Intervista a Mateo Çili: l’azzardo di fare teatro oggi

Nel­la tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le mila­ne­se il tea­tro ha un ruo­lo fon­da­men­ta­le. Sono mol­tis­si­me le per­so­na­li­tà che han­no fat­to del­la capi­ta­le lom­bar­da un’eccellenza nel­l’am­bi­to tea­tra­le. Inol­tre, sul suo­lo mila­ne­se sono tan­te anche le scuo­le e le acca­de­mie che per­met­to­no ai gio­va­ni di avvi­ci­nar­si a que­sto mon­do e di com­pren­der­lo più da vici­no. Ogni anno fan­no richie­sta al cor­so di reci­ta­zio­ne del­la Civi­ca Scuo­la di Tea­tro Pao­lo Gras­si in cen­ti­na­ia, ma gli ammes­si sono meno di quindici. 

Esi­sto­no, però, anche real­tà diver­se da quel­le tra­di­zio­na­liNoi abbia­mo incon­tra­to Mateo Çili, atto­re e regi­sta alba­ne­se che ha fon­da­to tre anni fa la Scuo­la Spe­ri­men­ta­le di Tea­tro Zahr Tea­tër. Mateo si è diplo­ma­to all’Accedemia del Tea­tro Sta­bi­le del Vene­to, e si è spe­cia­liz­za­to con diver­si grup­pi e mae­stri inter­na­zio­na­li tra cui il The Wor­cen­ter of Jer­zy Gro­to­w­ski and Tho­mas Richards e l’Odin Teatret. 

Gli abbiamo chiesto di parlarci della sua scuola e di quale sia per lui il senso del teatro oggi.


Come è nata l’idea di fon­da­re Zahr Teatër?

Ho aper­to que­sta scuo­la per­ché mi sono reso con­to che non riu­sci­vo a tro­va­re intor­no a me real­tà che mi sod­di­sfa­ces­se­ro. Nel tem­po ho incon­tra­to mol­ti atto­ri che non ave­va­no voglia di lavo­ra­re, regi­sti pie­ni di sé. Sono rima­sto per lun­go tem­po all’Odin Tea­tret e mi sono tro­va­to mol­to bene, la mia inten­zio­ne era di rima­ne­re lì. Poi un gior­no par­lan­do con Julia Var­ley, mia inse­gnan­te, mi sono reso con­to che resta­re all’Odin signi­fi­ca­va ave­re già tut­to pron­to e a por­ta­ta di mano. L’Odin è sta­to un pro­get­to che si è rea­liz­za­to gra­zie a un duro lavo­ro nel cor­so di alme­no cinquant’anni e che oggi rap­pre­sen­ta un pun­to di arri­vo per mol­tis­si­mi atto­ri che desi­de­ra­no fare un tea­tro fisi­co e vero. Ma loro per arri­va­re dove sono ades­so han­no fat­to tan­tis­si­ma stra­da, per le pro­ve del loro pri­mo spet­ta­co­lo Euge­nio Bar­ba e i suoi atto­ri usa­ro­no un rifu­gio anti­ae­reo sot­to una col­li­na. Julia mi invi­ta­va a fare il mio Odin, a tro­va­re per­so­ne con cui lavo­ra­re per rag­giun­ge­re qual­co­sa di più gran­de. E poi è arri­va­ta la pos­si­bi­li­tà di far­lo, io lo chia­mo Desti­no. Un ami­co mi ha det­to che avreb­be pre­so in gestio­ne lo spa­zio cul­tu­ra­le “Cor­te dei Mira­co­li” e mi ha pro­po­sto di tene­re un labo­ra­to­rio tea­tra­le. Io ho rispo­sto che inve­ce vole­vo fare una scuo­la, cin­que gior­ni a set­ti­ma­na, cin­que ore al gior­no. Ades­so sono pas­sa­ti tre anni.


Che cosa signi­fi­ca oggi fare l’arte di mestiere?

