Questa storia delle élite

Questa storia delle élite
French CRS riot police talks with demonstrators blocking the traffic on the highway A47 between Lyon and Saint-Etienne on November 17, 2018 in Givors, during a nationwide popular initiated day of protest called "yellow vest" movement to protest against high fuel prices which has mushroomed into a widespread protest against stagnant spending power under French President. More than 120 000 people were taking part in more than 2000 protests at roundabouts and motorway exits, Interior Minister said. Most protests were relatively calm despite the anger expressed by many in interviews and on social media in recent days over the surge in fuel prices this year, in particular for diesel. / AFP / JEAN-PHILIPPE KSIAZEK

Si avvi­ci­na­no le ele­zio­ni euro­pee, uno degli appun­ta­men­ti poli­ti­ci più impor­tan­ti degli ulti­mi anni. Sarà, final­men­te, l’occasione per misu­ra­re su lar­ga sca­la, in un inte­ro con­ti­nen­te, il peso effet­ti­vo del­le for­ze cosid­det­te popu­li­ste. Die­tro que­sta eti­chet­ta pos­so­no star­ci mol­te cose: sicu­ra­men­te tut­ti quel­li che con­te­sta­no isti­tu­zio­nal­men­te l’attuale Unio­ne Euro­pea, ma anche quel­li che si rifan­no con chia­rez­za allo sche­ma éli­te con­tro popo­lo, o rin­van­ga­no ideo­lo­gie con­sun­te, susci­ta­no sen­ti­men­ti di chiu­su­ra e tal­vol­ta di odio e pro­pu­gna­no, più che il tra­di­zio­na­le pro­gres­si­vo avan­za­men­to ver­so il futu­ro, una più o meno dra­sti­ca risco­per­ta del­le radi­ci nazio­na­li e reli­gio­se. Insom­ma, i ribel­li.

I ribel­li non sono solo i sovra­ni­sti, ovvia­men­te. Sal­vi­ni, Le Pen, Orbàn e gli altri non fan­no altro che sfrut­ta­re l’ansiosa voglia di cam­bia­men­to degli elet­to­ri. Pro­pon­go­no ricet­te faci­li a pro­ble­mi com­ples­si e si distin­guo­no per pro­mes­se mira­bo­lan­ti spes­so irrea­liz­za­bi­li o fon­da­te su affer­ma­zio­ni fal­se. Fon­da­no la loro azio­ne poli­ti­ca sul­la reto­ri­ca nazio­na­li­sta e su uno scio­vi­ni­smo da ope­ret­ta. E que­sto è vero, ma non è tut­to. Anche altri par­ti­ti o movi­men­ti pos­so­no esse­re defi­ni­ti ribel­li, pur non essen­do né di destra né filo­fa­sci­sti. Il Movi­men­to 5 Stel­le è l’esempio som­mo, per­ché è riu­sci­to per­si­no ad arri­va­re al gover­no di un Pae­se fon­da­to­re dell’Unione. Si è sem­pre defi­ni­to né di destra né di sini­stra e ha gui­da­to una rivol­ta vir­tua­le nei con­fron­ti del­la casta poli­ti­ca e non solo. E ha pre­so milio­ni di voti.

Se voglia­mo uti­liz­za­re un’etichetta infla­zio­na­ta, pos­sia­mo dire che i ribel­li pro­te­sta­no soprat­tut­to con­tro le fami­ge­ra­te éli­te, che sia­no que­ste poli­ti­che, eco­no­mi­che o socia­li. A gen­na­io lo scrit­to­re Ales­san­dro Baric­co ha scrit­to un arti­co­lo mol­to discus­so sul tema:

Dun­que, rias­su­men­do: è anda­to in pez­zi un cer­to pat­to tra le éli­tes e la gen­te, e ades­so la gen­te ha deci­so di fare da sola. Non è pro­prio un’insurrezione, non anco­ra. È una sequen­za impla­ca­bi­le di impun­ta­tu­re, di mos­se improv­vi­se, di appa­ren­ti devia­zio­ni dal buon sen­so, se non dal­la razio­na­li­tà. Osses­si­va­men­te, la gen­te con­ti­nua a man­da­re — votan­do o scen­den­do in stra­da — un mes­sag­gio mol­to chia­ro: vuo­le che si scri­va nel­la Sto­ria che le éli­tes han­no fal­li­to e se ne devo­no anda­re. Come dia­vo­lo è potu­to succedere?

