With Her — giornata internazionale delle bambine

“Ci si sen­te libe­ri quan­do anco­ra non si cono­sce ciò che acca­de nel mon­do”. A dir­lo, o meglio a scri­ver­lo, è Mala­la You­sa­f­zai nel libro rea­liz­za­to in col­la­bo­ra­zio­ne con la gior­na­li­sta Chri­sti­na Lamb per rac­con­ta­re la sua bat­ta­glia per la liber­tà e l’istruzione del­le bam­bi­ne, paki­sta­ne e non, che le è costa­ta un atten­ta­to da par­te dei talebani.
Cono­sce­re quel­lo che suc­ce­de nel mon­do è, oggi più che mai, un atto di volon­tà. Nel­la socie­tà glo­ba­le del­la con­nes­sio­ne costan­te, chiun­que – se vuo­le – può sape­re cosa acca­de fuo­ri dal­la fine­stra del­la pro­pria stanza.
Si cele­bra oggi, 11 otto­bre, la gior­na­ta inter­na­zio­na­le del­le bam­bi­ne, isti­tui­ta dal­le Nazio­ni Uni­te nel 2012, un’occasione per infor­mar­si sul­le con­di­zio­ni del­le bam­bi­ne nel mon­do. Il tema di quest’anno è With Her: A Skil­led Girl­For­ce.  

Se e quanto alle bambine del mondo sia riconosciuto il godimento di alcuni diritti fondamentali è un buon indicatore di come sarà la loro vita da adulte, di come verranno trattate come donne.

Alcu­ne bam­bi­ne si spo­sa­no pri­ma di diven­ta­re adul­te. Sono tan­te, oltre 650 milio­ni quel­le che, secon­do l’iniziativa Girls not Bri­des, oggi sono adul­te ma si sono spo­sa­te pri­ma di com­pie­re la mag­gio­re età. Que­ste bam­bi­ne appar­ten­go­no a cul­tu­re, reli­gio­ni e pae­si diver­si: suc­ce­de in India, in Ban­gla­desh, in Niger, in Mes­si­co, in Indo­ne­sia ma anche nei “civi­lis­si­mi” Sta­ti Uni­ti. Ad alcu­ne è sta­to impo­sto per tra­di­zio­ne, ad altre per man­can­za di edu­ca­zio­ne, ad altre anco­ra per­ché le fami­glie da cui pro­ven­go­no vivo­no in con­di­zio­ni di estre­ma pover­tà. Ad acco­mu­nar­le c’è una sola carat­te­ri­sti­ca: sono tut­te bambine.

Alcu­ne bam­bi­ne muo­io­no pre­sto, non per scia­gu­ra ma per una scel­ta fami­lia­re pre­ci­sa e pon­de­ra­ta. L’infan­ti­ci­dio fem­mi­ni­le ha radi­ci sto­ri­che nel­lo Sta­to india­no del Tamil Nadu, dove nel lon­ta­no pri­mo seco­lo d.C. i guer­rie­ri man­da­ti a com­bat­te­re mori­va­no in gran nume­ro. Fu allo­ra che, per argi­na­re la dispa­ri­tà tra maschi e fem­mi­ne, si comin­ciò a pra­ti­ca­re l’infanticidio fem­mi­ni­le. Que­sta pra­ti­ca, vie­ta­ta dall’ordinamento giu­ri­di­co india­no, rima­ne una real­tà nel­le zone rura­li. Il feno­me­no non è sco­no­sciu­to nean­che alla Cina dove, secon­do uno stu­dio con­dot­to da Gen­der­ci­de Watch, la pra­ti­ca dell’infanticidio fem­mi­ni­le è sto­ri­ca­men­te con­nes­sa alla poli­ti­ca del figlio uni­co intro­dot­ta dal gover­no di Pechi­no nel 1979, al fine di con­trol­la­re la cre­sci­ta demografica.

Alcu­ne bam­bi­ne lavo­ra­no come schia­ve. Uno stu­dio dell’UNICEF ha cer­ca­to di capi­re se la pra­ti­ca del lavo­ro mino­ri­le sia dif­fu­sa anche in base ad una varia­bi­le di gene­re. Ciò che è emer­so è che,  anche se il lavo­ro mino­ri­le costi­tui­sce una vio­la­zio­ne dei dirit­ti di tut­ti i bam­bi­ni – maschi e fem­mi­ne – soli­ta­men­te le bam­bi­ne ini­zia­no a lavo­ra­re pri­ma, soprat­tut­to nel­le zone rura­li di alcu­ni pae­si. L’adesione ai ruo­li tra­di­zio­na­li di gene­re, poi, fa sì che alle bam­bi­ne sia nega­to mag­gior­men­te il dirit­to di anda­re a scuo­la, affin­ché svol­ga­no lavo­ro in casa e fuori.

