I Carmina di Catullo tradotti da Alessandro Fo

Lucre­zia Tavel­la

Lo scor­so 20 Novem­bre Einau­di ha pub­bli­ca­to una nuo­va edi­zio­ne del cata­lo­go del­la casa edi­tri­ce nel­la col­la­na I mil­len­ni. La quar­ta di coper­ti­na reci­ta così: «Un elen­co, cer­to, ma non ste­ri­le, come trop­po banal­men­te si dice degli elen­chi, ben­sì fecon­do. Il cata­lo­go è il futu­ro pas­sa­to del­la casa edi­tri­ce. È il luo­go del­la memo­ria, ma una memo­ria […] come fon­te di idee vive per imma­gi­na­re sen­za pau­re un futu­ro pos­si­bi­le», e si pro­se­gue con altre ame­ni­tà sen­ten­zio­se che omet­tia­mo e che pure dan­no il sen­so del­la per­di­ta nel cor­so dei seco­li. E que­sta per­di­ta è anche più gra­vo­sa e nostal­gi­ca se si para­go­na una col­la­na sto­ri­ca come Scrit­to­ri tra­dot­ti da scrit­to­ri – di cui face­va par­te la Tri­lin­gue cura­ta da Vale­rio Magrel­li e ormai abor­ti­ta – con le ulti­me novi­tà edi­to­ria­li sul mer­ca­to, Istru­zio­ni per diven­ta­re fasci­sti di Miche­la Mur­gia, tan­to per dir­ne una. 

Ad ogni modo, velo del­la pole­mi­ca a par­te, il sen­so del­la per­di­ta per una col­la­na come la Tri­lin­gue è tan­to più for­te in vir­tù del fat­to che pub­bli­ca­va, appun­to, scrit­to­ri tra­dot­ti da scrit­to­ri, e si sa, l’arte del­la tra­du­zio­ne ha più di tut­te a che fare con il tra­de­re, ossia con un tra­di­re che com­por­ta fisio­lo­gi­ca­men­te una qual­che per­di­ta. Ad esem­pio Ugo Fosco­lo, quan­do tra­dus­se l’Ilia­de di Ome­ro, i liri­ci gre­ci o mol­te altre cose, si arro­vel­lò per cer­ca­re una paro­la capa­ce di resti­tui­re la ric­chez­za del­la lin­gua di par­ten­za; Cesa­re Pave­se, pur essen­do tra­dut­to­re dall’inglese e non dal­le lin­gue mor­te, che pure gli era­no mol­to fami­lia­ri, ugual­men­te avver­tì ina­de­gua­tez­za nel­la lin­gua italiana.

Al di là di ogni ristret­tez­za, tra­dur­re per­met­te di var­ca­re qual­sia­si soglia tem­po­ra­le e quin­di con­sen­te sia di resti­tui­re alla luce dei nostri gior­ni anche l’opera di un uomo vis­su­to nell’abisso dell’VIII seco­lo a.C., sia, al con­tra­rio, di ricac­cia­re anco­ra più indie­tro nei tem­pi un roman­zo scrit­to nell’Inghilterra dell’Ottocento.

Tra­dur­re non signi­fi­ca solo coglie­re gli esat­ti mec­ca­ni­smi gram­ma­ti­ca­li che rego­la­no la fra­se, atti­vi­tà di per sé abba­stan­za ste­ri­le e licea­le, ma signi­fi­ca anche met­te­re a dispo­si­zio­ne il pro­prio baga­glio lin­gui­sti­co e cul­tu­ra­le per la com­pren­sio­ne di un testo scrit­to da un’altra per­so­na, all’interno di un siste­ma lin­gui­sti­co e cul­tu­ra­le diver­so dal nostro. Sono anni che s’insinua la neces­si­tà – nel­la fat­ti­spe­cie da par­te di Mau­ri­zio Bet­ti­ni – di far segui­re alla ver­sio­ne di matu­ri­tà clas­si­ca «una serie di doman­de che ver­ta­no non solo sugli aspet­ti lin­gui­sti­ci, ma anche su quel­li cul­tu­ra­li o let­te­ra­ri» dell’autore in que­stio­ne. Eppu­re – ver­reb­be da repli­ca­re – lin­gua non signi­fi­ca cultura?

Al di là del­le dia­tri­be come que­sta e del­la rea­le o pre­sun­ta neces­si­tà del lati­no e del gre­co, di cui in Ita­lia si discu­te costan­te­men­te a sca­den­ze alter­ne, una buo­na tra­du­zio­ne, in ogni caso, mira a sal­va­guar­da­re l’originalità dell’originale sen­za che vada per­sa la cifra sti­li­sti­ca dell’autore né la bana­le com­pren­sio­ne del testo.