Il pun­to di par­ten­za del ragio­na­men­to è una pre­sa d’atto del­lo scar­to ora­mai avve­nu­to che ha spin­to lar­ghi stra­ti del­la popo­la­zio­ne a pro­te­sta­re con­tro chi li ha gover­na­ti in que­sti anni. La pro­te­sta ha assun­to for­me diver­se e tem­pi diver­si — refe­ren­dum, ele­zio­ni, mani­fe­sta­zio­ni di piaz­za, offen­si­ve su inter­net — ma ha man­te­nu­to un filo ros­so costan­te di rival­sa nei con­fron­ti dei poten­ti e di quel­li che sem­bra­no tali.

In sostan­za, osser­van­do la situa­zio­ne come da una navi­cel­la, si può nota­re che il popo­lo — e cioè gli elet­to­ri —, nel ten­ta­ti­vo di man­da­re a casa le clas­si diri­gen­ti accu­sa­te di mal­go­ver­na­re e, in defi­ni­ti­va, di far­si gli affa­ri pro­pri, ha spes­so fini­to per man­da­re al pote­re pez­zi di éli­te che urla­va­no più for­te e si pro­po­ne­va­no come stre­nui nemi­ci del­lo sta­tus quo. La tra­vol­gen­te ele­zio­ne di Donald Trump, plu­ri­mi­liar­da­rio poten­tis­si­mo da decen­ni, la Bre­xit pro­mos­sa da con­ser­va­to­ri e nazio­na­li­sti bene­stan­ti, il suc­ces­so di poli­ti­ci come Mat­teo Sal­vi­ni che han­no sem­pre vis­su­to di poli­ti­ca e inca­ri­chi pub­bli­ci. In pas­sa­to qual­co­sa di simi­le era acca­du­to anche con Ber­lu­sco­ni.

Questo dato di fatto dovrebbe fare riflettere: piuttosto che voi, hanno urlato gli elettori, siamo disposti a votare qualsiasi cosa.

Ma di pre­ci­so, voi chi? Que­sto è un pun­to impor­tan­te, per­ché gli elet­to­ri, di loro ini­zia­ti­va e di pun­to in bian­co han­no trac­cia­to una linea net­ta: noi, di qui, il popo­lo ves­sa­to e maga­ri rap­pre­sen­ta­to da qual­che dema­go­go; voi, di là, che vi sie­te arric­chi­ti, ave­te stu­dia­to e vive­te in una con­di­zio­ne di benes­se­re. Se si ana­liz­za la que­stio­ne da un pun­to di vista socio­lo­gi­co è anco­ra Baric­co a veni­re in soccorso:

Sono pochi (negli Sta­ti Uni­ti sono uno su die­ci), pos­sie­do­no una bel­la fet­ta del dena­ro che c’è (negli Sta­ti Uni­ti han­no otto dol­la­ri su die­ci, e non sto scher­zan­do), occu­pa­no gran par­te dei posti di pote­re. Rias­su­men­do: una mino­ran­za ric­ca e mol­to potente.

Dal­la par­te del popo­lo dun­que non c’è solo chi vive situa­zio­ni di disa­gio o pover­tà, ma pro­prio tut­ti quel­li che negli ulti­mi anni non si sono nem­me­no avvi­ci­na­ti alle leve del pote­re. Con l’eccezione, come det­to, di alcu­ni capi­po­po­lo tipo Trump.

