Infanzie negate: la pratica della mutilazione genitale femminile

Chiun­que, in assen­za di esi­gen­ze tera­peu­ti­che, cagio­na una muti­la­zio­ne degli orga­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li è puni­to con la reclu­sio­ne di anni da quat­tro a dodi­ci. Ai fini del pre­sen­te arti­co­lo, si inten­do­no come pra­ti­che di muti­la­zio­ne degli orga­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li la cli­to­ri­dec­to­mia, l’escissione e l’infibulazione e qual­sia­si altra pra­ti­ca che cagio­ni effet­ti del­lo stes­so tipo. Chiun­que, in assen­za di esi­gen­ze tera­peu­ti­che, pro­vo­ca, al fine di meno­ma­re le fun­zio­ni ses­sua­li, lesio­ni agli orga­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li diver­se da quel­le indi­ca­te dal pri­mo com­ma, da cui deri­vi una malat­tia nel cor­po e nel­la men­te, è puni­to con la reclu­sio­ne da tre a set­te anni. […]

Que­sta par­zia­le enun­cia­zio­ne dell’articolo 583 bis del codi­ce pena­le ita­lia­no vie­ta una pra­ti­ca inu­ma­na e degra­dan­te che, come cita­to dal­lo stes­so arti­co­lo, cagio­na una malat­tia sia del cor­po che del­la mente.

Una ricerca ISTAT del 2010 evidenzia come 57.000 donne, per lo più nigeriane, sono state sottoposte alla procedura della mutilazione genitale femminile; secondo gli indici ISTAT sono almeno 5 milioni le donne regolarmente registrate in Italia.

Di que­ste, alme­no 161.457 han­no subi­to la escis­sio­ne, sen­za tra­la­scia­re il fat­to che tali indi­ci non ten­go­no con­to del­le don­ne non rego­lar­men­te regi­stra­te. È neces­sa­rio, però ana­liz­za­re nel pro­fon­do, l’impatto di que­sto feno­me­no giac­ché rive­ste impor­tan­za internazionale.

L’Orga­niz­za­zio­ne mon­dia­le per la Sani­tà (OMS) distin­gue diver­si tipi di ope­ra­zio­ne: la cli­to­ri­der­mia, par­zia­le o tota­le aspor­ta­zio­ne del­la cli­to­ri­de, l’escis­sio­ne, cioè l’asportazione del­la cli­to­ri­de e di una par­te del­le pic­co­le lab­bra, infi­bu­la­zio­ne o cir­con­ci­sio­ne farao­ni­ca, pre­ve­de l’asportazione del­la cli­to­ri­de, del­le pic­co­le lab­bra, del­le gran­di lab­bra, dove vie­ne ope­ra­ta una cuci­tu­ra ove vie­ne solo lascia­to un pic­co­lo spa­zio per per­met­te la fuo­riu­sci­ta dell’urina o del san­gue duran­te il ciclo mestrua­le, infi­ne la sun­na che pre­ve­de un pic­co­lo taglio alla cli­to­ri­de per la fuo­riu­sci­ta di san­gue. La pra­ti­ca più cruen­ta è quel­la dell’infibulazione.

Non è pos­si­bi­le sta­bi­li­re il momen­to in cui que­ste pra­ti­che ini­zia­no a dif­fon­der­si. Alcu­ni le ricon­du­co­no all’anti­co Egit­to dei farao­ni, altri all’anti­ca Roma, qui si pos­so­no rin­ve­ni­re anche docu­men­ti, i qua­li par­la­no del­la stes­sa infi­bu­la­zio­ne che veni­va ope­ra­ta sul­le schia­ve. Si ritie­ne che sia l’infibulazione ad esse­re pra­ti­ca­ta nel perio­do farao­ni­co sia la cli­to­ri­der­mia sia com­piu­ta, fino alla secon­da metà degli anni ’50, per cura­re la nin­fo­ma­nia, pro­mi­scui­tà e mastur­ba­zio­ne. Nel 1929 i mis­sio­na­ri bri­tan­ni­ci pro­te­sta­ro­no con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li ope­ra­te dal popo­lo Kikuyu (Kenya).

