Stalattiti: il kitsch di Andrea Mecacci

In un pic­co­lo volu­me, pub­bli­ca­to nel 2014, Andrea Mecac­ci rias­su­me la sto­ria di uno dei con­cet­ti che più toc­ca­no il nostro pre­sen­te: il kitsch.
Il kitsch, per esse­re affer­ra­to, neces­si­ta di un’analisi che non si esau­ri­sca nel rie­pi­lo­go degli innu­me­re­vo­li ten­ta­ti­vi di defi­ni­zio­ne e del­le sfu­ma­tu­re che la stes­sa ammet­te, ma che guar­di al suo svi­lup­po dia­cro­ni­co, alle sue meta­mor­fo­si, ai suoi con­ta­gi e ai suoi esiti.
Per­tan­to l’indagine, che si svi­lup­pa su tre capi­to­li, nasce come sto­ri­co-filo­so­fi­ca ma abban­do­na pro­gres­si­va­men­te que­sto ter­re­no per scon­fi­na­re nell’ambito dell’este­ti­ca, dell’arte, del­la poli­ti­ca e dell’antro­po­lo­gia.
Mecac­ci rico­no­sce come l’origine del kitsch sia rin­trac­cia­bi­le in un con­te­sto ben pre­ci­so, col­lo­ca­bi­le nel Set­te­cen­to e lega­to al dibat­ti­to sul gusto: kitsch è tut­to ciò che è lega­to all’apprezzamento del­la manie­ra, dell’artificiosità e dell’affettazione, e si allon­ta­na dal­la natu­ra­lez­za e dal­la sem­pli­ci­tà. È il rifiu­to del nuo­vo e rap­pre­sen­ta tut­to ciò che teme l’impulsività e il cam­bia­men­to e, per pigri­zia, rista­gna in cano­ni già noti, ras­si­cu­ran­ti e facili.

Il kitsch non richiede sforzo e offre comodità.

Fin­ge novi­tà attra­ver­so la fal­si­fi­ca­zio­ne: imi­ta il genio ma fal­li­sce, per­ché soprav­vi­ve inchio­da­to sem­pre nel­la stes­sa for­ma e sen­za lascia­re traccia.
Mira a col­pi­re il sen­so, guar­da al godi­men­to e al pia­ce­re, non pro­vo­ca ma, sod­di­sfa­cen­do, vin­co­la per­ché pia­ce imme­dia­ta­men­te e basta.
Più si defi­ni­sce in que­sto sen­so, più si avvi­ci­na al sen­ti­men­ta­li­smo — ten­den­za figlia del Roman­ti­ci­smo vol­ta all’idealizzazione del mon­da­no e che, esa­ge­ra­ta, ne diven­ta la cari­ca­tu­ra. Come il bel­lo, ottie­ne con­sen­so imme­dia­to, uni­ver­sa­le ma vuo­to. E sic­co­me del bel­lo con­ser­va solo la for­ma, ma esa­ge­ran­do­la la distor­ce, il kitsch diven­ta un brut­to sot­to men­ti­te spo­glie, non rico­no­sci­bi­le per­ché non susci­ta repul­sio­ne, anzi: pre­ten­de di pia­ce­re e, a tut­ti gli effet­ti, fre­quen­te­men­te, ci riesce.
Il kitsch è un brut­to che si ritro­va non in pro­prie­tà dell’oggetto, ma in modi di agi­re: fa del­la con­traf­fa­zio­ne (pod­del­ka) la sua rego­la, estre­miz­za il sen­ti­men­ta­le e il sen­sa­zio­na­le miran­do a costrui­re una masche­ra che nascon­da la sua incon­si­sten­te iden­ti­tà. Pia­ce a chi non ha gusto, non sa ben giu­di­ca­re e quin­di non rico­no­sce l’inautenticità, anzi, inge­nua­men­te la cer­ca per­ché vuo­le cela­re la pro­pria iden­ti­tà e assu­mer­ne una che non gli appar­tie­ne: indos­sa un truc­co che esi­bi­sce ele­gan­za e lus­so e cade nel vol­ga­re (poslo­st).
Tra fine Otto­cen­to e i pri­mi decen­ni del Nove­cen­to il kitsch assu­me con­no­ta­ti nuo­vi: si rifor­mu­la accom­pa­gnan­do la nasci­ta del­la clas­se bor­ghe­se e si ripla­sma rispec­chian­do­ne le esigenze.
Una clas­se pro­dot­ta dal­le logi­che del mon­do indu­stria­le e ad esso vin­co­la­ta ha biso­gno di eva­de­re nel modo più velo­ce e faci­le: cer­ca distra­zio­ni como­de, for­me di sva­go che col­pi­sca­no sen­za richie­de­re fati­ca. Il kitsch allo­ra inter­vie­ne come pro­dot­to pron­to all’uso,“usa e get­ta”, repe­ri­bi­le ovun­que e asso­lu­ta­men­te sem­pli­ce. Annul­la la com­ples­si­tà dell’arte e ne man­tie­ne solo le vesti, ripro­po­nen­do­ne i model­li più noti sem­pli­ce­men­te affin­ché col­pi­sca al pri­mo col­po. Sfrut­ta indi­scri­mi­na­ta­men­te il luo­go — sen­za sen­so — comune.
L’arte kitsch non ha esi­gen­ze che vada­no al di là del pro­dur­re un effet­to imme­dia­to ed esse­re adat­ta al con­su­mo, per que­sto rispec­chia i carat­te­ri di indi­vi­dua­li­smo, mise­ria e men­zo­gna del­la socie­tà che l’ha gene­ra­ta: è arte discount, arte a buon mer­ca­to che costa poco e pre­ten­de gof­fa­men­te di vale­re qual­co­sa. Dal momen­to che non vuo­le comu­ni­ca­re nes­sun mes­sag­gio, il kitsch tra­di­sce l’arte bel­la, disto­glie dal pen­sie­ro cri­ti­co e invi­ta all’obbedienza.

