La Nuova Via della Seta

La Belt and Road Ini­tia­ti­ve (BRI), all’inizio cono­sciu­ta come il pro­get­to One Belt One Road (OBOR) e dive­nu­ta famo­sa in Ita­lia con il nome di Nuo­va Via del­la Seta è un immen­so pia­no di inve­sti­men­ti infra­strut­tu­ra­li mul­ti decen­na­le – com­ple­ta­men­to pre­vi­sto nel 2049 – con l’obiettivo di ridi­se­gna­re l’im­pe­gno com­mer­cia­le del­la Cina nel mon­do e di cui i prin­ci­pa­li inve­sti­to­ri sono le più gran­di ban­che cine­si e asiatiche.

Annun­cia­ta nel 2013 da Xi Jin­ping, l’i­ni­zia­ti­va darà nume­ro­si van­tag­gi alle mul­ti­na­zio­na­li cine­si; costrui­rà infra­strut­tu­re in Asia, Afri­ca, Euro­pa e Medio Orien­te; cree­rà nuo­vi mer­ca­ti per pro­dot­ti pre­va­len­te­men­te cine­si ma anche stra­nie­ri. Non è solo l’imminente tap­pa degli sfor­zi del­la Cina dal­la men­ta­li­tà “Go Glo­bal” assun­ta negli anni ‘90 per espan­de­re la sua influen­za com­mer­cia­le e poli­ti­ca inter­na­zio­na­le a livel­li colos­sa­li, ma è anche una stra­te­gia per rispon­de­re alla cri­si di sovrap­pro­du­zio­ne di cui il colos­so asia­ti­co soffre.

Con Belt and Road si intendono rispettivamente: un corridoio di terra che attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Europa, collegando due delle maggiori economie del mondo ed emergendo come un importante corridoio logistico che creerà nuove opportunità sia come polo di trasbordo sia come fornitore di materie prime; una rotta marittima che attraversa l’Asia sud-orientale, l’Asia meridionale, il Medio Oriente e l’Africa orientale, una regione che ospita il 42% della popolazione mondiale e il 25% del suo PIL, esclusa la Cina.

Que­ste due macroa­ree ver­ran­no inol­tre ulte­rior­men­te sud­di­vi­se, por­tan­do alla crea­zio­ne di sei cor­ri­doi eco­no­mi­ci che col­le­ghe­ran­no più di 60 Pae­si, il 69% del­la popo­la­zio­ne e il 51% del PIL dell’intero pianeta.
Si trat­ta del pro­get­to eco­no­mi­co più mas­sic­cio mai ideato.

 

 

La BRI non ha solo fini geo­po­li­ti­ci, ma è sta­ta pen­sa­ta per rispon­de­re a due impor­tan­ti cri­si del siste­ma cinese.
In pri­mo luo­go, la Cina è inten­zio­na­ta a por­ta­re lo svi­lup­po eco­no­mi­co nel­le sue pro­vin­ce occi­den­ta­li più pove­re. La lot­ta alla pover­tà è sta­ta col­le­ga­ta con l’am­bi­zio­ne di pene­tra­re allo stes­so tem­po nei mer­ca­ti este­ri. Infat­ti, l’o­biet­ti­vo è quel­lo di sta­bi­li­re cate­ne di pro­du­zio­ne cine­si, in cui la pro­du­zio­ne inten­si­va di mano­do­pe­ra sareb­be tra­sfe­ri­ta dal­le pro­vin­ce svi­lup­pa­te alle regio­ni più pove­re. La BRI for­ni­reb­be quel­le infra­strut­tu­re fisi­che e isti­tu­zio­na­li che sono cru­cia­li per dare vita a que­ste dina­mi­che e ren­de­re eco­no­mi­ca­men­te red­di­ti­zio que­sto tipo di cate­ne di pro­du­zio­ne cine­si. Lo spo­sta­men­to di fab­bri­che ad alta inten­si­tà di mano­do­pe­ra fa par­te di un pro­get­to più ampio che pre­ve­de la sosti­tu­zio­ne di que­st’ul­ti­mo con pro­dut­to­ri high-tech ad alta inten­si­tà di capi­ta­le nel­le aree ric­che del­la Cina.

L’a­gen­da “Made in Chi­na 2025” mostra le aspi­ra­zio­ni cine­si di diven­ta­re lea­der in set­to­ri come l’a­via­zio­ne, le ener­gie rin­no­va­bi­li, le fer­ro­vie e le bio­tec­no­lo­gie. L’o­biet­ti­vo è quel­lo di svi­lup­pa­re beni indi­pen­den­te­men­te dai dirit­ti di pro­prie­tà intel­let­tua­le del­le mul­ti­na­zio­na­li occi­den­ta­li e di espan­de­re la quo­ta di mer­ca­to del­la Cina nei beni di alta gamma.