In Ita­lia l’arte tea­tra­le non vie­ne vista come un mestie­re. C’è un rispet­to mag­gio­re per l’attore di cine­ma. Quan­do mi chie­do­no che lavo­ro fac­cio e rispon­do “atto­re”, la doman­da suc­ces­si­va è sem­pre “di cosa?”. Ci sono arti più ogget­ti­ve di altre, la musi­ca è una di que­ste. A un musi­ci­sta nes­su­no si sogne­reb­be di non pagar­lo, men­tre inve­ce capi­ta spes­so che a un atto­re si pro­pon­ga visi­bi­li­tà, sen­za offri­re un com­pen­so. Il pro­ble­ma è che il mestie­re dell’attore oggi atti­va natu­ral­men­te il Nar­ci­so che è in noi, ci sono atto­ri che pur di far­si vede­re fareb­be­ro di tut­to e rinun­cia­no a rice­ve­re un com­pen­so. Così rischia­no di diven­ta­re scim­mie ammae­stra­te che fan­no di tut­to pur di far­si tira­re una noc­cio­li­na, inve­ce, l’attore deve esse­re pri­ma di tut­to un esse­re uma­no e ave­re un’etica del lavo­ro. Biso­gna sot­trar­si alle logi­che del mer­ca­to: l’attore deve fare tea­tro per impa­ra­re a vive­re, non per­ché gli dia da vive­re. Per soprav­vi­ve­re può fare altri mestie­ri, ma è impor­tan­te che abbia qual­co­sa da dire, che sia toc­ca­to lui stes­so per pri­mo da ciò che fa, per­ché que­sto è l’unico modo per toc­ca­re il pub­bli­co. Deve esse­re un “atto­re sveglio”.


Cosa inten­di per “atto­re sveglio”?

In Occi­den­te non sia­mo pre­sen­ti a noi stes­si, non abbia­mo con­sa­pe­vo­lez­za del nostro cor­po. Oggi è dif­fi­ci­le esse­re sve­gli, per­ché sia­mo in una socie­tà che vuo­le addor­men­tar­ci per intrat­te­ner­ci, ossia trat­te­ner­ci. Il tea­tro non deve esse­re visto come un intrat­te­ni­men­to in que­sto sen­so, non deve trat­te­ne­re dal fare. Il tea­tro deve trat­te­ne­re il pub­bli­co lì per­ché vuo­le dir­gli del­le cose ele­va­te. L’attore sve­glio è un atto­re che ha la con­sa­pe­vo­lez­za del pro­prio esse­re e del pro­prio esse­re fisico.


Hai par­la­to di con­sa­pe­vo­lez­za fisi­ca. Quan­to è impor­tan­te il trai­ning nel­la vostra formazione?

Il cor­po è l’unica cosa che pos­sia­mo con­trol­la­re. Noi sia­mo soprat­tut­to cor­po e, inve­ce, il nostro siste­ma edu­ca­ti­vo si foca­liz­za prin­ci­pal­men­te sul­la men­te. A scuo­la un bam­bi­no dai sei anni in poi pas­sa un ter­zo del­la sua gior­na­ta di veglia sedu­to su una sedia: que­sto è con­tro natu­ra. Pos­sia­mo fare espe­rien­za di noi stes­si solo attra­ver­so i sen­si, e se si annul­la il cor­po cosa rima­ne? Solo una men­te pri­gio­nie­ra che non rie­sce a fare espe­rien­za di sé. Ideal­men­te, se l’essere uma­no cre­sces­se in manie­ra natu­ra­le, il trai­ning fisi­co non sareb­be impor­tan­te. Se fos­si­mo nati nel­la giun­gla, per esem­pio, non ci sareb­be la neces­si­tà di rag­giun­ge­re una con­sa­pe­vo­lez­za fisi­ca. Sono sta­to in tour­née a Bogo­tá, in Colom­bia. Lì gli atto­ri sono più vivi, non han­no biso­gno del trai­ning. Que­sto per­ché il con­te­sto in cui vivo­no è diver­so, man­ca­no le risor­se prin­ci­pa­li, sono fre­quen­ti le spa­ra­to­rie. Per fare uno spet­ta­co­lo abbia­mo dovu­to chie­de­re l’autorizzazione a dei cri­mi­na­li e loro ci han­no con­ces­so un’area pre­ci­sa in cui far­lo, se non aves­si­mo rispet­ta­to quel con­fi­ne avrem­mo rischia­to di mori­re. Lì si rischia la vita e allo­ra ha sen­so fare tea­tro, loro non han­no biso­gno di trai­ning per­ché la loro vita è il loro trai­ning. Qui in Ita­lia inve­ce è dif­fi­ci­le fare tea­tro, il trai­ning a noi ser­ve per eli­mi­na­re le sco­rie che la socie­tà ci ha mes­so addos­so dall’infanzia. Ci sono atto­ri che arri­va­no nel­la nostra scuo­la e non san­no sta­re su un pie­de solo, abbia­mo disim­pa­ra­to a usa­re il nostro cor­po: la situa­zio­ne è grave.


