La lunga attesa del Venezuela

Members of the opposition of Venezuelan government shout slogans facing policemen during a demonstration in Caracas on July 27, 2016 Venezuela's opposition called protests Wednesday to demand electoral authorities allow a referendum on removing President Nicolas Maduro from power, a day after the government moved to outlaw the coalition. The opposition is hoping pressure from Venezuelans fed up with the country's deep recession, food and medicine shortages, and mounting chaos will force the authorities to allow a recall referendum against Maduro. / AFP / JUAN BARRETO (Photo credit should read JUAN BARRETO/AFP/Getty Images)

Lo scor­so 10 gen­na­io il pre­si­den­te vene­zue­la­no Nico­las Madu­ro ha inau­gu­ra­to il suo secon­do man­da­to, che dovreb­be dura­re fino al 2025.
I migran­ti vene­zue­la­ni emi­gra­ti in Colom­bia si aspet­ta­no “altri sei anni di sof­fe­ren­za”, come rac­con­ta­no al perio­di­co colom­bia­no El Tiem­po.

Secon­do l’Organizzazione Inter­na­zio­na­le per le Migra­zio­ni sono tre milio­ni colo­ro che sen­za pos­si­bi­li­tà, rispar­mi, gene­ri ali­men­ta­ri, medi­ci­na­li, istru­zio­ne e beni di pri­ma neces­si­tà, han­no dovu­to lascia­re il Vene­zue­la negli ulti­mi anni.

La sinistra chavista aveva promesso ben altro ai venezuelani. Il Venezuela di Maduro, però, non è più quello di Chávez.

Quat­tro anni dopo il suo arri­vo al pote­re, Hugo Chá­vez dovet­te affron­ta­re un col­po di sta­to da par­te del­le for­ze arma­te, che lo desti­tui­ro­no per evi­ta­re la crea­zio­ne di una nuo­va Cuba. Era il 2002 e allo­ra un’immediata mobi­li­ta­zio­ne popo­la­re deter­mi­nò il rein­se­dia­men­to al pote­re del lea­der boli­va­ria­no e l’avvio di una fase di radi­ca­liz­za­zio­ne. Chá­vez ave­va annun­cia­to con deter­mi­na­zio­ne di voler rea­liz­za­re un socia­li­smo demo­cra­ti­co e uma­ni­sta attra­ver­so una rivo­lu­zio­ne “boli­va­ria­na e antim­pe­ria­li­sta”. Il rife­ri­men­to poli­ti­co-cul­tu­ra­le è sem­pre sta­to Simón Bolí­var, lea­der indi­pen­den­ti­sta vene­zue­la­no che com­bat­té per libe­ra­re l’America Lati­na dal­la coro­na spa­gno­la e — non a caso — da tut­ti ricor­da­to come “liber­ta­dor”.

Il chavismo è entrato a far parte della storia dei movimenti politici latinoamericani, caratterizzato com’era dall’ibridazione tra nazionalismo militare, personalismo e solidarismo.

Quest’ultimo ele­men­to pre­sup­po­ne­va una soli­da­rie­tà di clas­se e l’aspirazione alla reden­zio­ne degli oppres­si attra­ver­so l’espansione del ruo­lo del­lo Sta­to in eco­no­mia, sen­za però con­ce­der­si allean­ze inter­clas­si­ste — come inve­ce pre­sup­po­ne­va il popu­li­smo clas­si­co degli anni Tren­ta. Le cri­ti­che, cer­to, c’erano anche allo­ra. In tut­to il mon­do ci si chie­de­va se Chá­vez fos­se un dit­ta­to­re, un bene­fat­to­re o un abi­le popu­li­sta carismatico.

Alle critiche, i sostenitori rispondevano con un’altra domanda: perché non si accetta che i venezuelani abbiano scelto Chávez perché volevano proprio lui?

Alla sua mor­te, Chá­vez ha lascia­to al suo ere­de Madu­ro il com­pi­to di pro­se­gui­re il pro­get­to da lui avvia­to. Oggi, però, la legit­ti­mi­tà del suo secon­do man­da­to è mes­sa in discussione.
I dub­bi non riguar­da­no solo le ele­zio­ni che lo han­no con­fer­ma­to, ben­ché anche su quel­le ci sareb­be da discu­te­re. La vit­to­ria del­lo scor­so mag­gio, con il 68% dei con­sen­si, è arri­va­ta in un con­te­sto elet­to­ra­le tur­bo­len­to, scos­so dai pre­sun­ti bro­gli e da un’affluen­za scar­sis­si­ma (48% secon­do i dati uffi­cia­li, 30% secon­do quel­li del­le oppo­si­zio­ni e degli indi­pen­den­ti), comun­que non in gra­do di supe­ra­re la soglia del 50%+1.

