Jair Bolsonaro, un “cuore di tenebra”

120 anni fa veni­va pub­bli­ca­to uno dei più gran­di capo­la­vo­ri del­la let­te­ra­tu­ra mon­dia­le, Heart of Dar­k­ness di Jose­ph Con­rad. Quest’opera, nono­stan­te nel tem­po abbia subì­to diver­se accu­se di raz­zi­smo e si apra a una mol­te­pli­ci­tà d’in­ter­pre­ta­zio­ni, ave­va come obiet­ti­vo la cri­ti­ca nei con­fron­ti di ogni spie­ta­ta for­ma di colo­niz­za­zio­ne e di pre­va­ri­ca­zio­ne da par­te dei con­qui­sta­to­ri sul­le ter­re ine­splo­ra­te, e in par­ti­co­la­re, sul­le loro popo­la­zio­ni native.

Colo­niz­za­zio­ne come civi­liz­za­zio­ne, in quan­to atto di vio­len­za eser­ci­ta­to su popo­la­zio­ni che, per il solo fat­to di esse­re diver­se, ven­go­no rite­nu­te infe­rio­ri (“inci­vi­li”), e sono quin­di fat­te ogget­to del­la «mis­sio­ne civi­liz­za­tri­ce» di cui i bian­chi si sono autoin­ve­sti­ti. (Intro­du­zio­ne a Heart of Dar­k­ness di Giu­sep­pe Ser­to­li)

E nono­stan­te sia tra­scor­so del tem­po dal­le pri­me colo­niz­za­zio­ni in India, Ame­ri­ca e Afri­ca ma non solo, il pre­si­den­te bra­si­lia­no Jair Bol­so­na­ro di oggi, 2019, sem­bra in qual­che modo una rein­car­na­zio­ne di quel­le furie cie­che del pas­sa­to (e come lui mol­te altre per­so­na­li­tà del pano­ra­ma con­tem­po­ra­neo), rispec­chian­do la visio­ne e l’agire del Kur­tz di Con­rad. Una figu­ra che è la per­so­ni­fi­ca­zio­ne del­la real­tà colo­nia­li­sta inte­sa come poli­ti­ca di con­qui­sta, sfrut­ta­men­to e ster­mi­nio. Kur­tz, un uomo “vuo­to”, che come il Nie­tzsche degli ulti­mi anni, sogna­va per sé un enor­me impe­ro pri­va­to, al ritor­no dal qua­le tut­te le più gran­di per­so­na­li­tà mon­dia­li l’a­vreb­be­ro atte­so e accol­to come un eroe, eroe il cui più gran­de tra­guar­do sem­bra quel­lo di appro­priar­si del­la natu­ra, mas­sa­crar­ne i popo­li e ridur­re tut­to ciò che tro­va ad una mera copia del­la sua vuo­ta identità.

Una del­le rifles­sio­ni più impor­tan­ti con­te­nu­te in Heart of dar­k­ness — e più vol­te con­te­sta­ta, anche da auto­ri di fama mon­dia­le come Ache­be — riguar­da il fat­to che que­sto anti­e­roe pro­ta­go­ni­sta sem­bra aver tro­va­to in que­ste ter­re scon­fi­na­te e sco­no­sciu­te la fol­lia, sem­bra esser­si ridot­to a un “sel­vag­gio come la ter­ra ed il popo­lo che lui stes­so cer­ca­va di ridur­re in schia­vi­tù”. Ma la con­clu­sio­ne fon­da­men­ta­le alla qua­le arri­va è che que­sto tipo di fol­lia sia peri­co­lo­sa per chiun­que si adden­tri in un uni­ver­so dif­fe­ren­te dal con­sue­to, non per­ché i suoi popo­li e le sue ter­re spin­ga­no a diven­ta­re sel­vag­gi o fol­li, ma ben­sì per­ché istin­ti pri­mor­dia­li sono insi­ti in ogni uomo, e l’allontanarsi dal­la cosid­det­ta civil­tà spin­ge­reb­be ad abban­do­na­re ogni regi­me e con­ven­zio­ne socia­le per dare sfo­go, come suc­ce­de appun­to al pro­ta­go­ni­sta del roman­zo, a un abban­do­no tota­le a que­sti istin­ti di ses­sua­li­tà libe­ra, di vio­len­za sen­za con­fi­ni, di vera e pro­pria fol­lia e cadu­ta negli abis­si dell’umanità. Que­sto però non lo assi­mi­la in alcun modo ai popo­li nati­vi dei luo­ghi del Con­go, in cui il roman­zo è ambien­ta­to, ma al con­tra­rio lo distan­zia da loro, che rie­sco­no ad esse­re uma­ni pur in quel­le con­di­zio­ni in cui sono for­za­ti a una tota­le assen­za di uma­ni­tà, pri­va­ti del­la loro ter­ra, del­le loro cre­den­ze e del loro sti­le di vita, costret­ti ad una stre­man­te dan­za “del com­mer­cio e del­la morte”.