Come fate voi a rag­giun­ge­re que­sta con­sa­pe­vo­lez­za corporea?

L’essere uma­no ten­de a esse­re distrat­to, soprat­tut­to nel­la nostra socie­tà. È pos­si­bi­le esse­re con­sa­pe­vo­li del pro­prio cor­po solo facen­do cose, non lascian­do alla men­te il tem­po di pen­sa­re, e biso­gna fare cose dif­fi­ci­li. Quan­do sia­mo in una situa­zio­ne di peri­co­lo, infat­ti, la men­te pen­sa solo a sal­var­si la vita. Quin­di è neces­sa­rio tro­va­re del­le situa­zio­ni arti­fi­cia­li di peri­co­lo, noi per esem­pio lavo­ria­mo con i basto­ni, ce li lan­cia­mo, ci col­pia­mo, a vol­te degli ogget­ti pren­do­no fuo­co in sce­na: fac­cia­mo un lavo­ro anche peri­co­lo­so per cer­ti ver­si, ma que­sto aiu­ta gli atto­ri a sta­re nel cor­po. Que­sto è anche il moti­vo per cui fac­cia­mo uno spet­ta­co­lo ogni quat­tro set­ti­ma­ne, per met­te­re subi­to l’attore sul­la sce­na, in pericolo.


Come si orga­niz­za il lavo­ro all’interno del­la vostra scuola?

La scuo­la è divi­sa in nove modu­li, uno per mese. Lo scor­so mese il tema era la scrit­tu­ra dram­ma­tur­gi­ca e abbia­mo mes­so in sce­na dei mono­lo­ghi. Ogni quat­tro set­ti­ma­ne orga­niz­zia­mo uno spet­ta­co­lo atti­nen­te al modu­lo che abbia­mo svol­to. I nostri spet­ta­co­li sono a offer­ta libe­ra e il rica­va­to vie­ne ripar­ti­to tra gli allie­vi, è giu­sto che sia­no paga­ti per il loro lavo­ro. Fac­cia­mo lezio­ne cin­que gior­ni a set­ti­ma­na per cin­que ore al gior­no, per un tota­le di cen­to ore men­si­li. Attual­men­te stia­mo lavo­ran­do sul rit­mo come prin­ci­pio sce­ni­co. Il pros­si­mo spet­ta­co­lo sarà il 12 mag­gio alle 17.00, alla Cor­te dei Mira­co­li. Si chia­me­rà “Dopo­la­vo­ro jam” per­ché sarà una jam rit­mi­ca aper­ta al pub­bli­co, che potrà veni­re a fare musi­ca con noi e capi­re cosa vuol dire pro­dur­re ritmo. 


Che ruo­lo ha oggi il tea­tro nel­la nostra società?

Oggi il tea­tro è un lus­so, non è neces­sa­rio. C’è inter­net, la tele­vi­sio­ne, Net­flix, la real­tà vir­tua­le, i video­gio­chi. La gen­te non sen­te più il biso­gno del tea­tro, di tea­tro ne ha biso­gno chi lo fa, non chi lo guar­da. Il tea­tro deve esse­re usa­to non come lo spec­chio di Nar­ci­so, ma come un arie­te per sfon­da­re le por­te del­la per­ce­zio­ne. Nel­lo sta­re in con­tat­to con un altro esse­re uma­no si rea­liz­za lo sco­po rea­le del­la vita, che è la pre­sen­za, una ener­gia supe­rio­re in gra­do di inva­de­re. Per un atti­mo ti assa­le la con­sa­pe­vo­lez­za che sia­mo tut­ti par­te di qual­co­sa di inim­ma­gi­na­bi­le. Il tea­tro non deve ele­mo­si­na­re che la gen­te vada a veder­lo, ma deve solo esse­re vivo ed esse­re vero. E, infi­ne, il tea­tro è anche un azzar­do, da qui nasce il nome Zahr (dall’arabo az-zahr, dado): si può scom­met­te­re tut­to nel tea­tro ma non c’è nes­su­na garanzia. 

Intervista a Mateo Çili: l'azzardo di fare teatro oggi -Vulcano Statale

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Elisa Torello
Sono nata a fine ago­sto a Mila­no, ma sogno il mare ogni gior­no. Mi illu­do di cat­tu­ra­re la real­tà che mi cir­con­da attra­ver­so la foto­gra­fia e la scrit­tu­ra. Mi pia­ce par­la­re di libri e di idee, ma spes­so mi sof­fer­mo trop­po sui dettagli.