La categoria di amico/nemico è da sempre la più rilevante in politica.

Nes­su­no dei gover­ni lati­noa­me­ri­ca­ni che han­no ade­ri­to Grup­po di Lima rico­no­sce la legit­ti­mi­tà del nuo­vo man­da­to, tran­ne uno: il Mes­si­co. Da gior­ni, infat­ti, il pre­si­den­te Andrés Manuel López Obra­dor ave­va annun­cia­to che un pro­prio rap­pre­sen­tan­te sareb­be sta­to pre­sen­te al giu­ra­men­to. Men­tre Madu­ro rice­ve­va la fascia pre­si­den­zia­le dal pre­si­den­te del Tri­bu­na­le supre­mo di giu­sti­zia, ad assi­ster­vi vi era­no solo 4 pre­si­den­ti lati­noa­me­ri­ca­ni su 19.

Oggi Madu­ro di ami­ci ne ha pochi. Tra que­sti vi sono alcu­ni soli­ti noti: la Cina, la Rus­sia, la Tur­chia e Cuba ma, a par­te loro, in mol­ti lo han­no abban­do­na­to, in Ame­ri­ca Lati­na e altro­ve. Si trat­ta, innan­zi­tut­to, dei milio­ni di vene­zue­la­ni che sono scap­pa­ti dal­la mise­ria, dall’infla­zio­ne alle stel­le, dal­la caren­za di ser­vi­zi basi­ci e dal­la disoc­cu­pa­zio­ne. Ci sono i mem­bri del movi­men­to stu­den­te­sco che in set­ti­ma­na han­no mani­fe­sta­to con­tro il giuramento.

Tra i nemi­ci di Madu­ro c’è anche il Par­la­men­to, dove l’opposizione ha la mag­gio­ran­za. Jaun Gai­dò — che lo pre­sie­de — ha lan­cia­to un appel­lo per una “mas­sic­cia mobi­li­ta­zio­ne popo­la­re” il pros­si­mo 23 gen­na­io. L’obiettivo è con­vo­ca­re nuo­ve elezioni.

È pas­sa­to il tem­po in cui c’era chi si chie­de­va chi ha man­da­to in rovi­na il Vene­zue­la. La cadu­ta del prez­zo del petro­lio spie­ga solo in par­te la cri­si poli­ti­ca e isti­tu­zio­na­le degli ulti­mi anni, ben­ché l’economia vene­zue­la­na si basi – in gran par­te – pro­prio su que­sta risor­sa. Dopo tut­to, i pae­si lati­noa­me­ri­ca­ni sono abi­tua­ti alle sof­fe­ren­ze lega­te ad eco­no­mie che dipen­do­no, trop­po spes­so, solo dall’esportazione di mate­rie pri­me. La déca­da dora­da lati­noa­me­ri­ca­na (2004–2014) — il decen­nio di gene­ra­liz­za­ta cre­sci­ta eco­no­mi­ca favo­ri­ta, in pri­mis, dall’aumento dei prez­zi del­le mate­rie pri­me espor­ta­te — non pote­va dura­re per sem­pre. Con essa è fini­ta un’epoca, la reces­sio­ne si è riper­cos­sa sull’elettorato e in mol­ti pae­si del­la regio­ne si è dif­fu­sa l’indignazione per la cor­ru­zio­ne gene­ra­liz­za­ta del­la clas­se poli­ti­ca e le intol­le­ra­bi­li disu­gua­glian­ze. Eppu­re, nes­sun pae­se lati­noa­me­ri­ca­no ha vis­su­to un eso­do di mas­sa lon­ta­na­men­te para­go­na­bi­le a quel­lo che il Vene­zue­la vive oggi.

In molti, ormai, pensano di sapere chi ha la responsabilità politica del disastro venezuelano.

Per Trump, ad esem­pio, è tut­ta col­pa del socia­li­smo. Per alcu­ni ana­li­sti, è col­pa del­la cor­ru­zio­ne dei ver­ti­ci poli­ti­ci e mili­ta­ri. Per Madu­ro la col­pa è da attri­bui­re all’impe­ria­li­smo nor­da­me­ri­ca­no, come ha ricor­da­to anche nel suo discor­so inaugurale.

Di cer­to, se le cose non cam­bie­ran­no saran­no sei anni mol­to lun­ghi per il Vene­zue­la. I vene­zue­la­ni sono già in attesa.

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Letizia Gianfranceschi
Stu­den­tes­sa di Rela­zio­ni Inter­na­zio­na­li. Il mon­do mi incu­rio­si­sce. Mi inte­res­so di dirit­ti. Amo la let­te­ra­tu­ra, le lin­gue stra­nie­re e il tè.

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