Le éli­te, come ammet­te lo stes­so Baric­co, han­no sem­pre fat­to la stes­sa cosa: gui­da­re, tra con­trad­di­zio­ni ed erro­ri, i cam­bia­men­ti. Anda­re avan­ti e trac­cia­re la stra­da del­la moder­ni­tà pri­ma che arri­vas­se­ro tut­ti gli altri. Il diret­to­re del Post Luca Sofri ha con­clu­so — al net­to del­la con­fu­sio­ne che vie­ne fat­ta nell’attribuire signi­fi­ca­to a que­sti ter­mi­ni — che l’“antielitista”, cioè il con­te­sta­to­re moder­no, sia «chi con­te­sta l’idea che a ruo­li di pote­re e respon­sa­bi­li­tà deb­ba­no acce­de­re per­so­ne di qua­li­tà supe­rio­ri e straor­di­na­rie».

Ancor pri­ma del­le cau­se è bene evi­den­zia­re come la sto­ria dell’umanità sia cicli­ca­men­te attra­ver­sa­ta da rivol­te e movi­men­ti di pro­te­sta con­tro il pote­re o con­tro le caste che deten­go­no il pote­re. Se si cala que­sto ele­men­to nel­le demo­cra­zie con­tem­po­ra­nee appa­re evi­den­te come il popu­li­smo sia la for­ma più comu­ne in cui si mani­fe­sta la poli­ti­ca, da destra a sini­stra: l’appello diret­to al popo­lo e, di con­se­guen­za, la neces­si­tà di scon­fig­ge­re la rea­le o pre­sun­ta éli­te che sta al potere.

All’inizio di que­sto seco­lo pro­ba­bil­men­te ci si rite­ne­va ormai al ripa­ro dal rischio del­la rivo­lu­zio­ne. La demo­cra­zia libe­ra­le in for­ma­to glo­ba­le ave­va trion­fa­to e il mon­do sem­bra­va avvia­to sul­la stra­da del pro­gres­so. Era la fine del­la sto­ria, come l’aveva chia­ma­ta il poli­to­lo­go Fukuya­ma. È sta­ta pro­prio la glo­ba­liz­za­zio­ne, però, a inva­li­da­re que­sta visio­ne. Secon­do Baric­co la cri­si eco­no­mi­ca del 2008 — o per­lo­me­no la sua per­ce­zio­ne — e tut­ti i suoi con­nes­si, dall’aumento del­le disu­gua­glian­ze all’impoverimento del ceto medio, han­no crea­to un ter­re­no fer­ti­le per la rab­bia e la protesta.

Va det­to che spes­so i nuo­vi gover­nan­ti popu­li­sti non sono all’altezza del­le atte­se susci­ta­te, soprat­tut­to in cam­po eco­no­mi­co e rispet­to al benes­se­re rea­le, per­ce­pi­to. Pro­du­co­no dan­ni o, al mas­si­mo, sta­gna­zio­ne. La pre­si­den­za di Trump è solo in par­te un’eccezione. Basti pen­sa­re a cosa potreb­be acca­de­re se que­sti movi­men­ti pren­des­se­ro il con­trol­lo del­le isti­tu­zio­ni di Bru­xel­les, così com­ples­se nel loro fun­zio­na­men­to e così fra­gi­li nei loro baroc­chi­smi: non neces­sa­ria­men­te qual­co­sa di male, ma l’im­pat­to sareb­be cer­ta­men­te vio­len­to e destabilizzante.

For­se però non è nem­me­no del tut­to vero che la col­pa sia solo dei gover­nan­ti nazio­na­li ed euro­pei. Andan­do oltre la que­stio­ne del­la cri­si eco­no­mi­ca, la respon­sa­bi­li­tà potreb­be esse­re anche altro­ve. Rispon­den­do a Baric­co su Repub­bli­ca l’economista Maria­na Maz­zuc­ca­to ha pro­va­to a spo­sta­re il mirino:

Ma que­sto odio è sta­to attiz­za­to, rin­fo­co­la­to e indi­riz­za­to da chi scien­te­men­te ha costrui­to una nar­ra­zio­ne sem­pli­fi­ca­to­ria, ma arti­co­la­ta, e ha capi­to pri­ma di tut­ti che la dif­fu­sio­ne pla­ne­ta­ria del web avreb­be per­mes­so di regi­stra­re ed ela­bo­ra­re miliar­di di fram­men­ti, com­po­nen­do­li in tan­ti ritrat­ti indi­vi­dua­li. Così da poter ino­cu­la­re quel­la nar­ra­zio­ne nei sog­get­ti pre­di­spo­sti, con gli ingre­dien­ti giu­sti e il dosag­gio neces­sa­rio ad indi­riz­za­re l’odio e quin­di usar­lo. Il pro­ble­ma non è che un ita­lia­no su due stia su Face­book: ma che cosa c’è den­tro Face­book e come lo usa chi lo controlla.

