Il governo del melodramma

Il governo del melodramma

Quan­to tem­po anco­ra, mesi anco­ra, gior­ni anco­ra biso­gne­rà assi­ste­re al luna­re tea­tri­no di due vice-pre­si­den­ti del Con­si­glio che fin­go­no di liti­ga­re — o for­se liti­ga­no dav­ve­ro, per quel che ne sap­pia­mo — su qual­sia­si argo­men­to che fini­sca al cen­tro del dibat­ti­to poli­ti­co? Migran­ti, auto­no­mia regio­na­le, con­gres­so di Vero­na, leva obbli­ga­to­ria, flat tax, Cina, ritor­no del­le pro­vin­ce, nega­zio­ni­smo. Ogni argo­men­to un moti­vo di ten­sio­ne; ogni que­stio­ne un pre­te­sto per bat­ti­bec­ca­re. Eppu­re, dopo i liti­gi e gli strac­ci, non rom­po­no mai la loro alleanza.

I due vice-premier, Salvini e Di Maio, tengono in piedi il governo, probabilmente fino alle elezioni Europee, perché entrambi, al momento, non hanno alternative.

Per Di Maio mol­la­re il gover­no in un momen­to dif­fi­col­tà sareb­be sui­ci­da. Il Movi­men­to 5 Stel­le si tro­va al cen­tro di una deli­ca­ta tra­sfor­ma­zio­ne da movi­men­to a par­ti­to e il suo pro­ble­ma, in un fran­gen­te in cui si acu­tiz­za­no le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che destra-sini­stra — soprat­tut­to a cau­sa dell’azione di Sal­vi­ni — è che fati­ca a tro­va­re una col­lo­ca­zio­ne coe­ren­te. Anco­ra oggi, dopo sei anni di pre­sen­za par­la­men­ta­re e uno di gover­no, non si sa bene che cosa il Movi­men­to sia, se car­ne o pesce. Se in un pri­mo momen­to que­sta vaghez­za aiu­ta­va a rac­co­glie­re voti, oggi Di Maio rischia di paga­re pesan­te­men­te l’assenza di una base soli­da di elet­to­ri, dispo­sta a con­ti­nua­re a vota­re in ogni caso, in vir­tù di un’af­fi­ni­tà idea­le. Quel­la base, per inten­der­si, che ha per­mes­so al Pd, nono­stan­te tut­to, di non affon­da­re al di sot­to del 17–18 per cento.

Sal­vi­ni inve­ce pro­se­gue la sua ope­ra di pro­sciu­ga­men­to dell’elettorato di cen­tro-destra. Lo radi­ca­liz­za e lo mobi­li­ta. Imma­gi­na una Lega auto­suf­fi­cien­te, che si reg­ga in pie­di da sola. Come mol­ti osser­va­to­ri han­no evi­den­zia­to, il lea­der leghi­sta ha biso­gno di tem­po per con­qui­sta­re l’area che anco­ra fa rife­ri­men­to a Ber­lu­sco­ni. Il pro­gres­si­vo sna­tu­ra­men­to dei con­no­ta­ti del­la Lega, però, potreb­be non pas­sa­re inos­ser­va­to e c’è già chi pre­ve­de che il 26 mag­gio, alle ele­zio­ni Euro­pee, il suc­ces­so del par­ti­to di Sal­vi­ni al sud pos­sa esse­re ben mag­gio­re di quel­lo al nord.

Non possono mollarsi, dunque. Perché non conviene né all’uno né all’altro.

E il gover­no resta in pie­di, tra­bal­lan­te, come un ese­cu­ti­vo del­la Pri­ma Repub­bli­ca, quan­do per man­can­za di solu­zio­ni alter­na­ti­ve o in atte­sa di tem­pi miglio­ri si tira­va, andreot­tia­na­men­te par­lan­do, a cam­pa­re.

Non poten­do lascia­re esplo­de­re le con­trad­di­zio­ni del­la mag­gio­ran­za, i due lea­der per il momen­to fan­no fin­ta di con­tra­star­si. Nel sol­co del­la più ras­si­cu­ran­te tra­di­zio­ne ita­lia­na avvol­go­no le tra­gi­ci­tà di un Pae­se inca­pa­ce di risol­le­var­si, impan­ta­na­to nel­le sue dia­tri­be e nei suoi ran­co­ri sen­za tem­po, in un man­to di melo­dram­ma. Men­tre una musi­ca un po’ amma­lian­te li accom­pa­gna, reci­ta­no sen­za gra­zia un copio­ne che loro stes­si si sono assegnati.