L’intuizione di Mar­low, il per­so­nag­gio attra­ver­so la cui visio­ne è fil­tra­to il rac­con­to, è il fat­to che ogni atto cono­sci­ti­vo sia sostan­zial­men­te alla base di ogni atto di domi­nio, e che la cono­scen­za è essa stes­sa for­ma di pote­re, una for­ma di pote­re fero­ce anche se in manie­ra diver­sa, ed “eser­ci­tar­la nei con­fron­ti dell’Altro equi­va­le a eser­ci­ta­re su di esso una vio­len­za che lo espro­pria del­la sua iden­ti­tà per attri­buir­glie­ne — impor­glie­ne — una diver­sa ed estra­nea”. La cono­scen­za dell’altro da noi e del diver­so, come nel caso del­le popo­la­zio­ni indi­ge­ne bra­si­lia­ne, impli­ca pur­trop­po in mol­ti casi un ten­ta­ti­vo di com­pren­sio­ne che cer­ca di ricon­dur­re il loro sti­le di vita ai nostri sche­mi inter­pre­ta­ti­vi e razio­na­li, ridu­cen­do tut­ta l’operazione ad un mero pro­ces­so di mani­po­la­zio­ne e di svuo­ta­men­to, per usa­re una meta­fo­ra conradiana.

Come si può quin­di cono­sce­re dav­ve­ro l’altro? Occor­re­reb­be un’operazione come quel­la di Kur­tz, che si abban­do­na lui stes­so a istin­ti pri­mor­dia­li, per­den­do­si? Per lascia­re intat­te que­ste iden­ti­tà biso­gne­reb­be quin­di evi­ta­re di eser­ci­ta­re qual­sia­si for­ma di pote­re e smet­te­re di pre­ten­de­re di cono­scer­le dall’esterno e di sape­re cosa sia meglio per loro. Chi sia­mo noi per rite­ner­ci più “civi­li” e per sen­tir­ci in dirit­to di usur­pa­re ter­ri­to­ri e cul­tu­re? Chi dice che la nostra reli­gio­ne (o non reli­gio­ne) sia meglio del­la loro?

“Al culmine di sé la (cosiddetta) civiltà si rovescia nel suo contrario: in una barbarie che nell’atto di distruggere l’Altro da sé distrugge se stessa riducendo tutto, uomini e cose, ad un’unica grande carcassa.” (Introduzione a Heart of Darkness di Giuseppe Sertoli)

Sen­za con­ta­re i dan­ni sul pia­no eco­lo­gi­co, peri­co­lo­si non sol­tan­to per il Bra­si­le, ma per l’intero eco­si­ste­ma glo­ba­le, viste le volon­tà del pre­si­den­te di sacri­fi­ca­re una del­le fore­ste più anti­che e fon­da­men­ta­li per il nostro pia­ne­ta a col­ti­va­zio­ni inten­si­ve e pro­fit­ti del­le mul­ti­na­zio­na­li. Lo stes­so atto di costrui­re, di distrug­ge­re i pol­mo­ni del mon­do che già in un’al­tra ope­ra del pas­sa­toIl crol­lo — veni­va rac­con­ta­to con estre­ma luci­di­tà da Chi­nua Achebe.

Ache­be, anch’egli una del­le per­so­na­li­tà let­te­ra­rie fon­da­men­ta­li per quan­to riguar­da la colo­niz­za­zio­ne e le rifles­sio­ni a riguar­do, in un sag­gio di cri­ti­ca all’opera di Con­rad scrive:

Afri­ca is to Euro­pe as the pic­tu­re is to Dorian Gray — a car­rier onto whom the master unloads his phy­si­cal and moral defor­mi­ties so that he may go for­ward, erect and immaculate.

Que­sta meta­fo­ra è, mol­to tri­ste­men­te, anco­ra oggi appli­ca­bi­le a mol­te situa­zio­ni. A quel­la par­ti­co­la­re del Bra­si­le si potreb­be ridur­re il para­go­ne al con­te­sto inter­no al pae­se, ipo­tiz­zan­do il fat­to che i ter­ri­to­ri anco­ra oggi in pos­ses­so degli indi­ge­ni sia­no per il resto del pae­se lo spec­chio a cui guar­da­re per sen­tir­si più “avan­za­ti”, più “pro­gre­di­ti” o sem­pli­ce­men­te (e para­dos­sal­men­te) più giusti.

Con­di­vi­di:
Arianna Preite
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moderne.
Mi appas­sio­na­no le con­ver­sa­zio­ni sti­mo­lan­ti, ma non le chiac­chie­re di pri­ma mattina.