Smontiamo i pregiudizi sui rom

Campo popolazioni romanì

Il 15 mar­zo scor­so abbia­mo avu­to il pia­ce­re di fre­quen­ta­re una lezio­ne che trat­ta­va lo ster­mi­nio di rom e sin­ti da par­te del nazi­fa­sci­smo. Il pro­fes­so­re Luca Bra­vi, dell’Università degli Stu­di di Firen­ze, in due ore ha trat­teg­gia­to con pre­ci­sio­ne la sto­ria del­la popo­la­zio­ne roma­nì, sfa­tan­do pre­giu­di­zi che anche al gior­no d’oggi riman­go­no for­ti nel­la nostra società.

Qua­si tut­ti gli stu­dio­si con­cor­da­no nell’indicare l’India come luo­go di pro­ve­nien­za di que­ste popo­la­zio­ni, che tra il 1300 e gli ini­zi del 1400 giun­go­no in Euro­pa diven­tan­do stan­zia­li. Il ter­mi­ne con cui mol­ti defi­ni­sco­no que­sti popo­li è quel­lo di Zin­ga­ri, ma è sba­glia­to uti­liz­zar­lo per­ché oltre ad ave­re un’accezione nega­ti­va, que­sta deno­mi­na­zio­ne non ha una cor­ri­spon­den­za nel­la lin­gua romanes.

La popo­la­zio­ne roma­nì ha diver­si sot­to­grup­pi in Euro­pa: si chia­ma­no Sin­ti quel­li che abi­ta­no nel Nord-Euro­pa, Ger­ma­nia e Ita­lia; Manou­ches i fran­ce­si; Kale gli spa­gno­li; Roma­ni­chals i resi­den­ti in Inghil­ter­ra e Irlan­da; Rom gli abi­tan­ti dell’Est-Europa e del Sud-Italia.

Sin dal loro arri­vo han­no subi­to per­se­cu­zio­ni che si sono pro­trat­te fino ai gior­ni nostri: par­ten­do dai decre­ti di espul­sio­ne, i lavo­ri for­za­ti e le ucci­sio­ni impu­ni­te dei pri­mi seco­li, pas­san­do per le leg­gi raz­zia­li, le ste­ri­liz­za­zio­ni e lo ster­mi­nio nel­la pri­ma metà del Nove­cen­to, per giun­ge­re infi­ne ai fat­ti del dopo­guer­ra che sono inte­res­san­ti da ana­liz­za­re più a fon­do per­ché riguar­da­no la nostra socie­tà usci­ta dal ter­ri­bi­le perio­do del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, dopo il qua­le avrem­mo dovu­to ave­re una sen­si­bi­li­tà mag­gio­re nei con­fron­ti del­le minoranze.

Nei lager nazi­sti tro­va­ro­no la mor­te 500.000 rom e sin­ti, in lin­gua roma­nes que­sto ster­mi­nio si chia­ma Por­ra­j­mos e signi­fi­ca “gigan­te­sco divo­ra­men­to”, ma nono­stan­te l’eccidio si inse­ri­sca in un pro­get­to di eli­mi­na­zio­ne di mas­sa del­la popo­la­zio­ne roma­nì, ad oggi tut­to que­sto non ha tro­va­to l’adeguato rico­no­sci­men­to. Nes­sun rom e sin­to fu chia­ma­to per testi­mo­nia­re duran­te il Pro­ces­so di Norim­ber­ga e quan­do la Repub­bli­ca Fede­ra­le Tede­sca stan­ziò degli inden­niz­zi per risar­ci­re i per­se­gui­ta­ti del perio­do nazi­sta, a nes­su­no di loro fu con­ces­so ini­zial­men­te que­sto diritto.

Ma la sto­ria del­le per­se­cu­zio­ni non ter­mi­na con la fine del­la Secon­da guer­ra mondiale:
in Fran­cia fu abro­ga­ta solo nel 1969 una leg­ge dei pri­mi anni del Nove­cen­to che impo­ne­va ai Manou­ches di sot­to­por­si a diver­se misu­ra­zio­ni e iden­ti­fi­ca­zio­ni foto­gra­fi­che che veni­va­no anno­ta­te nel cer­ti­fi­ca­to antro­po­me­tri­co d’identità, chiun­que fos­se sta­to tro­va­to sprov­vi­sto di tale cer­ti­fi­ca­to veni­va puni­to con un perio­do di reclu­sio­ne da 1 mese a 1 anno.
In Sve­zia nel 1975 ter­mi­na for­mal­men­te la poli­ti­ca del­le ste­ri­liz­za­zio­ni del­la comu­ni­tà roma­nes ini­zia­ta nel 1934, e in Sviz­ze­ra nel 1973 vie­ne chiu­sa “L’opera di soc­cor­so per i bam­bi­ni del­la stra­da mae­stra” una sezio­ne del­la socie­tà Pro Juven­ta­te isti­tui­ta nel 1926 che sot­tras­se alme­no 500 bam­bi­ni da fami­glie romanes.