Le guer­re e le cata­stro­fi natu­ra­li costrin­go­no alcu­ne bam­bi­ne a lascia­re la pro­pria casa, un posto ormai non più adat­to a loro. Que­ste bam­bi­ne, soprat­tut­to in età ado­le­scen­zia­le, incor­ro­no in un rischio mag­gio­re di subi­re vio­len­za ses­sua­le o di gene­re, di lascia­re la scuo­la trop­po pre­sto, di spo­sar­si pre­ma­tu­ra­men­te, di affron­ta­re gra­vi­dan­ze non sicu­re, di assu­mer­si respon­sa­bi­li­tà ecces­si­ve e di esse­re sot­to­po­ste ad abu­si di ogni tipo, come denun­cia il rap­por­to del­la Com­mis­sio­ne ONU per le don­ne rifugiate.

Anche se l’istru­zio­ne è un dirit­to uma­no, alcu­ne bam­bi­ne non van­no a scuo­la. Nel 2013  l’UNESCO sti­ma­va che fos­se­ro 31 milio­ni quel­le a cui era nega­ta l’istruzione pri­ma­ria, a cui si aggiun­ge­va­no le ado­le­scen­ti tenu­te fuo­ri dal­le scuo­le secon­da­rie – ben 34 milio­ni. Ad alcu­ne bam­bi­ne è sta­to det­to che a scuo­la non pos­so­no andar­ci per­ché Boko Haram – l’educazione occi­den­ta­le è pec­ca­to. Le bam­bi­ne, inve­ce, san­no che l’istruzione non è né orien­ta­le né occidentale.

Molte bambine non sanno di avere dei diritti. Questi sono loro garantiti dagli ordinamenti nazionali e dal diritto internazionale.

In base alla Con­ven­zio­ne ONU sui dirit­ti dell’infanzia, infat­ti, gli Sta­ti par­te (196, com­pre­sa la Soma­lia che lha rati­fi­ca­ta per ulti­ma) si impe­gna­no a garan­ti­re i dirit­ti dei bam­bi­ni sen­za discri­mi­na­zio­ne alcu­na, nem­me­no quel­la lega­ta al gene­re. Le bam­bi­ne, così come i bam­bi­ni, han­no dirit­to alla vita, alla soprav­vi­ven­za e allo svi­lup­po, il dirit­to alla salu­te e alla sicu­rez­za socia­le, all’istruzione e alla pro­te­zio­ne da ogni for­ma di sfrut­ta­men­to e vio­len­za ses­sua­le.

Qual­sia­si discor­so sull’uguaglianza di gene­re, dun­que, non può igno­ra­re que­sti fat­ti che carat­te­riz­za­no la vita del­le bam­bi­ne i mol­te nazioni.

Alcu­ne bam­bi­ne sono più for­tu­na­te. Sono nate e vivo­no in posti che, in base al Girls Oppor­tu­ni­ty Index di Save the Chil­dren, han­no pre­sta­zio­ni posi­ti­ve su una serie di varia­bi­li qua­li: il matri­mo­nio infan­ti­le, le gra­vi­dan­ze ado­le­scen­zia­li, la mor­ta­li­tà in occa­sio­ne del par­to, la pre­sen­za di don­ne all’interno dei par­la­men­ti nazio­na­li e il com­ple­ta­men­to del­la scuo­la secondaria.
Que­ste bam­bi­ne con­su­ma­no alme­no un pasto al gior­no, fre­quen­ta­no la scuo­la inve­ce di lavo­ra­re, maga­ri poi fre­quen­ta­no anche l’università, non si spo­sa­no da bam­bi­ne, non vivo­no come schia­ve, non assi­sto­no alla guer­ra, non ven­go­no ucci­se pri­ma di nasce­re, non ven­go­no sfrut­ta­te sessualmente.

Oggi è tem­po di ricor­da­re tut­te le bam­bi­ne del mon­do. Oggi che pos­sia­mo sape­re, non sia­mo più libe­ri di far fin­ta di nulla.

Con­di­vi­di:
Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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