Stalattiti. La società della performance

È un momen­to feno­me­na­le in cui vivere.

Così si apre l’introduzione a La socie­tà del­la per­for­man­ce di Mau­ra Gan­ci­ta­no e Andrea Cola­me­di­ci, filo­so­fi, scrit­to­ri e fon­da­to­ri nel 2015 del pro­get­to Tlon. Que­sto libro è l’ultimo di un ciclo ini­zia­to con Tu non sei DioLezio­ni di mera­vi­glia, sem­pre degli stes­si auto­ri. Il sot­to­ti­to­lo del sag­gio reci­ta: Come usci­re dal­la caver­na. E infat­ti a un’attenta e acu­ta pars destruens segue una pars costruens di rara lucidità.

Ma di quale caverna si parla? Cos’è la società della performance? Quali sono le pratiche per uscirne? E soprattutto: in che senso questo “è un momento fenomenale in cui vivere”?

Andiamo con ordine.

Imma­gi­na un’Arca enor­me, con un’infinità di spa­zio a dispo­si­zio­ne, che non aspet­ta altro che di esse­re riem­pi­ta di ogni cosa che pos­sa ser­vi­re a chi farà la tra­ver­sa­ta. Chi ha pau­ra di imbar­car­si e di con­di­vi­de­re le pro­prie ric­chez­ze è già mor­to, ma chi sale sen­za por­ta­re nul­la con sé non soprav­vi­ve­rà a lungo.

Que­sta è la con­di­zio­ne attua­le in cui vivia­mo: due model­li di con­ce­pi­re il mon­do (uno vec­chio e uno nuo­vo) con­vi­vo­no insie­me, ma nes­su­no dei due nel­la sua purez­za è auto­suf­fi­cien­te. È que­sto il tem­po del­la coo­pe­ra­zio­ne. Né i vec­chi intel­let­tua­li, né i nuo­vi bar­ba­ri pos­so­no soprav­vi­ve­re da soli, ognu­no deve ave­re la matu­ri­tà di capi­re cosa è uti­le por­ta­re sull’Arca per infor­ma­re una nuo­va visio­ne del futu­ro. È il momen­to di fare cul­tu­ra insie­me. È il momen­to di partire.

La socie­tà del­la per­for­man­ce è una socie­tà che divo­ra tut­to, ren­de tut­to com­mer­cia­liz­za­bi­le — cioè qual­co­sa attor­no al qua­le è pos­si­bi­le crea­re un mer­ca­to, fare mar­ke­ting, hype. E che soprat­tut­to scar­di­na il mec­ca­ni­smo cen­tra­le del­lo spet­ta­co­lo, ossia la pre­sen­za da una par­te di atto­ri e dall’altra di spet­ta­to­ri, Oggi non esi­ste più il dia­fram­ma che sepa­ra­va la pla­tea dal pal­co: oggi esi­ste solo il performer.

La società della performance è quella in cui tutti, volenti o nolenti siamo immersi. È una società dove l’imitazione ha scalzato l’autenticità, dove la rappresentazione è più reale della realtà stessa, dove il tempo del sacro e della ritualità sono negati di fronte al crescente bisogno di immediatezza.

Le per­so­ne si sono tra­sfor­ma­te da sog­get­to (uni­co e irri­pe­ti­bi­le) a pro­get­to (ripro­du­ci­bi­le e pre­ve­di­bi­le): la cosa più impor­tan­te è ven­der­si, dare una cer­ta imma­gi­ne di sé, accu­mu­la­re like, com­men­ti, con­di­vi­sio­ni; aumen­ta­re il ran­king del pro­prio brand, che sarem­mo noi stes­si. Ci si sen­te obbli­ga­ti a per­for­ma­re con­ti­nua­men­te, a pro­dur­re e frui­re con­te­nu­ti. Ogni nostra scel­ta è un dato usa­to da un algo­rit­mo per trac­cia­re e mani­po­la­re le nostre scel­te; noi sia­mo un insie­me di dati.

