Stalattiti. L’invenzione della Terra

In que­sto pic­co­lo volu­me, L’Invenzione del­la Ter­ra, uno dei più impor­tan­ti Geo­gra­fi ita­lia­ni, Fran­co Fari­nel­li, come tut­ti i gran­di pen­sa­to­ri, si pone una domanda:

Chi ha pensato, per primo, il mondo? Chi lo ha inventato? Insomma, chi si è chiesto (e come ha risposto), per la prima volta, che forma avesse il terreno su cui poggiamo i piedi, o addirittura se questa massa — rigida e consistente su cui i nostri piedi sono incollati e che si distingue solo per essere in qualche modo distante da quell’etere sfuggente che così da lontano copre la nostra testa —, di forma ne avesse almeno una.

È una doman­da che si situa al con­fi­ne tra filo­so­fia, reli­gio­ne e scien­za, natu­ral­men­te e tra­gi­ca­men­te desti­na­ta a rima­ne­re sen­za rispo­sta o a rice­ver­ne infi­ni­te, più o meno con­ci­lia­bi­li. E a que­sta doman­da Fari­nel­li cer­ca di rispon­de­re con il lin­guag­gio del­la geo­gra­fia, pro­ce­den­do attra­ver­so epi­so­di, trat­ti dal­la mito­lo­gia o dal­la reli­gio­ne, pri­ma di tut­to quel­lo del­la Gene­si: il mon­do è sta­to inven­ta­to sem­pli­ce­men­te, banal­men­te, inge­nua­men­te, per comu­ni­ca­re. Per ave­re una for­ma, una strut­tu­ra, una logi­ca comu­ne. Per ave­re alme­no l’idea di ave­re tut­ti i pie­di sul­lo stes­so ter­re­no e per orien­tar­si su que­sto secon­do un logos, in modo tale da con­di­vi­de­re una ragio­ne com­pre­sa collettivamente.

In prin­ci­pio era il logos, appun­to, tut­to ciò che ordi­na, rac­co­glie, com­pren­de, radu­na e sele­zio­na: sopra il dise­gno si svi­lup­pa l’estensione, come se tut­to il poten­zia­le mate­ria­le dell’infinito e infor­me abis­so tro­vas­se for­ma, e che, qua­si per magia, solo quan­do tro­va del­le linee gui­da, quel­le di un ordi­ne, di un pen­sie­ro, un pro­get­to, una strut­tu­ra, si potes­se appog­gia­re, creandosi.

Ecco la geo­gra­fia, ecco la neces­si­tà del­la linea, di una strut­tu­ra geo­me­tri­ca per defi­ni­re una rego­la alla mate­ria che ci cir­con­da, non per ridur­re, ma per capi­re meglio. Ed ecco il miste­ro dell’origine del Mon­do, la crea­zio­ne si appog­gia su qual­co­sa che già esi­ste in un luo­go e non nel vuo­to: la crea­zio­ne è loca­liz­za­zio­ne e ordi­na­men­to, ovve­ro quan­do l’abisso infor­me tro­va una forma.

La pri­ma for­ma cor­ri­spon­de alla pri­ma sepa­ra­zio­ne, cioè quel­la del­la ter­ra dal cie­lo, lun­go la pri­ma ret­ta sepa­ra­tri­ce, ovve­ro l’orizzonte, la pri­ma linea per la costru­zio­ne del nostro mon­do, ordi­na­to e rego­la­to, linea che nel suo appa­ri­re segna e nel suo segna­re — dise­gna­re — il mon­do gli rive­la la sua origine.

L’orizzonte crea il mondo e paradossalmente traccia l’incontro tra qualcosa che c’è e qualcosa che ancora non c’è, lasciando traccia di qualcosa che, invece, proprio al limite, gli appartiene: l’infinito.

Ma se la Gene­si spie­ga l’origine del­la for­ma, del­la linea e del­la ret­ta, inve­ce, l’episodio di Ulis­se nel­la grot­ta di Poli­fe­mo spie­ga l’origine del­lo spa­zio: Ulis­se e i suoi esco­no dal­la grot­ta non tan­to per­ché rie­sco­no ingan­na­re il Ciclo­pe sul nome, non tan­to per­ché lo acce­ca­no, ma per­ché rie­sco­no a nascon­der­si sot­to le capre: i gre­ci sono sot­to, ma Poli­fe­mo non è in gra­do di guar­da­re attor­no, di cam­bia­re pun­to di vista, di adot­ta­re una diver­sa prospettiva.

Poli­fe­mo ha una men­ta­li­tà ridot­ta che si fa figu­ra di un solo un pun­to di vista, men­ta­li­tà gerar­chi­ca, che vede solo un sopra e un sot­to che non pos­so­no comu­ni­ca­re. L’invenzione del­lo spa­zio, la com­pren­sio­ne del mon­do abi­ta­to è inve­ce il rico­no­sci­men­to del­la pos­si­bi­li­tà di gira­re intor­no all’oggetto, di rac­chiu­de­re in un uni­co sguar­do flui­do e in movi­men­to e mai com­ple­to, una mol­te­pli­ci­tà di pun­ti di vista ‚il rico­no­sci­men­to del­la neces­si­tà di fusio­ne, per com­pren­de­re meglio il mon­do in cui si è, da dif­fe­ren­ti pro­spet­ti­ve, pro­va­re a imma­gi­nar­si anche dall’altra parte.

Ecco che il mon­do non diven­ta altro che un gio­co di pro­spet­ti­va, un abis­so infi­ni­to in cui muo­ver­si, in cui per muo­ver­si è però neces­sa­rio ave­re una bus­so­la, che per­met­ta di ave­re uno sguar­do com­ples­si­vo, e di uno sche­ma, un dise­gno da segui­re per non per­der­si, una mappa.

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Angelica Mettifogo
In bili­co tra tut­to quel­lo che voglio fare e il tem­po che ho per far­lo. Intan­to stu­dio filosofia.