Una secon­da ragio­ne die­tro alla BRI si tro­va nel pro­ble­ma del­la sovrac­ca­pa­ci­tà del­l’in­du­stria mani­fat­tu­rie­ra e il con­se­guen­te rischio di fal­li­men­to per le impre­se cine­si. A que­sto pro­po­si­to, le accia­ie­rie rap­pre­sen­ta­no un buon esem­pio. Infat­ti, come già affer­ma­to dal Con­si­glio di Sta­to, la Cina non può per­met­ter­si di ridur­re la pro­du­zio­ne di accia­io e l’u­ni­co modo per risol­ve­re il suo pro­ble­ma di sovrac­ca­pa­ci­tà è ren­der­lo più com­pe­ti­ti­vo attra­ver­so dei mer­ger, l’i­sti­tu­zio­ne di stan­dard di qua­li­tà cine­si e la pro­mo­zio­ne del­l’e­spor­ta­zio­ne attra­ver­so la Nuo­va Via del­la Seta — che dovreb­be crea­re una doman­da di 85 milio­ni di ton­nel­la­te di acciaio.

La Belt and Road riser­va un ruo­lo cru­cia­le anche all’A­fri­ca. In Gibu­ti è sta­ta rea­liz­za­ta la pri­ma base mili­ta­re cine­se per­ma­nen­te all’e­ste­ro. Nel con­ti­nen­te afri­ca­no gli inve­sti­men­ti cine­si han­no inne­ga­bil­men­te por­ta­to occu­pa­zio­ne e svi­lup­po. Per esem­pio, la cre­sci­ta in Etio­pia ha por­ta­to alla sto­ri­ca pace con l’Eritrea.
Ma la cosid­det­ta Cina­fri­ca non è limi­ta­ta alla par­te orien­ta­le del con­ti­nen­te. Pechi­no è pre­sen­te con inve­sti­men­ti impor­tan­ti anche in pae­si del­l’A­fri­ca occi­den­ta­le come Sene­gal e Ango­la. Nei pia­ni ci sareb­be addi­rit­tu­ra una linea fer­ro­via­ria ad alta velo­ci­tà che col­le­ghe­reb­be la costa orien­ta­le con quel­la occi­den­ta­le. L’A­fri­ca è però impor­tan­te per la Cina per l’ac­ces­so alle risor­se natu­ra­li e mine­ra­rie. L’e­sem­pio prin­ci­pa­le è il cobal­to, fon­da­men­ta­le per lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co del­le auto elet­tri­che, un set­to­re nel qua­le Pechi­no vuo­le diven­ta­re leader.

Otti­me le pro­spet­ti­ve sul­la car­ta, ma non è oro tut­to quel che luc­ci­ca e un pia­no infra­strut­tu­ra­le di tali pro­por­zio­ni meri­ta alcu­ne ana­li­si su cer­ti aspet­ti cri­ti­ci che pos­so­no influen­za­re l’Unione Euro­pea e l’Italia.
Ci sono due aspet­ti fon­da­men­ta­li che pos­so­no met­te­re in cri­si Bru­xel­les. 

Il pri­mo con­si­ste nel­le dif­fi­col­tà che le azien­de euro­pee devo­no affron­ta­re per acce­de­re ai mer­ca­ti cine­si. Le infra­strut­tu­re fisi­che miglio­ra­te e le isti­tu­zio­ni finan­zia­rie in tut­ta l’Eu­ra­sia faci­li­te­reb­be­ro i flus­si tra l’UE e la Cina, ma non garan­ti­sco­no pari bene­fi­ci per entram­be le par­ti. Il sem­pli­ce fat­to che la Cina non adot­ti quel­le rego­le libe­ra­li di mer­ca­to tan­to care all’U­nio­ne euro­pea è una fon­te di asim­me­trie eco­no­mi­che che pos­so­no esse­re osser­va­te osser­van­do i dati degli IDE (Inve­sti­men­ti Diret­ti Esteri).

