi­li, ma soprat­tut­to per una casa. Nei suoi roman­zi e nei suoi rac­con­ti, Shir­ley Jack­son sem­bra met­te­re in sce­na una poe­ti­ca degli ogget­ti, per cui la poten­za figu­ra­le del­la paro­la è l’unico stru­men­to capa­ce di tra­sfi­gu­ra­re la real­tà, e di far­la vive­re niti­da­men­te davan­ti agli occhi del let­to­re, come la casa e i fan­ta­smi di Hill Hou­se (recen­te­men­te è usci­ta su Net­flix la nuo­va serie TV The Houn­ting of Hill Hou­se diret­ta da Mike Fla­na­gan). D’altra par­te, sic­co­me l’etimologia del­le paro­le vie­ne per­lo­più in nostro soc­cor­so, for­se non è casua­le che “fan­ta­sma” con­di­vi­de la stes­sa radi­ce di “fan­ta­sia” e di φαντάζω (“phan­ta­zo”), che han­no entram­bi a che fare con l’idea del­la visio­ne, dell’immaginazione e del­la figu­ra; e a scan­so di equi­vo­ci uno dei modi per dire “fan­ta­sma” in lati­no è pro­prio “ima­go”.
Tut­to ciò che Shir­ley Jack­son nomi­na del­la real­tà si pla­sti­ciz­za, assu­me del­le con­no­ta­zio­ni sia mate­ri­che che imma­gi­ni­fi­che: L’incubo di Hill Hou­se pro­ba­bil­men­te non sareb­be un roman­zo così magne­ti­co sen­za – in ordi­ne casua­le – la per­cet­ti­vi­tà fem­mi­ni­le un po’ stuc­che­vo­le di Mrs. Mon­ta­gue, gli orpel­li e le lugu­bri chin­ca­glie­rie di Hill Hou­se che ne fan­no cosa viva, i vesti­ti di Theo­do­ra sen­za pie­ghe sul­le gruc­ce, il luci­do deli­rio di Elea­nor nel­la sua dan­za maca­bra, la taz­za di stel­le di una bam­bi­na nel­la locan­da, etc. etc. Alla fine, se è vero che la fri­vo­lez­za di Shir­ley Jack­son è tutt’uno con la sua osses­sio­ne e con la sua scrit­tu­ra, impa­ria­mo tut­ti a segui­re i suoi demo­ni che dai fram­men­ti di una por­cel­la­na da cuci­na le fan­no scri­ve­re una storia.

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