Venendo al giorno d’oggi e spostandoci nel nostro paese, va evidenziata la nostra percezione della comunità rom che ha indubbiamente una connotazione razzista.

Quan­do pen­sia­mo a un mem­bro di que­sta comu­ni­tà l’immagine che gene­ra la nostra men­te è quel­la di per­so­ne vesti­te secon­do la loro tra­di­zio­ne, che vivo­no in cam­pi fati­scen­ti e che si dedi­ca­no ad atti­vi­tà ille­ga­li per sbar­ca­re il luna­rio, ma que­sta nar­ra­zio­ne, sep­pur pre­va­len­te, è fal­sa. I mem­bri di que­sta etnia sono arri­va­ti in Ita­lia nel cor­so di tre onda­te: la pri­ma è quel­la del 1300 di cui abbia­mo già par­la­to, la secon­da duran­te le guer­re bal­ca­ni­che degli anni ’90 del­lo scor­so seco­lo e la ter­za nel 2007, dopo che la Roma­nia entrò nell’Unione Europea.

La comu­ni­tà roma­nì in Ita­lia è com­po­sta da cir­ca 170.000 indi­vi­dui la cui mag­gio­ran­za è di anti­co inse­dia­men­to, per­ciò essi sono per­fet­ta­men­te inte­gra­ti e ita­lia­ni. Nei cam­pi inve­ce vivo­no poco più di 20.000 per­so­ne e que­sto dato è elo­quen­te per com­pren­de­re la distor­sio­ne del rac­con­to di que­sta comu­ni­tà. Aven­do davan­ti agli occhi que­sti nume­ri ven­go­no i bri­vi­di nel ricor­da­re le dichia­ra­zio­ni del mini­stro Sal­vi­ni, che lo scor­so giu­gno ha par­la­to di
fare un “cen­si­men­to dei rom”, soprat­tut­to per­ché anco­ra oggi mol­ti ita­lia­ni han­no timo­re a rive­la­re la loro etnia per pau­ra di ave­re riper­cus­sio­ni in cam­po pro­fes­sio­na­le. In Ita­lia la pre­sen­za dei rom è bas­sa rispet­to ad altri pae­si euro­pei, eppu­re la per­cen­tua­le d’ostilità nei loro con­fron­ti è la più alta tra tut­ti i pae­si dell’Unione, que­sta pro­ba­bil­men­te è la con­se­guen­za del­la mala­ge­stio­ne del­la pre­sen­za dei cam­pi rom.

Il nostro Pae­se è quel­lo che si è mag­gior­men­te impe­gna­to nel­la costru­zio­ne di aree all’aperto dove segre­ga­re que­ste comu­ni­tà, infat­ti quan­do ci furo­no fon­di dispo­ni­bi­li per tro­va­re una solu­zio­ne, l’unica rispo­sta che le nostre ammi­ni­stra­zio­ni furo­no in gra­do di dare è sta­ta quel­la di costruir­ne degli altri in luo­ghi diver­si. Il pro­ble­ma dell’integrazione di que­ste 20.000 per­so­ne è rea­le e va risol­to, ma è ver­go­gno­so che la nar­ra­zio­ne del­la cul­tu­ra e del popo­lo rom ven­ga cir­co­scrit­ta solo al rac­con­to di que­ste pro­ble­ma­ti­che. Le ammi­ni­stra­zio­ni dovreb­be­ro lavo­ra­re con le asso­cia­zio­ni che pro­muo­vo­no nei cam­pi d’in­te­gra­zio­ne e uti­liz­za­re i fon­di con lun­gi­mi­ran­za, non solo per spo­sta­re il pro­ble­ma. Da par­te nostra quel­lo che pos­sia­mo fare è ini­zia­re a rac­con­ta­re la vera sto­ria di que­sto popo­lo e lot­ta­re con­tro ogni gene­ra­liz­za­zio­ne e for­ma di raz­zi­smo nei loro confronti.

Foto­gra­fia di Fede­ri­ca Fiore

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Luca D'Andrea
Clas­se 1995, stu­dio Sto­ria, mi piac­cio­no le cose sem­pli­ci e le sto­rie complesse.