Que­sta tri­bù, mol­to anti­ca, sot­to­po­ne i bam­bi­ni ad una serie di ini­zia­zio­ni, pri­ma di tut­to la per­fo­ra­zio­ne dell’orecchio, quan­do l’infante ha com­piu­to 4/5 anni, suc­ces­si­va­men­te per i maschi è pre­vi­sta la pra­ti­ca del­la cir­con­ci­sio­ne, e per le fem­mi­ne la cli­to­ri­der­mia, com­piu­ti que­sti riti di ini­zia­zio­ne da bam­bi­ni si diven­ta adul­ti, così da esse­re pron­ti al matri­mo­nio. In real­tà, sono mol­te le tri­bù che ope­ra­no que­sto inter­ven­to, defi­nen­do­la come una cir­con­ci­sio­ne, com­pro­met­ten­do così l’identità ses­sua­le del­le bam­bi­ne. Anche se le ori­gi­ni non sono di per sé cer­te, è pro­va­to che la pra­ti­ca vie­ne comun­que com­piu­ta in epo­ca moderna.

Le bambine, soprattutto se sottoposte a procedura di infibulazione, vengono educate ad un comportamento compatibile con l’operazione.

Ven­go­no loro vie­ta­te una serie di atti­vi­tà, con­si­de­ra­te nor­ma­li per un bam­bi­no, così da poter evi­ta­re la ria­per­tu­ra di pun­ti, ven­go­no loro inse­gna­te una serie di posi­zio­ni che con­sen­ta­no loro di poter cam­mi­na­re, infat­ti le don­ne sot­to­po­ste ad infi­bu­la­zio­ne han­no una cam­mi­na­ta piut­to­sto len­ta e ondu­la­ta. Inol­tre, la bam­bi­na non può più gio­ca­re con gli altri bam­bi­ni, per­ché con­si­de­ra­ta ormai un’adulta.

La MGF cono­sce, per la sua appli­ca­zio­ne, una serie di moti­vi. Una del­le moti­va­zio­ni che indu­ce a sot­to­por­re del­le bam­bi­ne mol­to pic­co­le a tale pra­ti­ca è la neces­si­tà di eli­mi­na­re quel­la par­te del geni­ta­le fem­mi­ni­le che asso­mi­glia a quel­lo maschi­le, così da ope­ra­re una sepa­ra­zio­ne net­ta tra i due ses­si. Inol­tre, la MGF, ser­ve come stru­men­to di accet­ta­zio­ne del­la pro­pria comu­ni­tà. Una bam­bi­na che vie­ne sot­to­po­sta a que­sta pra­ti­ca vie­ne rico­no­sciu­ta e rispet­ta­ta; chiun­que si rifiu­ti, inve­ce, vie­ne ripu­dia­to. Infi­ne, la muti­la­zio­ne è pre­vi­sta per rispon­de­re a cano­ni di igie­ne del­la comu­ni­tà di appar­te­nen­za, dato che in que­ste comu­ni­tà vi è la con­vin­zio­ne che la cli­to­ri­de sia fon­te di cat­ti­vo odo­re e che quin­di vada eliminato.

Com­pie­re una ope­ra­zio­ne del gene­re, sen­za alcu­na neces­si­tà tera­peu­ti­ca, com­por­ta una serie di con­se­guen­ze. Pri­ma di tut­to, la MGF vie­ne com­piu­ta sen­za l’utilizzo di pro­dot­ti ste­ri­liz­za­ti, e que­sto può por­ta­re alla insor­gen­za di infe­zio­ni gra­vi, ma soprat­tut­to sono i trau­mi psi­co­lo­gi­ci ad esse­re risen­ti­ti. Le vit­ti­me di MGF, nei casi più for­tu­na­ti, ten­do­no a tra­sfe­rir­si in pae­si ove sia pos­si­bi­le com­pie­re l’operazione di rico­stru­zio­ne chi­rur­gi­ca del­la zona interessata.

Sono nate diver­se isti­tu­zio­ni con lo sco­po di com­bat­te­re que­sta pra­ti­ca tra­di­zio­na­le. L’Ita­lia for­ni­sce il pro­prio con­tri­bu­to alla lot­ta con­tro la MGF con l’a­de­sio­ne a diver­se con­ven­zio­ni inter­na­zio­na­li per la pro­te­zio­ne del­la don­na e del­la bam­bi­na, come la Dichia­ra­zio­ne uni­ver­sa­le dei dirit­ti uma­ni, la Con­ven­zio­ne per l’e­li­mi­na­zio­ne di tut­te le for­me di discri­mi­na­zio­ne con­tro le don­ne, la Con­ven­zio­ne con­tro la tor­tu­ra e altre pene o trat­ta­men­ti cru­de­li, inu­ma­ni o degra­dan­ti, la Con­ven­zio­ne sui dirit­ti del fan­ciul­lo, la Con­ven­zio­ne euro­pea per la sal­va­guar­dia dei dirit­ti del­l’uo­mo e del­le liber­tà fon­da­men­ta­li, la Car­ta dei dirit­ti fon­da­men­ta­li del­l’U­nio­ne euro­pea e la  Con­ven­zio­ne di Istan­bul. Gli stes­si arti­co­li 583 bis e 583 ter del codi­ce pena­le sono la dimo­stra­zio­ne dell’impegno dell’Italia nel­la pro­te­zio­ne del­le don­ne con­tro la muti­la­zio­ne genitale.

