Alabama: l’aborto è un crimine

Alabama: l’aborto è un crimine

16 mag­gio 2019: il gover­na­to­re dell’Alabama Key Ivey twit­ta: “Ho fir­ma­to. La leg­ge affer­ma con for­za l’idea che ogni vita è pre­zio­sa ed è un rega­lo di Dio”. La leg­ge che ha fir­ma­to è l’Ala­ba­ma Human Life Pro­tec­tion Act, sen­ten­za appro­va­ta in Sena­to gra­zie al voto di 25 uomi­ni repub­bli­ca­ni rispet­to a soli 6 con­tra­ri, che ren­de l’aborto ille­ga­le in ogni sta­to del­la gra­vi­dan­za, sen­za ecce­zio­ni in caso di stu­pro o ince­sto, pre­ve­den­do inol­tre fino a 99 anni di pena per un medi­co che ne effet­tui uno. Uni­ca cir­co­stan­za con­ces­sa: il serio rischio di soprav­vi­ven­za per la madre. Sem­bre­reb­be l’inizio di un roman­zo disto­pi­co ambien­ta­to in un uni­ver­so miso­gi­no, ma è la real­tà in uno degli sta­ti fede­ra­li d’America.

È una mos­sa astu­ta che, se gio­ca­ta bene, potreb­be ripor­ta­re gli Sta­ti Uni­ti indie­tro di 46 anni sul pia­no dei dirit­ti civi­li: risa­le infat­ti al 1973 la Roe v. Wade, sen­ten­za del­la Cor­te Supre­ma che lega­liz­zò l’aborto a livel­lo fede­ra­le. La pro­mul­ga­zio­ne del Life Pro­tec­tion Act è dun­que anti costi­tu­zio­na­le, e gli auto­ri ne sono ben con­sa­pe­vo­li: la stra­te­gia pre­ve­de di arri­va­re con que­sta leg­ge alla Cor­te Supre­ma dove, anche se venis­se sospe­sa dal Tri­bu­na­le, per­met­te­reb­be di ini­zia­re un dibat­ti­to e rive­de­re la Roe. Le spe­ran­ze che ciò si rea­liz­zi sono più che fon­da­te, vista la per­cen­tua­le di giu­di­ci con­ser­va­to­ri attual­men­te pre­sen­ti (5 su 9), tra cui Neil Gor­such e Brett Kava­nau­gh, soste­nu­to da Trump nono­stan­te le accu­se di mole­stie sessuali.

La con­qui­sta del dirit­to all’aborto è recen­te ma già in peri­co­lo: un pri­mo segno di cedi­men­to era avve­nu­to nel 1992, quan­do la Plan­ned Paren­thood v. Casey riaf­fer­mò la lega­li­tà dell’aborto, ma con­ces­se liber­tà di movi­men­to ai vari sta­ti, che comin­cia­ro­no a inse­ri­re pic­co­le misu­re per limi­ta­re signi­fi­ca­ti­va­men­te la pos­si­bi­li­tà di effet­tua­re o richie­de­re un abor­to. In altre paro­le, non poten­do dichia­ra­re ille­ga­le una cli­ni­ca, le ven­ne­ro impo­ste misu­re igie­ni­che così seve­re e pecu­lia­ri che era costret­ta a chiu­de­re, non riu­scen­do a rispet­tar­le; oppu­re furo­no ridot­te le set­ti­ma­ne entro le qua­li era con­sen­ti­to abor­ti­re da 24 a 20.

Il caso dell’Alabama è estre­mo, ma non iso­la­to: secon­do il Gutt­ma­cher Insti­tu­te in 28 Sta­ti (North Dako­ta, Arkan­sas, Iowa, Ken­tuc­ky, Mis­si­si­pi…) sono sta­te pre­sen­ta­te pro­po­ste di leg­ge che pro­pon­go­no in qual­che modo divie­ti o limi­ta­zio­ni all’aborto. Esem­pio emble­ma­ti­co sono i cosid­det­ti heart­beat bills, che vie­ta­no l’aborto dopo il pri­mo momen­to in cui il bat­ti­to del feto sia per­ce­pi­bi­le, il che avvie­ne attor­no alle 6 set­ti­ma­ne di gra­vi­dan­za, quan­do mol­te don­ne anco­ra non san­no nep­pu­re di esse­re incin­te. Ma nep­pu­re que­sti decre­ti sono sta­ti rite­nu­ti suf­fi­cien­ti da Eric John­ston, l’avvocato che da 30 anni si bat­te per por­re fuo­ri leg­ge l’aborto: nell’intervista tra­se­mes­sa su Dai­ly, il pod­ca­st del New York Times, dichia­ra che il fon­da­men­to di que­sta leg­ge è che “the unborn child is a per­son”, con­cet­to a suo pare­re non abba­stan­za sot­to­li­nea­to dagli heart­beat bills. Que­sta sareb­be anche la giu­sti­fi­ca­zio­ne per l’esclusione di stu­pro e ince­sto: dal momen­to in cui il feto si tro­va nell’utero ‑comun­que ci sia fini­to- è da con­si­de­rar­si una per­so­na.

In real­tà que­sto ragio­na­men­to, per quan­to reto­ri­ca­men­te effi­cien­te su mas­se di fana­ti­ci, non è scien­ti­fi­ca­men­te cor­ret­to: la gine­co­lo­ga Jen Gun­ter ha rive­la­to al Guar­dian che le pul­sa­zio­ni attor­no alla sesta set­ti­ma­na non sono da con­fon­de­re con un bat­ti­to car­dia­co in quan­to il cuo­re, e gli altri orga­ni non sono anco­ra costi­tui­ti a quell’altezza, per­tan­to il feto non è un “pic­co­lo bambino”.

Le rea­zio­ni sono sta­te for­ti e deci­se: cen­ti­na­ia di mani­fe­sta­zio­ni e cor­tei han­no avu­to luo­go negli ulti­mi gior­ni (con pro­ta­go­ni­ste don­ne evo­ca­ti­va­men­te tra­ve­sti­te come nel roman­zo Il rac­con­to dell’ancella), sono sta­ti lan­cia­ti mes­sag­gi di disgu­sto nei con­fron­ti del­la leg­ge e degli uomi­ni che l’hanno appro­va­ta e varie pro­te­ste sono arri­va­te anche da cele­bri­tà, fra cui Mila Jovo­vich, Rihan­na, Lady Gaga.

E’ senz’altro valida la polemica, considerato che sono stati 25 senatori uomini a decidere le sorti di un diritto esclusivamente femminile, ma non bisogna dimenticare che il governatore che ha firmato la legge è una donna.

D’altra par­te mol­tis­si­me sono sta­te le sena­tri­ci e alcu­ne can­di­da­te alla pre­si­den­za degli Usa che han­no alza­to la voce, chia­man­do que­sta sen­ten­za con il suo vero nome, un oltrag­gio alle don­ne, e invi­tan­do gli ame­ri­ca­ni a non accet­tar­la e a “com­bat­te­re come l’inferno”.

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Michela La Grotteria
Made in Geno­va. Leg­go di tut­to per capi­re come gli altri vedo­no il mon­do, e scri­vo per dire come lo vedo io. Amo le pal­li­ne di Nata­le, la focac­cia nel cap­puc­ci­no e i tet­ti parigini.