Il livel­lo di liber­tà rag­giun­to dal­la socie­tà occi­den­ta­le è sen­za para­go­ni, eppu­re sia­mo sem­pre insod­di­sfat­ti. Vivia­mo in una socie­tà in cui i nostri appe­ti­ti sono con­ti­nua­men­te sti­mo­la­ti, con la con­se­guen­za di non sen­tir­si mai sazi: non si fa in tem­po a paga­re qual­co­sa che i nostri occhi si sono già posa­ti sul pros­si­mo acqui­sto. La liber­tà è solo un’illusione, un poter sce­glie­re tra del­le opzio­ni prestabilite.

In que­sto flus­so costan­te di dati e con­te­nu­ti ci accor­gia­mo di esse­re alie­na­ti, lon­ta­ni da un auten­ti­co sé, pri­vi di uno spa­zio pri­va­to, sacro, di con­tem­pla­zio­ne. Cosa fare per usci­re? A que­sto pun­to Gan­gi­ta­no e Cola­me­di­ci chia­ma­no in soc­cor­so il filo­so­fo pila­stro del pen­sie­ro occi­den­ta­le: Pla­to­ne e, in par­ti­co­la­re, il mito del­la caverna.

In que­sto mito alcu­ni indi­vi­dui vivo­no, appun­to, in una spe­cie di caver­na sot­ter­ra­nea, con una lun­ga entra­ta aper­ta alla luce in tut­ta la sua lar­ghez­za. Sono inca­te­na­ti a gam­be e col­lo, così da non poter­si muo­ve­re e da poter vede­re sol­tan­to in avan­ti; inca­pa­ci, a cau­sa del­la cate­na, di vol­tar­si. Alle loro spal­le la luce di un fuo­co col­pi­sce dei burat­ti­ni, pro­iet­tan­do­ne le ombre sul muro. […] Se uno guar­da bene si accor­ge di esse­re un caver­ni­co­lo e di sta­re anco­ra lì, immo­bi­le, con gli occhi fis­si sul muro, sul­lo smart­pho­ne, su un moni­tor, con­vin­to che il mon­do pos­sa esse­re rac­chiu­so in quel ret­tan­go­lo. […] lo smart­pho­ne è la tua caver­na per­so­na­le, sem­pre a por­ta­ta di mano, a peren­ne dispo­si­zio­ne del caver­ni­co­lo che sei.

Usci­re dal­la caver­na (e dal­la socie­tà del­la per­for­man­ce) richie­de corag­gio e voglia di vola­re, sen­za però esse­re fret­to­lo­si o inge­nui. Si rischia altri­men­ti di usci­re e non poter sop­por­ta­re la luce diret­ta del sole, che ci costrin­ge­rà a tor­na­re den­tro la caver­na; biso­gna abi­tua­re lo sguar­do len­ta­men­te, crea­re una nuo­va gram­ma­ti­ca del­la men­te. Per que­sto biso­gna non aver pau­ra di por­si cer­te doman­de per squar­cia­re il velo di Maya e, soprat­tut­to, non biso­gna lascia­re nes­su­no indietro.

Nel mito pla­to­ni­co il filo­so­fo, colui che final­men­te può vede­re il sole e cono­sce­re la veri­tà, si iso­la dal mon­do, è inca­pa­ce, dopo tut­to quel­lo che ha visto, di tor­na­re nel­la caver­na, di spie­gar­si, di esse­re umi­le con chi, anche se igno­ran­te o rilut­tan­te, avreb­be dav­ve­ro biso­gno di una gui­da. Ma non è più tem­po di esse­re com­pren­si­vi con chi schi­fa il mon­do del­la caverna.

Il limi­te del mito pla­to­ni­co è che non c’è modo, se non la for­za, per tirar fuo­ri gli altri dal­la caver­na. Esi­sto­no del­le alter­na­ti­ve? A que­sto pun­to gli auto­ri tira­no fuo­ri un’altra sto­ria: Le die­ci ico­ne del bue. È una sto­ria cine­se accom­pa­gna­ta da die­ci imma­gi­ni che rac­con­ta­no a vari livel­li di pro­fon­di­tà la libe­ra­zio­ne dal­le cate­ne invi­si­bi­li del­la socie­tà, la ricer­ca del­la veri­tà e, soprat­tut­to, quel­lo che man­ca al mito del­la caver­na: il ritor­no alla quo­ti­dia­ni­tà. Infat­ti dopo la ricer­ca, l’ammaestramento e gli inse­gna­men­ti del bue, l’uomo ritor­na da solo al suo vil­lag­gio, dove può vive­re libe­ra­men­te, pro­fon­da­men­te in con­nes­sio­ne con la par­te di sé che ave­va nasco­sto, quel­la lega­ta ai sen­ti­men­ti più inti­mi, ai desi­de­ri più pro­fon­di, alla pro­pria voca­zio­ne per­so­na­le. Tut­to que­sto avvie­ne sen­za pau­ra di esse­re giu­di­ca­to, sen­za sen­ti­re un impel­len­te biso­gno di scap­pa­re altro­ve, di rifu­giar­si nel­la soli­tu­di­ne del­la ricer­ca: io sono qui e ora, io sono un dono, io sono unico.