Nel 2017, men­tre i flus­si di IDE ver­so l’e­ste­ro dal­la Cina ammon­ta­va­no a $ 111 miliar­di, gli inve­sti­men­ti diret­ti este­ri cine­si, una vol­ta eli­mi­na­ti gli inve­sti­men­ti da Hong Kong, ammon­ta­va­no a meno di $ 40 miliar­di. Nono­stan­te il fat­to che il pre­si­den­te Xi Jin­ping abbia dichia­ra­to nel 2017 un’a­per­tu­ra pro­gres­si­va del mer­ca­to cine­se, gli inve­sti­to­ri stra­nie­ri devo­no affron­ta­re alcu­ni osta­co­li anche per quan­to riguar­da gli inve­sti­men­ti inco­rag­gia­ti. Denun­cia­no l’u­so fre­quen­te del­le poli­ti­che indu­stria­li come mez­zo per favo­ri­re le impre­se sta­ta­li e le impre­se nazio­na­li, dirit­ti di voto limi­ta­ti e restri­zio­ni alla par­te­ci­pa­zio­ne stra­nie­ra ai con­si­gli di ammi­ni­stra­zio­ne del­le socie­tà, debo­le pro­te­zio­ne e appli­ca­zio­ne dei dirit­ti di pro­prie­tà intel­let­tua­le; cor­ru­zio­ne, un siste­ma giu­ri­di­co non tra­spa­ren­te pri­vo di nor­me giu­ri­di­che e requi­si­ti nazio­na­li o di sicu­rez­za infor­ma­ti­ca eccessivi.

Dall’altra par­te, nel secon­do aspet­to, gli inve­sti­men­ti stra­nie­ri del­la Cina pos­so­no gene­ra­re anche impor­tan­ti risul­ta­ti poli­ti­ci. Le acqui­si­zio­ni cine­si di par­te­ci­pa­zio­ni in impre­se, ban­che, por­ti e ser­vi­zi di pub­bli­ca uti­li­tà si sono già dimo­stra­ti uti­li per aumen­ta­re l’in­fluen­za del­la Cina in alcu­ni pae­si euro­pei e favo­ri­re le diver­gen­ze poli­ti­che all’in­ter­no del­l’U­nio­ne euro­pea. I casi di Unghe­ria e Gre­cia sono emblematici.
Di con­se­guen­za, l’UE ha bol­la­to la Cina come “riva­le siste­ma­ti­co” a cau­sa del­la sua con­tro­ver­sa poli­ti­ca com­mer­cia­le indu­stria­le e del­la pre­da­to­ria acqui­si­zio­ne di pro­prie­tà intel­let­tua­le da par­te del­le socie­tà euro­pee. La sfi­da del Vec­chio Con­ti­nen­te è infat­ti quel­la di riu­sci­re a influen­za­re il pro­get­to cine­se, model­lan­do­lo e adat­tan­do­lo ai prin­ci­pi di tra­spa­ren­za e con­cor­ren­za e agli stan­dard socia­li euro­pei, garan­ten­do allo stes­so tem­po la sicu­rez­za dei pro­pri set­to­ri stra­te­gi­ci. Un’im­pre­sa mol­to com­ples­sa ma che l’Eu­ro­pa deve fare. 

In Ita­lia la situa­zio­ne è anco­ra più complessa.
Il gover­no gial­lo-ver­de ha sot­to­scrit­to – con i suoi soli­ti bistic­ci inter­ni – que­sto accor­do eco­no­mi­co col Dra­go­ne orien­ta­le. Infat­ti, il mini­stro del lavo­ro e del­lo svi­lup­po Lui­gi Di Maio cre­de che l’e­co­no­mia ita­lia­na, come uno dei mag­gio­ri espor­ta­to­ri mani­fat­tu­rie­ri d’Eu­ro­pa, pos­sa sfrut­ta­re nuo­ve e sostan­zia­li oppor­tu­ni­tà com­mer­cia­li. I beni di lus­so ita­lia­ni sono un’in­du­stria estre­ma­men­te richie­sta dai con­su­ma­to­ri cine­si. Que­sto pro­ble­ma potreb­be offri­re un altro mez­zo di fram­men­ta­zio­ne per la coa­li­zio­ne di governo.