Ecco, la tan­to evo­ca­ta nar­ra­zio­ne è effet­ti­va­men­te un pun­to mol­to impor­tan­te. La dif­fu­sio­ne pre­po­ten­te dei social net­work — con tut­ti die­tro a rin­cor­rer­li, “cosa dico­no i social?”, “con chi stan­no i social?” — ha pro­dot­to un impo­nen­te e fasti­dio­so rumo­re di fon­do. Lad­do­ve non dege­ne­ri nell’insulto e nell’odio, la pro­du­zio­ne per così dire “let­te­ra­ria” dei social è impre­ci­sa, appros­si­ma­ti­va, sem­pli­fi­ca­tri­ce. Tut­ti que­sti micro­fo­ni in mano — e le immen­se pla­tee che ascol­ta­no — sono sta­ti vei­co­lo soprat­tut­to di caos. Tan­to che negli ulti­mi tem­pi dal­le par­ti di Face­book stan­no pro­van­do a cor­re­re ai ripa­ri. È ine­vi­ta­bi­le nel caos che chi gri­da e misti­fi­ca abbia vita facile.

In mol­ti l’hanno chia­ma­ta epo­ca del­la post-veri­tà, altri han­no con­te­sta­to que­sta defi­ni­zio­ne. In ogni caso è inte­res­sa­te rile­va­re il costan­te gio­co di spec­chi tra i media tra­di­zio­na­li e le nuo­ve for­me di inter­con­nes­sio­ne sul web. Que­sti due atto­ri del­la real­tà con­tem­po­ra­nea si richia­ma­no, si sfi­da­no, si con­tra­sta­no. I gior­na­li sono pie­ni di arti­co­li che par­la­no dei social net­work. E i social vei­co­la­no le mez­ze-veri­tà, le bugie e le cam­pa­gne d’odio che han­no un ruo­lo pre­mi­nen­te nel caos odier­no e nell’odioso tram­bu­sto di fon­do a cui si accen­na­va prima.

Inter­net è la cen­tra­le di que­sti feno­me­ni, tan­to che Baric­co lo con­si­de­ra la secon­da cau­sa del­la rivolta.

Così — occor­re capi­re — il Game ha abbat­tu­to del­le bar­rie­re psi­co­lo­gi­che seco­la­ri, alle­nan­do la gen­te a scon­fi­na­re nel ter­re­no del­le éli­tes e toglien­do alle éli­tes quei mono­po­li che la ren­de­va­no mito­lo­gi­ca­men­te intoc­ca­bi­le. È chia­ro: da lì in poi la situa­zio­ne pro­met­te­va di diven­ta­re esplosiva.

For­se, però, il cuo­re del pro­ble­ma è sem­pli­ce­men­te che inter­net ha libe­ra­liz­za­to que­ste voci, le ha rese glo­ba­li e inter­con­nes­se. La nor­ma­li­tà del­le invet­ti­ve, del­le pre­va­ri­ca­zio­ni e per­fi­no degli insul­ti non è cer­to un’esclusiva di que­sta epo­ca. Que­sti com­por­ta­men­ti avve­ni­va­no anche pri­ma, ma vei­co­la­ti da altri stru­men­ti, sicu­ra­men­te meno poten­ti. L’effetto di ampli­fi­ca­zio­ne però non cam­bia la sostan­za: i sen­ti­men­ti di rivol­ta, per­si­no di rivo­lu­zio­ne, sono ricor­ren­ti nel­le socie­tà uma­ne. Per­ché dun­que river­sa­re su inter­net la respon­sa­bi­li­tà del­la pro­te­sta? Per­ché attri­bui­re ai social net­work un ruo­lo impli­ci­ta­men­te e neces­sa­ria­men­te dete­rio­re? Non avran­no rea­liz­za­to il pro­po­si­to ini­zia­le del­la “demo­cra­zia per tut­ti”, è vero, ma non pos­so­no nem­me­no esse­re con­si­de­ra­ti la cau­sa sca­te­nan­te del Qua­ran­tot­to per­ma­nen­te nel qua­le ci tro­via­mo. I gia­co­bi­ni han­no pur sem­pre fat­to una rivo­lu­zio­ne sen­za Facebook.

