Un assordante grido silenzioso

“Un’immagine vale più di mil­le paro­le”. È for­se un po’ scon­ta­ta que­sta frase?

Pro­ba­bil­men­te sì, ma sem­bra dav­ve­ro adat­ta al muto pian­to di Yane­la, la pic­co­la hon­du­re­na che ter­ro­riz­za­ta guar­da la sua mam­ma per­qui­si­ta da un “bor­der patron agent”, una guar­dia di fron­tie­ra a McAl­len, Texas.

La fotografia,“Crying Girl on the Border”, è stata scattata lo scorso 12 giugno dal fotografo americano John Moore sul confine tra Messico e Stati Uniti, teatro da troppo tempo di un esodo doloroso di migranti centroamericani che cercano asilo in territorio statunitense.

A feb­bra­io era­no sta­te comu­ni­ca­te le foto­gra­fie sele­zio­nan­te per il pre­mio di foto­gior­na­li­smo più pre­sti­gio­so a livel­lo mon­dia­le, il World Press Pho­to. Ed è pro­prio lo scat­to di Moo­re ad aggiu­di­car­si il pri­mo posto nel­la ceri­mo­nia che ha avu­to luo­go ad Amster­dam lo scor­so 11 aprile.

Dopo un lun­go perio­do pas­sa­to a scat­ta­re foto in varie par­ti del mon­do, Moo­re ha deci­so di tor­na­re nel­la sua patria per con­cen­trar­si sull’argomento che è sta­to il tema por­tan­te del con­cor­so foto­gra­fi­co di quest’anno, quel­lo dell’immigrazione. Di que­sta tema­ti­ca si è occu­pa­to anche l’olandese Pie­ter Ten Hoo­pen, vin­ci­to­re per la cate­go­ria World Press Pho­to Sto­ry of the Year, nuo­vo pre­mio isti­tui­to per repor­ta­ge foto­gra­fi­ci che rac­con­ta­no sto­rie impor­tan­ti: con “The Migrant Cara­van”, Ten Hoo­pen ha cat­tu­ra­to alcu­ni atti­mi del per­cor­so com­piu­to dal­la più gran­de caro­va­na di migran­ti regi­stra­ta nel­la sto­ria recen­te, 7000 viag­gia­to­ri par­ti­ti dall’Honduras che han­no rac­col­to gen­te da tut­to il cen­tro America.

Ci sono anche tre ita­lia­ni tra i pre­mia­ti, Mar­co Gua­laz­zi­ni nel­la cate­go­ria “Ambien­te” e Loren­zo Tugno­li in “Gene­ral News”, segui­to sul secon­do gra­di­no del podio da Danie­le Volpe.

La foto “la bam­bi­na che pian­ge sul con­fi­ne”, ha scos­so appe­na pub­bli­ca­ta mol­te coscien­ze in tut­to il mon­do. Il desti­no cui van­no infat­ti incon­tro mol­ti migran­ti che cer­ca­no dispe­ra­ta­men­te di attra­ver­sa­re il con­fi­ne tra Mes­si­co e Sta­ti Uni­ti, è quel­lo del­la divi­so­ne del­le fami­glie, con­se­guen­za del­la poli­ti­ca “Tol­le­rean­za zero” mes­sa in atto dal pre­si­den­te ame­ri­ca­no Donald Trump a par­ti­re dall’aprile 2018, che non per­met­te più di appli­ca­re un trat­ta­men­to spe­cia­le agli adul­ti che entra­no in ter­ri­to­rio sta­tu­ni­ten­se accom­pa­gna­ti da minori.

Suc­ce­de così che mol­ti di que­sti adul­ti ven­ga­no rin­chiu­si in car­ce­ri fede­ra­li nel­le qua­li per leg­ge non pos­so­no esse­re trat­te­nu­ti dei mino­ri, che ven­go­no a loro vol­ta spe­di­ti in altri cen­tri in atte­sa del­la sen­ten­za di un giu­di­ce fede­ra­le. Incer­te per le fami­glie sono anche le pos­si­bi­li­tà di rima­ne­re in con­tat­to dopo la sepa­ra­zio­ne, dato che la “Tol­le­ran­za zero” non for­ni­sce mez­zi per far­lo. Que­sto, secon­do la logi­ca di par­te del gover­no ame­ri­ca­no, dovreb­be esse­re un modo per sco­rag­gia­re l’ingresso ille­ga­le negli Sta­ti Uniti.

La foto, nono­stan­te non sia sta­ta scat­ta­ta nel pre­ci­so momen­to del­la sepa­ra­zio­ne, ne è diven­ta­ta un sim­bo­lo: “Pen­so che que­sta imma­gi­ne abbia toc­ca­to il cuo­re di mol­te per­so­ne, come ha fat­to il mio, per­ché uma­niz­za una sto­ria più ampia. Quan­do vedi il viso di Yane­la, che ades­so ha più di due anni, vedi dav­ve­ro l’u­ma­ni­tà e la pau­ra di fare un viag­gio così lun­go e di attra­ver­sa­re un con­fi­ne nel cuo­re del­la not­te” dichia­ra infat­ti il fotografo.

Effettivamente è difficile rimanere indifferenti davanti alla disperazione della piccola Yanela, nascosta dietro le gambe della sua mamma, impaurita dall’idea di essere separata da colei che probabilmente è la sua unica àncora in quella fuga tumultuosa e angosciante, nella fatica, nella confusione, nella stanchezza.

La bim­ba con la fel­pa ros­sa, non anco­ra in gra­do di capi­re appie­no il moti­vo per cui si tro­va in quell’allucinante situa­zio­ne, non anco­ra in gra­do di spie­ga­re a paro­le il suo sta­to, usa l’unico stru­men­to che ha a dispo­si­zio­ne, ma che fa arri­va­re drit­ta al pet­to tut­ta l’angoscia del­la situa­zio­ne: il suo pian­to dispe­ra­to per urla­re al mon­do la sua pau­ra, l’ansia di rima­ne­re sospe­sa su quel male­det­to con­fi­ne tra un pas­sa­to che cer­ca di lasciar­si alle spal­le e un futu­ro quan­to mai incerto.

E come lei sono miglia­ia i bam­bi­ni che appa­io­no come gigan­ti che dovreb­be­ro già far­si cari­co di situa­zio­ni che nean­che un adul­to sareb­be in gra­do di gesti­re, e che ci fan­no sen­ti­re cosi pic­co­li, atter­ri­ti da quel gri­do dispe­ra­to che sen­tia­mo chia­ra­men­te nono­stan­te sia immo­bi­le su una pagina.

Cara Yane­la, tu pro­ba­bil­men­te non lo sai, ma il tuo assor­dan­te gri­do silen­zio­so rie­cheg­gia nel­le orec­chie di tut­ti noi.

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Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.