L’irresistibile declino di Luigi Di Maio

Innan­zi­tut­to, un fat­to: il capo poli­ti­co dei Cin­que Stel­le Lui­gi Di Maio è giun­to al gover­no dopo una cam­pa­gna elet­to­ra­le di pro­mes­se e annun­ci, di dichia­ra­zio­ni a effet­to e di evi­den­ti ten­ta­ti­vi d’ingraziarsi l’elettorato. Fin qui nul­la di stra­no: lo fan­no — chi più, chi meno — tut­ti i poli­ti­ci. Il pro­ble­ma sor­ge però quan­do que­ste pro­mes­se non si man­ten­go­no.

La gran­de quan­ti­tà di spe­ran­ze e illu­sio­ni ali­men­ta­te dai gril­li­ni pri­ma del voto ha susci­ta­to un cre­di­to di entu­sia­smo per il gover­no gial­lo-ver­de pra­ti­ca­men­te sen­za pre­ce­den­ti. Dopo qua­si otto mesi di pote­re l’esecutivo di Giu­sep­pe Con­te gode anco­ra, in par­ti­co­la­re negli ulti­mi son­dag­gi, del con­sen­so record del 55% dei cit­ta­di­ni. Tut­ta­via è bene evi­den­zia­re che le pri­me cre­pe nel muro dei con­sen­si costrui­to da Di Maio e Sal­vi­ni ini­zia­no a intra­ve­der­si. E in par­ti­co­la­re per Di Maio. Que­sto è dovu­to prin­ci­pal­men­te all’enorme spro­por­zio­ne tra le pro­mes­se elet­to­ra­li e i rea­li prov­ve­di­men­ti adot­ta­ti dopo le elezioni.

L’esempio più lam­pan­te dell’asim­me­tria tra pro­mes­se e fat­ti è rap­pre­sen­ta­to dal tan­to cele­bra­to red­di­to di cit­ta­di­nan­za, che in ori­gi­ne dove­va vale­re 30 miliar­di ed esse­re este­so a una pla­tea amplis­si­ma di bene­fi­cia­ri e poi, con­ti alla mano, è sta­to net­ta­men­te ridi­men­sio­na­to tra i 6 e gli 8 miliar­di di euro.

Ciò che col­pi­sce, nel­la gestio­ne di que­sta vicen­da e in gene­ra­le nell’azione poli­ti­ca di Di Maio, è la ten­den­za a men­ti­re — e a smen­tir­si — con gran­de fre­quen­za. Il pun­to è che il vice-pre­mier men­te, dicia­mo così, per atti­tu­di­ne, per defor­ma­zio­ne per­so­na­le. Le sue bugie non nasco­no da una neces­si­tà poli­ti­ca pre­ci­sa, ma sca­tu­ri­sco­no dal­la spin­ta all’improvvisazione che carat­te­riz­za l’intera clas­se diri­gen­te gril­li­na.

Insomma: mentire per ammansire l’elettorato, quasi come cifra distintiva. Perché l’elettorato, fino ad adesso, è rimasto insensibile alle bugie e alle giravolte di Di Maio e dei suoi ministri.

In que­sto, nel­la capa­ci­tà dire bugie sen­za mai scot­tar­si, il nuo­vo cor­so pen­ta­stel­la­to è incre­di­bil­men­te simi­le a quel­lo del suo arci­ne­mi­co Ber­lu­sco­ni.

Di Maio scon­ta una posi­zio­ne di natu­ra­le infe­rio­ri­tà nei con­fron­ti di Sal­vi­ni, che si è affer­ma­to come lea­der for­te del gover­no, ha por­ta­to la Lega a nume­ri da capo­gi­ro — qua­si al 35% — e fat­to pas­sa­re il mes­sag­gio chia­ro e net­to di aver fer­ma­to l’immigrazione. Inu­ti­le cavil­la­re, inu­ti­le dimo­stra­re che gli sbar­chi era­no dimi­nui­ti anche con Min­ni­ti, il pre­ce­den­te mini­stro: Sal­vi­ni si tro­va in una posi­zio­ne di for­za, cosid­det­ta win-win, al momen­to dif­fi­cil­men­te scal­fi­bi­le. Di Maio inve­ce ne esce anni­chi­li­to, affan­na­to. Non rie­sce a impor­si, né a con­qui­sta­re que­gli spa­zi di visi­bi­li­tà che Sal­vi­ni, gra­zie alle sue mano­vre a costo zero — a dif­fe­ren­za del costo­sis­si­mo red­di­to di cit­ta­di­nan­za — è riu­sci­to a conquistarsi.

Le idee e le proposte storiche del Movimento Cinque Stelle sono lentamente scomparse dall’agenda politica. L’inesperienza e l’insipienza politica di Di Maio, in questo senso, hanno una responsabilità enorme.