Maura Gangitano e Andrea Colamedici tracciano la via d’uscita per la società della performance nell’ascolto più profondo della propria vocazione e nell’educazione sentimentale.

Se la per­for­man­ce spin­ge all’alienazione da se stes­si e all’erosione dell’idea di comu­ni­tà e con­di­vi­sio­ne è per­ché si pone in anti­te­si alla voca­zio­ne, che è inve­ce un supe­ra­men­to del puro inte­res­se per­so­na­le e un ser­vi­zio agli altri. […] Chi non segue la voca­zio­ne è con­trol­la­bi­le, per­ché non ha un pun­to di rife­ri­men­to inter­no e può cer­car­lo fuo­ri, seguen­do un influen­cer o un lea­der politico.

La ricer­ca e la fedel­tà alla pro­pria stra­da, alla pro­pria voca­zio­ne, per­met­te­rà di asse­con­da­re i biso­gni per­so­na­li, sen­za esse­re influen­za­ti da model­li, da biso­gni indot­ti, da pub­bli­ci­tà più o meno vela­te. Se ognu­no faces­se del­le scel­te dav­ve­ro libe­re, gli algo­rit­mi non fun­zio­ne­reb­be­ro più: non sarem­mo più con­trol­la­bi­li. Ci sono poi altre vie per usci­re dal­la socie­tà del­la per­for­man­ce: il pen­sie­ro late­ra­le, la psi­co­geo­gra­fia, gli eser­ci­zi di rot­tu­ra, la filo­so­fia di stra­da, per citar­ne alcu­ni. Ma la cosa più impor­tan­te di tut­te è che ci sia­no degli ini­zia­to­ri: il man­dria­no del­le die­ci ico­ne è un ini­zia­to­re, il filo­so­fo pla­to­ni­co è un ini­zia­to­re. Pen­sa­re a se stes­si è rela­ti­va­men­te più sem­pli­ce che pen­sa­re per una comu­ni­tà inte­ra, ma per sali­re sull’Arca e ripen­sa­re al futu­ro biso­gna col­la­bo­ra­re, uni­re le for­ze, esse­re umi­li, non tene­re per sé la pro­pria conoscenza.

La nostra dispe­ra­zio­ne, il nostro pas­sa­to ingom­bran­te, il mon­do disto­pi­co che ci aspet­ta die­tro l’angolo, la mor­te di Dio, la fine dei valo­ri: è un momen­to straor­di­na­rio per chi vuo­le vola­re. […] È il momen­to per­fet­to per impa­ra­re dav­ve­ro a osa­re, per sco­pri­re un sen­so nuo­vo del­la vita sen­za cade­re né nel bece­ro indi­vi­dua­li­smo né nel disper­si­vo col­let­ti­vi­smo. È il tem­po giu­sto per vive­re nel rischio.

Ades­so ci sono una serie di con­giun­tu­re eco­no­mi­co-socia­li, una len­ta e dif­fu­sa pre­sa di coscien­za del mon­do in cui vivia­mo e una buo­na dispo­ni­bi­li­tà di stru­men­ti uti­li per vola­re: è il momen­to giu­sto per libe­rar­si dal­la socie­tà del­la per­for­man­ce. Ecco per­ché, come si dice­va in aper­tu­ra, è un momen­to feno­me­na­le in cui vivere.

Nel­l’im­ma­gi­ne: Touch Scream di Fede­ri­co Clapis. 

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Sheila Khan