A que­sto pro­po­si­to, appe­na die­ci gior­ni fa, per Einau­di è sta­ta pub­bli­ca­ta una nuo­va edi­zio­ne dei Car­mi­na di Catul­lo nel­la tra­du­zio­ne di Ales­san­dro Fo, che per la stes­sa casa edi­tri­ce ha tra­dot­to anche l’Enei­de, ed è con un con­for­te­vo­le sospi­ro di sol­lie­vo che i let­to­ri, nel­la fat­ti­spe­cie gli stu­den­ti, pos­so­no met­te­re nel cas­set­to l’annosa edi­zio­ne Bom­pia­ni a cura di Alfon­so Trai­na nel­la tra­du­zio­ne di Enzo Man­druz­za­to. Se Catul­lo fu for­se il pri­mo in gra­do di for­gia­re uno sti­le nuo­vo e vario, mesco­lan­do dimi­nu­ti­vi, pre­zio­si­smi, cul­ti­smi e vol­ga­ri­tà, Ales­san­dro Fo rie­sce a resti­tui­re a modo pro­prio tut­ta la ric­chez­za del­la poe­sia del­le nugae. C’è uno sfor­zo meti­co­lo­so degno di Car­duc­ci, per esem­pio, per tra­spor­re la poli­me­tria dei can­ti in una “metri­ca bar­ba­ra”: così i più cele­bri ver­si del pen­ta­me­tro dat­ti­li­co suo­na­no con un rit­mo ine­di­to, lon­ta­no da qual­sia­si rifa­ci­men­to acca­de­mi­co: «Odio e amo. Com’è che ci rie­sca for­se ti chie­di. / Lo igno­ro. Ma sen­to che rie­sce, e ci sto cro­ci­fis­so». Sen­za entra­re trop­po nei tec­ni­ci­smi, il lepos del­la lin­gua di Catul­lo è vol­to in solu­zio­ni in bili­co fra la gra­zia spi­ri­to­sa e la pia­ce­vo­le leg­ge­rez­za del­le nugae: i dimi­nu­ti­vi, per esem­pio indul­go­no in tono tra il semi­se­rio e il face­to a par­ti­re dal can­to di aper­tu­ra («A chi dono il libret­to tut­to gra­zia, / nuo­vo?») fino alle doman­de irri­ve­ren­ti nei con­fron­ti dell’amico Fla­vio («La tua deli­zia, ora, a Catul­lo / sve­le­re­sti, e tace­re non potre­sti. / Ma chis­sà che pati­ta sgual­dri­nel­la / ami, inve­ce: e hai ver­go­gna a confessarlo»).

Altrove poi  la leggerezza è riequilibrata dalla verticalità della lingua poetica nei cosiddetti carmina docta.

D’altra par­te, Catul­lo stes­so vestì i pan­ni del tra­dut­to­re per la sua ver­sio­ne del­la Chio­ma di Bere­ni­ce – ori­gi­na­le gre­co di Cal­li­ma­co – e sape­va for­se meglio di tut­ti noi che il buon tra­dut­to­re è quel­lo in gra­do di expri­me­re e non sol­tan­to di ver­te­re un testo, cioè cali­bra­re il rifa­ci­men­to sti­li­sti­co per­so­na­le e la for­ma del­la lin­gua di partenza. 

Se è vero che la sto­ria è cicli­ca come ci han­no inse­gna­to Tuci­di­de e Vico, ai gior­ni nostri si dimo­stra di aver impa­ra­to mol­to poco nell’arte del tra­dur­re, a par­ti­re dall’ultima tra­du­zio­ne Einau­di del roman­zo Moby Dick. Otta­vio Fati­ca, che di soli­to è un tra­dut­to­re eccel­len­te come per varie ope­re di Kipling, ci resti­tui­sce il capo­la­vo­ro di Her­man Mel­vil­le in una for­ma anche più anti­ca del seco­lo in cui ven­ne scrit­to. La volon­tà pio­ne­ri­sti­ca di ren­de­re con ade­gua­tez­za la com­ples­si­tà del­la lin­gua di Mel­vil­le, spes­so incli­ne a un suo pro­prio fra­seg­gio, e il nobi­le ten­ta­ti­vo di svec­chia­re la tra­du­zio­ne sca­do­no in un lin­guag­gio tor­to e ritor­to, ver­bo­so, spes­so così sten­ta­to che sem­bra man­ca­re un respi­ro uni­vo­co sot­te­so a tut­ta la nar­ra­zio­ne. Se si sfo­glia­no le sole pri­me pagi­ne va da sé sen­tir­si a dir poco ina­de­gua­ti, sia a Mel­vil­le che a Fati­ca: «with a phi­lo­so­phi­cal flou­rish» è reso «con filo­so­fi­co pana­che»; «I quie­tly take to the ship» con «io inve­ce piglio e m’imbarco» a raf­fron­to del­la ver­sio­ne di Pave­se «io che­to che­to mi met­to in mare»; l’uno trom­bo­neg­gia: «Un cam­mi­no tor­tuo­so ser­pe e s’addentra in sel­ve remo­te e va a toc­ca­re la con­ge­rie dei con­traf­for­ti di mon­ta­gne intri­te del ceru­leo dei pen­dii» e si arri­va alla fine del­la fra­se qua­si sen­za fia­to, men­tre l’altro è così chia­ro e così niti­do che sem­bra di leg­ge­re una del­le sue poe­sie: «Lon­ta­no, in remo­te bosca­glie, si spro­fon­da una stra­da ser­peg­gian­te, fino ai sovra­stan­ti spe­ro­ni di mon­ti immer­si nell’azzurro del­le case». 

Alla fine for­se è pro­prio que­sto un altro pun­to cru­cia­le nel­la tra­du­zio­ne, oltre alla sal­va­guar­dia dell’autenticità del testo: la capa­ci­tà di uno scrit­to­re – come Pave­se o altri al suo posto – di scen­de­re a com­pro­mes­si con il pro­prio sti­le, la pro­pria poe­ti­ca e se stes­si rispet­to a un’altra per­so­na. In que­sti casi la tra­du­zio­ne, nel­la fat­ti­spe­cie le cosid­det­te tra­du­zio­ni d’autore, sono un arric­chi­men­to ine­gua­glia­bi­le per chi scri­ve e per chi leg­ge, per­ché la let­te­ra­tu­ra è mime­ti­ca e, for­se, in un tem­po diver­so dal nostro un Byron, uno Sten­d­hal e un Fosco­lo, sedu­ti a un tavo­lo, irri­do­no l’Ilia­de del decre­pi­to Vin­cen­zo Mon­ti aspet­tan­do il pranzo. 

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