Come ha evi­den­zia­to Fran­ce­sco Cun­da­ri su Rivi­sta Stu­dio è in real­tà il com­por­ta­men­to stes­so del lea­der gril­li­no a lascia­re interdetti:

L’alleato idea­le di qua­lun­que pre­po­ten­te al pote­re: quel­lo che non ti dice mai di no, ma sem­pre di ni, così da tra­sfor­ma­re ogni tua più mode­sta vit­to­ria in un trion­fo schiac­cian­te. La Tit­ti che ogni Gat­to Sil­ve­stro sogna di incon­tra­re. Il per­fet­to spar­ring-part­ner di governo.

Di Maio, di fron­te alle pre­te­se sal­vi­nia­ne, segue un cano­vac­cio sor­pren­den­te­men­te costan­te: si dis­so­cia, di soli­to per boc­ca di qual­che suo com­pa­gno di par­ti­to o attra­ver­so qual­che veli­na pas­sa­ta ai gior­na­li, accen­na una fle­bi­le for­ma di resi­sten­za, cede nel giro di qual­che ora e fini­sce, imper­ter­ri­to, per asse­con­da­re in tut­to e per tut­to l’alleato di gover­no. Que­sto modus ope­ran­di è straor­di­na­ria­men­te ine­di­to, per­ché rea­liz­za nel­la real­tà tut­to ciò che inte­re gene­ra­zio­ni di poli­ti­ci e poli­ti­can­ti non si sono mai azzar­da­te a fare.

Ma tut­to que­sto ha un prez­zo. Il con­ti­nuo pro­ces­so di logo­ra­men­to del­le tra­di­zio­na­li posi­zio­ni gril­li­ne che si regi­stra su tut­ti i temi cal­di — migran­ti, gran­di ope­re, ener­gia, ambien­te, red­di­to di cit­ta­di­nan­za — non è affat­to indo­lo­re. Infat­ti, nei son­dag­gi, la Lega di Sal­vi­ni avan­za e il M5S cala ine­so­ra­bil­men­te. E il gio­co con­ti­nuo al benal­tri­smo, alla distra­zio­ne di mas­sa — la vigi­lia del boom eco­no­mi­co, la far­se­sca pole­mi­ca sul fran­co Fca, Lino Ban­fi all’Unesco — non può esse­re infi­ni­to, né tan­to­me­no proficuo.

Resta da chie­der­si qua­li sia­no le pro­spet­ti­ve di un Lui­gi Di Maio così in dif­fi­col­tà. Il mal­de­stro ten­ta­ti­vo di cer­ca­re un’alleanza, un avvi­ci­na­men­to, con i “gilet gial­li”, pron­ta­men­te respin­to, ha dimo­stra­to per l’ennesima vol­ta le dif­fi­col­tà che incon­tra una for­za anti-siste­ma — e soprat­tut­to non con­no­ta­ta da trat­ti ideo­lo­gi­ci chia­ri — quan­do deve assu­me­re deci­sio­ni di lun­go ter­mi­ne e di più ampio respi­ro. Le ele­zio­ni euro­pee di mag­gio saran­no un pas­sag­gio fon­da­men­ta­le. Men­tre da una par­te Sal­vi­ni ha ben chia­ra la sua posi­zio­ne sovra­ni­sta e le sue allean­ze con­ti­nen­ta­li, da Le Pen a Orban, e dall’altra Car­lo Calen­da pro­va a rac­co­glie­re intor­no a una lista for­te­men­te euro­pei­sta l’intero cen­tro-sini­stra, i Cin­que Stel­le non han­no nes­sun pro­get­to euro­peo, né un’alleanza a livel­lo sovra­na­zio­na­le da poter spen­de­re. Si tro­va­no, anche da que­sto pun­to di vista, in un vico­lo cie­co.

Que­sto ver­ti­gi­no­so imbu­to nel qua­le Di Maio si è fic­ca­to con­dur­rà pre­sto il lea­der gril­li­no a una resa dei con­ti trau­ma­ti­ca. La subal­ter­ni­tà a Sal­vi­ni lo costrin­ge­rà a paga­re un prez­zo di con­sen­so altis­si­mo, men­tre il ritor­no di Di Bat­ti­sta, e con lui dell’originaria vena movi­men­ti­sta dei Cin­que Stel­le, rischie­rà di intrap­po­lar­lo in una posi­zio­ne inso­ste­ni­bi­le, nel Movi­men­to e nel gover­no. Chis­sà che tut­to ciò non si con­cre­tiz­zi già alle ele­zio­ni europee.

Insom­ma Di Maio, alla luce del­le dif­fi­col­tà e degli erro­ri degli ulti­mi mesi, risal­ta sul­la sce­na poli­ti­ca come il più ina­de­gua­to di tut­ti. Come un pesce fuor d’acqua. Come Hugh Grant, si pas­si il para­go­ne, in Quat­tro matri­mo­ni e un fune­ra­le. Con la dif­fe­ren­za che alla fine del film Grant sta per spo­sar­si; men­tre nel­la real­tà ita­lia­na, al momen­to, non ci sono noz­ze in vista. Anzi.

Con­di­vi­di:
Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

1 Trackback & Pingback

  1. Lo schema Bersani e un futuro per il governo - Vulcano Statale

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.