La dispu­ta sul bilan­cio del­l’I­ta­lia e sul rispet­to del­la pro­ce­du­ra per i disa­van­zi ecces­si­vi del­l’UE – il famo­so def – ren­do­no l’I­ta­lia un part­ner tru­cu­len­to sul­la sce­na euro­pea. La Cina ne è con­sa­pe­vo­le e cer­ca di trar­ne van­tag­gio. Que­sto è signi­fi­ca­ti­vo per­ché il BRI non è solo un pro­get­to eco­no­mi­co-poli­ti­co, ma potreb­be vede­re la pre­sen­za cine­se in atti­vi­tà di impor­tan­za stra­te­gi­ca, come le poten­zia­li acqui­si­zio­ni dei por­ti ita­lia­ni di Trie­ste e Geno­va – anche se tale even­tua­li­tà pare sia sta­ta esclusa.
Il rifiu­to del­l’I­ta­lia di con­sul­ta­re i mem­bri del­l’UE o gli allea­ti del G7 pri­ma di fir­ma­re l’endorsement alla BRI ha cau­sa­to par­ti­co­la­re irri­ta­zio­ne a Bru­xel­les e potreb­be aver­ne nega­ti­va­men­te influen­za­to l’approccio alla nuo­va via del­la seta.
L’Italia ha infat­ti sot­to­scrit­to l’accordo sin­go­lar­men­te, come altri Pae­si dell’Est Euro­pa, garan­ten­do l’accesso ai mer­ca­ti ita­lia­ni sen­za neces­sa­ria­men­te rispet­ta­re le nor­ma­ti­ve euro­pee in ter­mi­ni di con­cor­ren­za, rego­la­men­ta­zio­ne e di dirit­ti dei lavo­ra­to­ri. Ciò minac­cia di con­se­guen­za le pic­co­le e medie impre­se nostra­ne con impian­ti di pro­du­zio­ne anco­ra pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio ita­lia­no, che pos­so­no vede­re i set­to­ri eco­no­mi­ci inva­si da pro­dot­ti asia­ti­ci a bas­sa mano­do­pe­ra, sfa­vo­ren­do una qua­li­tà obiet­ti­va­men­te supe­rio­re e una com­pe­ti­ti­vi­tà già debo­le di suo.
A que­sto va aggiun­to il fat­to che i pro­dot­ti ita­lia­ni, per quan­to richie­sti in Cina, sareb­be­ro alla por­ta­ta di una fet­ta minu­sco­la del­la popo­la­zio­ne, dovu­to ad un innal­za­men­to dei prez­zi dei beni lega­ti alle spe­se di tra­spor­to, tas­se e ricol­lo­ca­men­to nel mer­ca­to cine­se. 

Un altro nodo è lega­to ai set­to­ri stra­te­gi­ci e del­la sicu­rez­za dei dati. Da qui nasco­no anche le pres­sio­ni degli USA – i cui rap­por­ti col colos­so asia­ti­co si sa che non sono dei miglio­ri e che vedo­no mol­to nega­ti­va­men­te la Belt and Road, tant’è che in cer­ti casi si è ini­zia­to a par­la­re di nuo­va guer­ra fred­da – affin­ché Hua­wei sia esclu­sa dai pro­get­ti di svi­lup­po del­le reti 5G. Ave­re una mul­ti­na­zio­na­le stra­nie­ra che gesti­sce i dati sen­si­bi­li e la pri­va­cy di milio­ni di uten­ti in tut­to il mon­do è un’idea che infat­ti fa stor­ce­re il naso a molti.

A minac­cia­re l’economia ita­lia­na in que­sto pro­get­to è inol­tre la cosid­det­ta “trap­po­la del debi­to” di Pechi­no, ormai ampia­men­te rico­no­sciu­ta sul­la sce­na inter­na­zio­na­le. In sostan­za, i pae­si che rice­vo­no gli inve­sti­men­ti di Pechi­no si inde­bi­ta­no di cifre che poi non rie­sco­no a ripa­ga­re. L’e­sem­pio più ovvio è quel­lo del­lo Sri Lan­ka, iso­la del­l’o­cea­no India­no che ha dovu­to cede­re in con­ces­sio­ne per 99 anni il suo por­to di Ham­ban­to­ta – da ricol­le­gar­si quin­di alla pre­oc­cu­pa­zio­ne per i por­ti di Trie­ste e Geno­va. L’e­co­no­mia poco luci­da del­l’I­ta­lia, aggra­va­ta da un rap­por­to debito/PIL del 130%, rischia di cade­re nel­la stes­sa tattica.

Nel­la teo­ria, la par­te­ci­pa­zio­ne ita­lia­na alla Belt and Road Ini­tia­ti­ve potreb­be esse­re una gran­de chan­ce com­mer­cia­le, ma è sta­ta gesti­ta in modo tale per cui non è sta­to crea­to con­sen­so inter­na­zio­na­le a sup­por­to del­la scel­ta ita­lia­na. L’i­so­la­men­to in chia­ve euro­pea di cui l’I­ta­lia sof­fre al momen­to fa sì che la nostra scel­ta ven­ga osteg­gia­ta da tutti.
Al con­tra­rio, ser­ve che l’Unione Euro­pea par­te­ci­pi uni­ta in que­sto dise­gno eco­no­mi­co e che lo model­li secon­do le pro­prie nor­ma­ti­ve per evi­ta­re che soc­com­ba sot­to la super­po­ten­za asia­ti­ca. Per­ché una cosa è cer­ta, il pro­get­to del­la BRI non è solo di carat­te­re economico.

Con­di­vi­di:
Lorenzo Rossi
Poli­ti­ca­men­te cri­ti­co. Fie­ra­men­te europeista.
Rac­con­to e cer­co rispo­ste in quel che acca­de nel mondo.