Su que­sta stes­sa linea si è mos­so sem­pre sul Post lo scrit­to­re Mas­si­mo Man­tel­li­ni, che spin­ge il con­cet­to alle estre­me con­se­guen­ze: «Imma­gi­na­re che i tem­pi attua­li, in tut­to il pia­ne­ta, sia­no model­la­ti dal­le poten­zia­li­tà tec­no­lo­gi­che del­le per­so­ne comu­ni è un’idea di vasta inge­nui­tà ed impro­ba­bi­li­tà».

Non c’è dub­bio che soprat­tut­to all’i­ni­zio l’uso smo­da­to ed entu­sia­sta di inter­net abbia gene­ra­to mostri. Pro­te­sta­re e poi crea­re noti­zie fal­se è diven­ta­to faci­lis­si­mo.

Ma probabilmente è la normalità della rivolta che ha trovato strade nuove e facilmente percorribili.

In que­sto sen­so si può dun­que dire che l’uso distor­to dei social net­work — l’uso di per sé, in real­tà — è un sin­to­mo del­la rivol­ta, non la cau­sa. Spes­so l’eccessiva attri­bu­zio­ne di pote­re a inter­net è diven­ta­to un ali­bi per per­do­na­re i pro­pri erro­ri e resta­re fer­mi, sen­za miglio­rar­si. È il pro­ble­ma di fon­do del­le éli­te, e anche l’analisi di Baric­co non ne è immu­ne. Resta­re fer­mi, però, signi­fi­ca con­for­mar­si a chi non vuo­le il vero cam­bia­men­to neces­sa­rio, per esem­pio rispet­to all’integrazione europea.

Sta­re fer­mi è il com­por­ta­men­to tipi­co di chi non sa dove anda­re. L’eccessiva auto­re­fe­ren­zia­li­tà dei media e il cir­co­lo vizio­so media-social net­work sono un esem­pio di que­sto atteg­gia­men­to. Non si par­la d’altro che del con­flit­to éli­te-popo­lo, ma nes­su­no rie­sce a spie­ga­re cosa que­sta for­mu­la signi­fi­chi vera­men­te. È diven­ta­ta uno slo­gan, un cliché.

Quan­do la rivol­ta fini­rà, qua­le che sia il risul­ta­to che avrà pro­dot­to, si potran­no dav­ve­ro capi­re le ragio­ni e i moti­vi che l’hanno ali­men­ta­ta. A metà del gua­do, dove ci tro­via­mo oggi, è trop­po como­do dare la col­pa a inter­net. Ha le sue respon­sa­bi­li­tà, ma non è il solo. Tut­ta­via il sen­so dif­fu­so di allar­me e di ulti­ma spiag­gia ha coin­vol­to anche alcu­ni emi­nen­ti pen­sa­to­ri. Pro­ba­bil­men­te quan­do la tem­pe­sta sarà pas­sa­ta ci si ren­de­rà con­to che era tut­to più o meno nor­ma­le e che ci tro­va­va­mo nel mez­zo del­la soli­ta far­ra­gi­no­sa evo­lu­zio­ne del­le cose. E che la pre­oc­cu­pa­zio­ne, per dir­la con Mark Twain, era for­te­men­te esa­ge­ra­ta. Per­lo­me­no è que­sta la speranza.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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