Antigone al Teatro Puccini, tra mito e disobbedienza

Quest’opera di Sofo­cle andò in sce­na per la pri­ma vol­ta nel 442 a.C. e con­ti­nua a gode­re di una straor­di­na­ria for­tu­na anco­ra oggi.

Antigone è una disobbediente civile: infrange le leggi dello Stato per rispettare quelle umane di fratellanza e amore.

Il sen­so con­tem­po­ra­neo di Anti­go­ne sta nel­la natu­ra e nel­la for­ma dia­let­ti­ca del con­fron­to. Non è un con­fron­to tra posi­zio­ni di pote­re. Anti­go­ne non offre una solu­zio­ne poli­ti­ca alter­na­ti­va a Creon­te, ma è l’annuncio che una tesi poli­ti­ca, matu­ra­ta nel­le rego­le del pen­sie­ro ed espres­sa attra­ver­so la sacra­li­tà del­la paro­la nel momen­to in cui pren­de for­ma nel­la polis sco­pre che la sua com­piu­tez­za si mani­fe­sta solo gra­zie alle sue aporie.

Que­ste le paro­le di Gigi Dall’Aglio, regi­sta di Anti­go­ne in sce­na ora al Tea­tro Elfo Puc­ci­ni di Mila­no.

La poten­za del dram­ma sofo­cleo risie­de in pri­mis nel­le paro­le del dram­ma­tur­go gre­co. La sfi­da del­la mes­sin­sce­na risie­de inve­ce nel­le scel­te regi­sti­che, nel­la tra­du­zio­ne e nel­le capa­ci­tà degli atto­ri di resti­tui­re un clas­si­co in manie­ra nuova.

In sce­na gli atto­ri for­ma­no il coro degli anzia­ni di Tebe e a tur­no esco­no da que­sto ruo­lo per inter­pre­ta­re altri per­so­nag­gi: Sere­na Sini­ga­glia è Anti­go­ne, Fran­ce­sca Por­ri­ni è Isme­ne, Ste­fa­no Orlan­di è Creon­te, Aram Kiam è il mes­sag­ge­ro, David Remon­di­ni è Emo­ne, Car­la Man­zon è Tire­sia, San­dra Zoc­co­lan è il cori­feo. La dimen­sio­ne musi­ca­le è for­se la più ori­gi­na­le del­la mes­sin­sce­na: Gigi Dall’Aglio sce­glie di met­te­re in musi­ca gli sta­si­mi, annun­cia­ti da un gong e da un tito­lo dal cori­feo e poi reci­ta­te in coro da tut­ti gli atto­ri. L’effetto è uno stra­nia­men­to di bre­ch­tia­na memo­ria, un momen­to di rifles­sio­ne per lo spet­ta­to­re che, sug­ge­stio­na­to e por­ta­to lon­ta­no dal­la musi­ca, può pren­der­si del tem­po per far depo­si­ta­re quel­lo che ha appe­na visto e pre­pa­rar­si per anda­re avan­ti; è come pren­der­si dei respi­ri pri­ma del­la fine.
Di par­ti­co­la­re effet­to, anche visi­vo, c’è sicu­ra­men­te la sta­si­mo con la dan­za bac­chi­ca, con­no­ta­to da un ros­so cupo, che richia­ma alla paz­zia e al san­gue versato.

All’interno del­la sce­no­gra­fia svet­ta il mono­li­te su cui è scrit­to l’editto di Creon­te e, sul fon­do, un cumu­lo di ter­ra, memo­ran­dum dell’illegale sepol­tu­ra di Poli­ni­ce da par­te di Anti­go­ne. Gli ele­men­ti sce­ni­ci si distin­guo­no tut­ti per la loro dut­ti­li­tà, che, nel­le mani degli atto­ri, cam­bia­no for­ma e uso adat­tan­do­si alle circostanze.

Il dram­ma di Anti­go­ne si svol­ge ver­so la fine con un rit­mo ser­ra­to, sot­to­li­nea­to anche dal­la musi­ca e da un cre­scen­do di con­flit­ti che non pos­so­no che risol­ver­si con la mor­te: Anti­go­ne e il suo pro­mes­so spo­so, Emo­ne, si ucci­do­no in una grot­ta, per poter­si incon­tra­re nel regno dei mor­ti e rea­liz­za­re il loro sogno di noz­ze; Euri­di­ce, moglie di Creon­te, si sui­ci­da per il dolo­re per la per­di­ta del figlio. A Creon­te, re rima­sto ormai solo, non resta che implo­ra­re gli dei e chie­der­gli una solu­zio­ne. Ma ormai è trop­po tardi.

Alla fine però, un albe­ro cre­sce sopra il cumu­lo di ter­ra che ades­so pro­teg­ge anche Anti­go­ne, Emo­ne ed Euri­di­ce, sim­bo­lo for­se di una nuo­va spe­ran­za di vita che avvie­ne in pri­mis attra­ver­so una pre­sa di posi­zio­ne politica.

Il mes­sag­gio poli­ti­co dell’Antigone sofo­clea è par­ti­co­lar­men­te impor­tan­te se si con­si­de­ra anche la sto­ria recen­te del­la com­pa­gnia Atir, da due anni orfa­na del­la sua casa, il Tea­tro Rin­ghie­ra. Scri­ve Sere­na Sini­ga­glia, diret­tri­ce del­la com­pa­gnia e pro­ta­go­ni­sta del­lo spet­ta­co­lo:

Anti­go­ne per­ché rac­chiu­de den­tro di sé tut­to il dolo­re, tut­ta la con­trad­di­zio­ne, tut­te le doman­de (e le spe­ran­ze) che si sono river­sa­te su di noi all’indomani del­la deci­sio­ne comu­na­le di chiu­de­re il Tea­tro Rin­ghie­ra. Era come tro­var­si di fron­te al cor­po di Poli­ni­ce. Un tea­tro vie­ne chiu­so per ragio­ni di sicu­rez­za: ma un tea­tro chiu­so è un “cor­po” mor­to abban­do­na­to al degra­do del tempo.

Il tea­tro e la regia si riap­pro­pria­no qui del loro ruo­lo poli­ti­co. L’auspicio è che ogni tea­tro sia una pic­co­la Anti­go­ne del pano­ra­ma cul­tu­ra­le odierno.

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Sheila Khan

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