Dai liti­gi ste­ri­li al far­se­sco bal­let­to, ad esem­pio, per cui uno (Sal­vi­ni) va al con­si­glio dei mini­stri e l’altro (Di Maio) va in tv per pun­zec­chiar­lo, emer­ge la deso­la­zio­ne di una poli­ti­ca svuo­ta­ta di ogni con­te­nu­to e ormai ridot­ta a sem­pli­ce posa. Risuo­na­no nel vuo­to le voci dei due pro­ta­go­ni­sti, che si rin­cor­ro­no e si fan­no eco. Non signi­fi­ca­no nul­la, e non por­ta­no a nulla.

Gri­da­re, stre­pi­ta­re e strac­ciar­si le vesti per poi lascia­re tut­to a metà era un gran­de clas­si­co anche del­la Secon­da Repub­bli­ca. Con la dif­fe­ren­za che i con­ten­den­ti era­no per­lo­me­no su fron­ti oppo­sti: Pro­di con­tro Ber­lu­sco­ni, Rutel­li con­tro Bos­si, Vel­tro­ni con­tro Fini. Era­no liti­gi pre­ve­di­bi­li, che non sor­pren­de­va­no nes­su­no. Oggi il para­dos­so è che a liti­ga­re si tro­va­no gli allea­ti di gover­no, pro­prio i due par­ti­ti di gover­no più radi­ca­li del­la sto­ria del­la Repub­bli­ca, che pro­met­te­va­no il cam­bia­men­to, il supe­ra­men­to gia­co­bi­no del­le vec­chie logi­che del com­pro­mes­so e del­la media­zio­ne, per cui se tu cedi un po’ di qua io ti con­ce­do un po’ di là. Ma tut­to è rima­sto fer­mo, inva­ria­to, cristallizzato.

È la maledizione del Gattopardo, per cui tutto in Italia si trascina, tra mille proclami e mille recite, immutato e insensibile.

Dopo qua­si 11 mesi di gover­no si può trar­re un bilan­cio. In tut­to que­sto tem­po si è discus­so pra­ti­ca­men­te di qual­sia­si argo­men­to, dal­le boni­fi­che pon­ti­ne all’accisa per la guer­ra d’E­tio­pia del 1935, dal­la patri­mo­nia­le alle allean­ze con i neo­fa­sci­sti euro­pei. In que­sto tram­bu­sto il gover­no Con­te ha com­bi­na­to ben poco, bloc­ca­to dai veti incro­cia­ti e inca­stra­to nel gio­co dei ricat­ti che si mol­ti­pli­ca­no, ine­so­ra­bi­li, appe­na la ten­sio­ne tra i due lea­der del gover­no tor­na a crescere.

Il caso di Arman­do Siri ha dimo­stra­to che Sal­vi­ni può fare la voce gros­sa in ogni momen­to e che Di Maio, allo stes­so tem­po, non può mostrar­si mor­bi­do su cer­ti argomenti.

Que­sta situa­zio­ne di effet­ti­va para­li­si si pro­lun­ga alme­no da gen­na­io, quan­do le pri­me cre­pe e le pri­me incom­pren­sio­ni tra i due par­ti­ti han­no ini­zia­to ad affac­ciar­si. C’è un fon­do all’abisso nel qua­le ci sia­mo cac­cia­ti? Il bal­let­to cer­ta­men­te fini­rà e la sbor­nia dell’esperienza ine­di­ta — i grup­pet­ta­ri movi­men­ti­sti al gover­no con i sovra­ni­sti — non dure­rà per sem­pre. Le ten­sio­ni e le ipo­cri­sie sono oggi ali­men­ta­te soprat­tut­to dal­la cam­pa­gna elet­to­ra­le, ne sono un sin­to­mo. Ma non è det­to che que­sta vuo­to reci­ta­to non sia in real­tà la cifra distin­ti­va del nostro tem­po, alla qua­le dovre­mo fare l’abitudine.

Non resta che guar­da­re giù, fino in fon­do all’abisso, e vede­re cosa c’è. A que­sto pun­to, cos’altro può esserci?

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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