È sta­ta poi ema­na­ta la leg­ge 7/2006, “Dispo­si­zio­ni con­cer­nen­ti la pre­ven­zio­ne e il divie­to del­le pra­ti­che di muti­la­zio­ne geni­ta­le fem­mi­ni­le”, la qua­le pre­ve­de all’art. 1. le fina­li­tà di tale leg­ge, ‘[…]Uni­te sul­le don­ne, la pre­sen­te leg­ge det­ta le misu­re neces­sa­rie per pre­ve­ni­re, con­tra­sta­re e repri­me­re le pra­ti­che di muti­la­zio­ne geni­ta­le fem­mi­ni­le qua­li vio­la­zio­ni dei dirit­ti fon­da­men­ta­li all’integrità del­la per­so­na e alla salu­te del­le don­ne e del­le bam­bi­ne.’ È neces­sa­rio anche fare rife­ri­men­to agli arti­co­li 330 e 333 del codi­ce civi­le, che pre­ve­do­no l’allontanamento del mino­re se vi sono com­por­ta­men­ti che pos­so­no lede­re il suo benes­se­re. Inol­tre, il 23 otto­bre 2012 è entra­ta in vigo­re la leg­ge 172, che ha lo sco­po di pro­teg­ge­re i mino­ri dall’abuso ses­sua­le, tra que­sti fa par­te anche la pra­ti­ca del­la muti­la­zio­ne geni­ta­le femminile.

Sono sta­te pro­mul­ga­te anche del­le diret­ti­ve comu­ni­ta­rie allo sco­po di tute­la­re le vit­ti­me del­la MGF. Que­ste sono: le diret­ti­ve 33/2013 e 95/2011, che con­sen­to­no, nei casi di muti­la­zio­ne geni­ta­le fem­mi­ni­le,  il rico­no­sci­men­to del­lo sta­tus di rifu­giato del­le vit­ti­me. Si pos­so­no quin­di cita­re due casi pratici.

Nel 2010 il Tri­bu­na­le di Vero­na ha con­dan­na­to due geni­to­ri di due bam­bi­ne e l’esecutrice del­la pro­ce­du­ra, rite­nu­ti respon­sa­bi­li secon­do l’articolo 583 bis com­ma secon­do e ter­zo; la sen­ten­za trat­ta due casi, il pri­mo vede l’effettivo com­pi­men­to del­la MGF su una mino­re. La madre dell’infante ha sot­to­po­sto la bam­bi­na alla pra­ti­ca del­la muti­la­zio­ne geni­ta­le fem­mi­ni­le, sen­za esi­gen­ze tera­peu­ti­che, appun­to con­tra­ria all’art. 583 bis.

Nel secon­do caso si ha il ten­ta­ti­vo: come si leg­ge nel­la stes­sa sen­ten­za, l’esecutrice si reca pres­so la casa inte­res­sa­ta con un bor­so­ne con­te­nen­te stru­men­ti neces­sa­ri ad una ope­ra­zio­ne, ma l’esecutrice vie­ne bloc­ca­ta sul­la por­ta di casa da alcu­ni agen­ti del­la poli­zia; in rela­zio­ne al secon­do epi­so­dio la ese­cu­tri­ce vie­ne rite­nu­ta respon­sa­bi­le del ten­ta­ti­vo, insie­me al padre del­la neo­na­ta. Per quan­to riguar­da la pri­ma pazien­te il giu­di­ce deci­de di nomi­na­re due con­su­len­ti per veri­fi­ca­re se sul­la pri­ma infan­te sia sta­ta effet­ti­va­men­te ulti­ma­ta la pro­ce­du­ra. Un’accurata visi­ta domi­ci­lia­re non ha per­mes­so di defi­ni­re l’effettiva pre­sen­za di lesio­ni, ma si è rite­nu­to neces­sa­rio un ulte­rio­re con­trol­lo nell’ambulatorio ospe­da­lie­ro, così da poter espri­me­re un giu­di­zio oggettivo.