Ecco che si tra­sfor­ma in ideo­lo­gia: nel momen­to in cui diven­ta cul­to di mas­sa del­la «bel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne» — quan­do cioè la frui­zio­ne dell’opera è sol­tan­to emo­ti­va e for­te al pun­to da stor­di­re, ecces­si­va al pun­to da con­fon­de­re e abba­stan­za affa­sci­nan­te da incan­ta­re, come nei radu­ni nazi­sti o nel­le com­me­die hol­ly­woo­dia­ne — con­sen­te alla mas­sa di rico­no­scer­si, di rico­no­scer­si in que­sto suo biso­gno. La ripro­du­zio­ne infi­ni­ta dal­le mil­le for­me del ras­si­cu­ran­te e del già noto sod­di­sfa, ma solo appa­ren­te­men­te e solo momen­ta­nea­men­te, l’ormai con­qui­sta­to con­su­ma­to­re-sud­di­to-spet­ta­to­re, pron­ta pri­ma a crea­re un biso­gno nuo­vo e poi a pre­mu­rar­si di sod­di­sfar­lo: coc­co­la il suo pro­tet­to e lo invi­ta a sta­re fer­mo, gli impe­di­sce di muo­ver­si e quin­di di cambiare.
La cul­tu­ra kitsch, affin­ché sia alla por­ta­ta di tut­ti, è impo­sta dall’alto per sta­re nel mez­zo: in un mon­do sen­za rego­le il kitsch emer­ge come l’unico feno­me­no che ne sia dotato.
Che que­sta dege­ne­ra­zio­ne del gusto, que­sta pas­sio­ne per il truc­co e vene­ra­zio­ne dell’ideale, del­la con­traf­fa­zio­ne e del tra­ve­sti­men­to e dell’arte ven­ga­no riven­di­ca­te in nome di un’ostentazione di lus­suo­sa bel­lez­za o che, al con­tra­rio, addi­rit­tu­ra diven­ti una pas­sio­ne per l’esasperazione del brut­to, del­lo scar­to, del­la spaz­za­tu­ra e goda del suo ecces­so (trash), l’esito non cambia.

Il kitsch (diventato neokitsch) da categoria estetica diventa fenomeno estetico, forma culturale e forma sociale.

Allo­ra non risie­de più nell’oggetto, ma nel rap­por­to tra ogget­to e sog­get­to, nel modo di rela­zio­nar­si del sog­get­to con il mon­do. Non è più una pro­prie­tà ma una pra­ti­ca che si risol­ve prin­ci­pal­men­te in due modi: con­sue­tu­di­ne all’annullamento del nega­ti­vo e all’idealizzazione dell’estraneo e del nuo­vo. Abbon­dan­za che camuf­fa e stor­di­sce, il kitsch diven­ta «modo este­ti­co del­la quo­ti­dia­ni­tà», ridu­zio­ne del pen­sie­ro e dis­so­lu­zio­ne dell’ambizione, cie­co com­pia­ci­men­to del­la più medio­cre normalità.

«… E se ogni uomo è un esse­re quo­ti­dia­no, ogni uomo non può fare a meno del kitsch: del resto, il kitsch fa par­te del­la con­di­zio­ne umana.»

 

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Angelica Mettifogo
In bili­co tra tut­to quel­lo che voglio fare e il tem­po che ho per far­lo. Intan­to stu­dio filosofia.