Stalattiti. La disperazione kierkegaardiana ai giorni nostri

Diven­te­rò esat­ta­men­te come voi: il lavo­ro, la fami­glia, il maxi­te­le­vi­so­re del…

Non ser­ve esse­re cine­fi­li per ricor­dar­si il mono­lo­go che con­trad­di­stin­se Train­spot­ting sin dal­la sua appa­ri­zio­ne nei cine­ma nel 1996. Un mono­lo­go pret­ta­men­te vota­to alla cri­ti­ca di una socie­tà com­po­sta da indi­vi­dui le cui scel­te per­so­na­li, quel­le per­lo­più irre­ver­si­bi­li, era­no vota­te non tan­to da un desi­de­rio, quan­do da un obbli­go mora­le impo­sto da, appun­to, la società.

Non è difficile notare, nella vita di più persone, un sistematico procedere degli eventi estremamente simili tra di loro: quanti di questi eventi si può affermare che siano dettati dalla libera volontà degli individui?

Quan­to può esse­re dan­no­so per il pro­prio sé il non agi­re secon­do la pro­pria volon­tà, facen­do­si attrar­re da sug­ge­stio­ni e ten­ta­zio­ni esterne?

Søren Kier­ke­gaard, filo­so­fo e teo­lo­go dane­se del XIX seco­lo, nel­la sua mas­si­ma ope­ra pro­to-esi­sten­zia­li­sta La malat­tia mor­ta­le, affron­ta la que­stio­ne rela­ti­va alla dispe­ra­zio­ne, una malat­tia pos­se­du­ta dall’uomo in quan­to uomo, insi­ta in esso (quin­di asso­lu­ta­men­te non pro­ve­nien­te dall’esterno) e desti­na­ta a mani­fe­star­si con­cre­ta­men­te in deter­mi­na­te occa­sio­ni del­la vita. Tra que­ste occa­sio­ni, spic­ca il momen­to del­la scel­ta.

La disperazione è una malattia interiore, che non porta alla morte biologica, bensì conduce a quella spirituale.

Essa fa in modo che l’uomo non rie­sca ad esse­re se stes­so, nono­stan­te tut­ti gli sfor­zi ese­gui­ti; uno degli ele­men­ti che stu­pi­sce mag­gior­men­te dell’opera di Kier­ke­gaard riguar­da l’atemporalità del­le sue trattazioni.
Duran­te la spie­ga­zio­ne del­le figu­re del­la dispe­ra­zio­ne, ossia come essa nasca e fuo­rie­sca nell’uomo, Kier­ke­gaard par­la del­la “man­can­za di infi­ni­to”, che ren­de l’uomo gret­to e limi­ta­to. Ma ciò che ren­de dav­ve­ro tra­gi­ca la con­di­zio­ne dell’interiorità dell’uomo è l’indifferenza, vista come omo­lo­ga­zio­ne agli altri, con­se­guen­za del­la per­di­ta di se stes­so in quan­to indi­vi­duo uni­co e diver­so dal­la massa.

Lo stes­so filo­so­fo reci­ta così riguar­dan­do l’uomo che vive nel­la finitezza:

Un uomo simi­le dimen­ti­ca se stes­so, dimen­ti­ca qual è, in sen­so divi­no, il suo nome, non osa cre­de­re in se stes­so, tro­va trop­po rischio­so esse­re se stes­so, mol­to più faci­le e più sicu­ro esse­re come gli altri.

Una que­stio­ne più aper­ta e con­te­sta­ta che mai, che riguar­da diver­si vet­to­ri come i social, oppu­re pub­bli­ci­tà che vedo­no la rea­liz­za­zio­ne (appa­ren­te) di un uomo gra­zie all’acquisto di un pro­dot­to in com­mer­cio. Il con­for­mi­smo esa­spe­ran­te può por­ta­re all’emulazione, e suc­ces­si­va­men­te alla per­di­ta dell’individualità.

Ingran­den­do inve­ce sul noc­cio­lo dell’opera, andia­mo a sco­pri­re la distin­zio­ne tra le tre diver­se cate­go­rie di dispe­ra­zio­ne (non esse­re coscien­ti di esse­re dispe­ra­ti; dispe­ra­ta­men­te non voler esse­re se stes­si; dispe­ra­ta­men­te voler esse­re se stes­si). Tut­te si con­trad­di­stin­guo­no per un ele­men­to in comu­ne che emer­ge duran­te la let­tu­ra dell’opera: l’esempio dell’uomo otto­cen­te­sco.

Kier­ke­gaard, a con­clu­sio­ne di ogni spie­ga­zio­ne riguar­do le cate­go­rie di dispe­ra­zio­ne, iden­ti­fi­ca l’essenza di que­ste ulti­me tra­mi­te esem­pi, che vedo­no come pro­ta­go­ni­sta l’uomo “medio” del­la socie­tà bor­ghe­se otto­cen­te­sca. In tut­ti e tre i casi, il filo­so­fo dane­se si bur­la del sog­get­to dei suoi esem­pi, mostran­do come esso sia tra­gi­ca­men­te orien­ta­to ver­so una vita appa­ren­te­men­te per­fet­ta e inte­rior­men­te allo sbando.

Pren­dia­mo il caso dell’uomo che dispe­ra­ta­men­te non vuo­le esse­re se stes­so. Con­scio di esse­re dispe­ra­to, egli si chiu­de in se stes­so e si iso­la, non essen­do in gra­do di scac­cia­re con le sue sole for­ze que­sto male, e non ren­den­do­si con­to che la dispe­ra­zio­ne non pro­ven­ga dall’esterno, pur essen­do­si river­sa­to con ani­ma e cor­po nel­la vita mon­da­na e in tut­to ciò che riguar­di l’esteriorità. Kier­ke­gaard lo descri­ve così:

Char­mant! Egli è ora feli­ce­men­te spo­sa­to, lui, un uomo dina­mi­co e intra­pren­den­te, padre e bor­ghe­se, in cit­tà è tra i nota­bi­li. Egli è cri­stia­no nel­la cri­stia­ni­tà, nel­lo stes­so iden­ti­co modo in cui sareb­be sta­to olan­de­se in Olan­da. Il comi­co è che egli vuo­le par­la­re dell’essere sta­to dispe­ra­to; il ter­ri­bi­le è che il suo sta­to, dopo aver — come egli cre­de — supe­ra­to la dispe­ra­zio­ne, è pro­prio la dispe­ra­zio­ne. È infi­ni­ta­men­te comi­co che a fon­da­men­to di que­sta intel­li­gen­za pra­ti­ca, così cele­bra­ta del mon­do, ci sia una per­fet­ta idio­zia su dove sia il peri­co­lo. Ma que­sta idio­zia eti­ca è, di nuo­vo, il ter­ri­bi­le. (Kier­ke­gaard, La malat­tia per la mor­te, pag 59–60, edi­zio­ne Don­zel­li Virgolette).

I pro­ble­mi cir­ca il pro­prio io ven­go­no ine­vi­ta­bil­men­te a gal­la pri­ma o poi; il mes­sag­gio di Kier­ke­gaard è chia­ro. Per que­sto, ali­men­ta­re il cul­to dell’abi­to che fa il mona­co, oggi come due seco­li fa, è noci­vo per tutti.

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Matteo Lo Presti
Cal­cio­fi­lo e meme lord, il tut­to innaf­fia­to da Poret­ti 9 lup­po­li. Amo i tatuag­gi, la filo­so­fia mora­le, la Ligu­ria e scri­ve­re. Sogno l’au­tar­chia e l’atarassia.

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