Con l’utilizzo di stru­men­ti ido­nei, ossia di lam­pa­de pre­di­spo­ste all’ingrandimento del­la par­te inte­res­sa­ta e attra­ver­so una sua deter­sio­ne è sta­to pos­si­bi­le deter­mi­na­re la pre­sen­za di una cica­tri­ce di colo­re bian­co opalescente.

I tre imputati ammettono il compimento del fatto con la giustificazione che si tratta di una pratica tradizionale del proprio paese.

La madre ha dichia­ra­to che “in Nige­ria si fa così per­ché le don­ne devo­no accon­ten­ta­re i loro uomi­ni e non ne devo­no desi­de­ra­re altri e che colo­ro che non si sot­to­pon­go­no all’intervento non si pos­so­no spo­sa­re e ven­go­no con­si­de­ra­te spor­che”. Per quan­to riguar­da, inve­ce, la secon­da figlia, non è sta­to pos­si­bi­le deter­mi­na­re l’effettivo com­pi­men­to del­la muti­la­zio­ne. Nel­la moti­va­zio­ne del­la sen­ten­za, suc­ces­si­va­men­te appel­la­ta, il giu­di­ce ritie­ne il fat­to esi­sten­te e moti­vo di dan­no per­ma­nen­te per la neo­na­ta. Tut­ta­via, vista la gio­va­ne età del­la vit­ti­ma, non è sta­to pos­si­bi­le com­pie­re un esa­me più appro­fon­di­to per accer­ta­re l’indebolimento per­ma­nen­te del­la sen­si­bi­li­tà cli­to­ri­dea vie­ne rico­no­sciu­ta l’attenuante del­la lesio­ne di modi­ca entità.

C’è un ulte­rio­re caso inte­res­san­te da affron­ta­re: il cosid­det­to pro­ces­so Emi­ly Col­lins e Ashley Aka­zie­bie con­tro la Sve­zia, la signo­ra Col­lins si tra­sfe­ri­sce in Sve­zia, sen­za docu­men­ti iden­ti­fi­ca­ti­vi, nel 2002 e ini­zia le pro­ce­du­re per la richie­sta di asi­lo, spie­gan­do che essen­do nata nel Del­ta, uno Sta­to del­la fede­ra­zio­ne nige­ria­na. In segui­to, vie­ne pra­ti­ca­ta la pro­ce­du­ra del­la MGF. Nel 2003 l’ufficio sve­de­se per le migra­zio­ni riget­ta la richie­sta di asi­lo, per­ché la muti­la­zio­ne geni­ta­le non è rico­no­sciu­ta come moti­vo e per­ché in alme­no sei sta­ti del­la Nige­ria la leg­ge vie­ta la pra­ti­ca del­la MGF. La signo­ra Col­lins ribat­te però che, a dispet­to del­le leg­gi, la pro­ce­du­ra vie­ne comun­que pra­ti­ca­ta e pre­sen­ta appel­lo con­tro tale sen­ten­za. L’ap­pel­lo è infi­ne rigettato. 

La vit­ti­ma ricor­re dun­que alla Cor­te euro­pea dei dirit­ti dell’uomo evi­den­zian­do il con­tra­sto del riget­to del­la richie­sta di asi­lo con l’articolo 3 del­la Con­ven­zio­ne dei dirit­ti dell’uomo, che afferma:

Nes­su­no può esse­re sot­to­po­sto a tor­tu­re né a pene o trat­ta­men­ti inu­ma­ni o degradanti.

La CEDU, però, dichia­ra la que­stio­ne inam­mis­si­bi­le, in quan­to la stes­sa appel­lan­te ha for­ni­to infor­ma­zio­ni non suf­fi­cien­ti a pro­va­re tale rischio come rea­le, ma riba­di­sce che la muti­la­zio­ne geni­ta­le fem­mi­ni­le equi­val­ga a mal­trat­ta­men­ti, che effet­ti­va­men­te con­tra­sta­no con l’ar­ti­co­lo 3 del­la Convenzione.

Tra le altre fon­ti si segnalano:
http://www.adios.it/wp-content/uploads/2017/02/COUNTRY-INFO-PAGES_ITALY_ITALIAN-FINAL.pdf
Antro­po­lo­gia del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li — a cura di Car­la Pasquinelli
Sen­ten­za 1485/2012
Sen­ten­za Emi­ly Col­lins and Ashley Aka­zie­bie v. Sweden

Arti­co­lo di Sara Onorato

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