La nostra malattia democratica

“E’ meglio la peg­gio­re del­le demo­cra­zie del­la miglio­re di tut­te le dit­ta­tu­re” affer­ma­va Per­ti­ni. Ma se la demo­cra­zia fos­se cor­ro­sa dal suo inter­no, e non da minac­ce terze?
L’essenza di una demo­cra­zia libe­ra­le pre­ve­de che le fun­zio­ni del­lo Sta­to sia­no affi­da­te a chi ottie­ne più con­sen­si: ma spes­so non si trat­ta degli stes­si che sapreb­be­ro con­dur­re meglio un gover­no, e fare il bene degli elet­to­ri, ben­sì di colo­ro che san­no ipno­tiz­za­re le men­ti e pro­cac­ciar­si i voti a suon di pro­mes­se altisonanti.

La dema­go­gia è sem­pre esi­sti­ta. Nell’antica Ate­ne o nel­la Roma clas­si­ca, non era l’uomo che si dimo­stra­va il miglior ora­to­re ad otte­ne­re i con­sen­si di un grup­po più o meno ristret­to e più o meno benestante?
Oggi però le cose sono diver­se. La situa­zio­ne è più simi­le a quel­la descrit­ta da Pie­tro Gobet­ti quan­do disse:

“Sen­za con­ser­va­to­ri e sen­za rivo­lu­zio­na­ri, l’Italia è diven­ta­ta la patria natu­ra­le del costu­me demagogico” 

In Ita­lia infat­ti al gior­no pre­sen­te man­ca una sini­stra for­te, così come anche un cen­tro-destra che otten­ga con­sen­si: la gran par­te degli ex elet­to­ri del­le due fazio­ni è attrat­ta da par­ti­ti e movi­men­ti che si dichia­ra­no “post-ideo­lo­gi­ci”, come se lo sban­die­ra­men­to di una man­ca­ta appar­te­nen­za a una del­le due dire­zio­ni dell’arena poli­ti­ca si tra­du­ces­se imme­dia­ta­men­te in una con­qui­sta di liber­tà dal­le cate­ne del sistema.

In realtà ciò non fa altro che generare un’aridità di pensiero, e un mondo senza credenze appiattisce tutte le forme e i colori, non distingue più il giusto dallo sbagliato e perde la rotta.

I social media favo­ri­sco­no il suc­ces­so di que­sti orien­ta­men­ti di pen­sie­ro, o meglio di dia­let­ti­ca del “non-pen­sie­ro”: sono infat­ti par­ti­co­lar­men­te adat­ti a vei­co­la­re mes­sag­gi ridot­ti all’osso, alla magrez­za di un’invettiva ad per­so­nam o di uno scin­til­lan­te slo­gan, se non di una mira­bo­lan­te pro­mes­sa. Ma sono nemi­ci di un ragio­na­men­to ric­co, appro­fon­di­to e costrui­to con attenzione.
In que­sto modo il dibat­ti­to, che è alla base del buon fun­zio­na­men­to di ogni demo­cra­zia libe­ra­le, sof­fo­ca, stroz­za­to da un mare di hash­tag e pun­ti esclamativi.
E se il dibat­ti­to, il con­fron­to tra opi­nio­ni diver­se ma con pari dirit­to di esse­re for­mu­la­te e ascol­ta­te, vie­ne meno, la varia mol­te­pli­ci­tà fa spa­zio a una ridu­zio­ne all’unità dei valo­ri in gioco.
Que­sto è il male più cor­ro­si­vo per un demo­cra­zia libe­ra­le: la pri­va­zio­ne di un dis­sen­so che è inve­ce sem­pre costrut­ti­vo e la dele­git­ti­ma­zio­ne, deci­sa a tavo­li­no, di un’opinione, in quan­to diver­sa da quel­la espres­sa dal­la maggioranza.

Qua­le medi­ci­na pro­por­re per cura­re que­sto male? L’unica con qual­che spe­ran­za di esse­re effet­ti­va sareb­be un soda­li­zio di buo­na istru­zio­ne, un’informazione libe­ra e com­ple­ta, e più cul­tu­ra: ele­men­ti che, difat­ti, sono spes­so nel miri­no di chi vuo­le ucci­de­re la plu­ra­li­tà del pensiero.
Tut­to ciò a pat­to che il popo­lo alle­ni la capa­ci­tà di far teso­ro dell’esperienza pre­gres­sa per non rica­de­re in una nuo­va scel­ta anti-democratica.

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Michela La Grotteria
Made in Geno­va. Leg­go di tut­to per capi­re come gli altri vedo­no il mon­do, e scri­vo per dire come lo vedo io. Amo le pal­li­ne di Nata­le, la focac­cia nel cap­puc­ci­no e i tet­ti parigini.