Roy Lichtenstein: 6 curiosità sull’artista che (forse) non sai

Brushstrokes

Mol­ti cono­sco­no Roy Lich­ten­stein come il re dei fumet­ti, che han­no ispi­ra­to le sue ope­re più famo­se tra­sfor­man­do­le nel suo mar­chio di fab­bri­ca, ma non tut­ti san­no che que­sta pro­du­zio­ne l’ha occu­pa­to, nel­la sua lun­ga car­rie­ra, sol­tan­to due anni. Pro­via­mo a sco­prir­ne di più.

[dropcap type=“square or circle”] 1 [/dropcap] Oltre ai cartoons c’è altro

La car­rie­ra di Roy Lich­ten­stein è sta­ta erro­nea­men­te (e spes­so) ricon­dot­ta sol­tan­to alla sua pro­du­zio­ne di ispi­ra­zio­ne fumet­ti­sti­ca, ma c’è mol­to di più. Ha rea­liz­za­to diver­se serie come Bru­sh­stro­kes (1965–66) con pen­nel­la­te di colo­re appa­ren­te­men­te casua­li che han­no lo sco­po di mostra­re la par­ti­co­la­re illu­sio­ne di pro­fon­di­tà sul­la tela che un pen­nel­lo cari­co di colo­re può crea­re, e che nel­la real­tà è inve­ce impos­si­bi­le vede­re. Perfect/Imperfect (1978–1989) rap­pre­sen­ta imma­gi­ni astrat­te come risul­ta­to di linee net­te, una sem­pli­ce geo­me­tria otte­nu­ta per mez­zo degli stru­men­ti tra­di­zio­na­li: la for­ma, il colo­re, la linea, la tela; men­tre Chi­ne­se Land­sca­pes (1996) è una pro­du­zio­ne anco­ra carat­te­riz­za­ta da sti­liz­za­zio­ne che raf­fi­gu­ra pae­sag­gi orien­ta­li con il pixel, omag­gio ai tra­di­zio­na­li pit­to­ri cinesi.

[dropcap type=“square or circle”] 2 [/dropcap] Non ottenne un successo immediato

Anzi. La cri­ti­ca e il pub­bli­co nutri­ro­no per mol­to tem­po un atteg­gia­men­to dif­fi­den­te e per­ples­so nei con­fron­ti del­la sua pro­du­zio­ne arti­sti­ca. A dimo­strar­lo un famo­so arti­co­lo appar­so su Life a lui dedi­ca­to dall’autrice Doro­thy Sei­ber­ling (in real­tà sua ammi­ra­tri­ce), nel gen­na­io 1964 dal titolo:

È lui il peg­gior arti­sta d’America?

L’esito del suo ope­ra­to si col­lo­cò agli anti­po­di rispet­to alla for­tu­na del col­le­ga Andy Warhol, insie­me a lui uno dei più noti espo­nen­ti del­la Pop Art ame­ri­ca­na, arti­sta dei gran­di mar­chi e del­la seria­li­tà: con il capo del­la Fac­to­ry gli scaf­fa­li del super­mer­ca­to inau­gu­ra­va­no gal­le­rie ed espo­si­zio­ni, men­tre Roy Lich­ten­stein si pre­oc­cu­pa­va mag­gior­men­te di ren­de­re uni­ca e per­so­na­liz­za­ta ogni opera.

Non era­no qua­dri sem­pli­ci da capi­re, tan­to­me­no da apprez­za­re. Risul­ta­va più faci­le con­dan­nar­li per bana­li­tà, acco­sta­ti all’Espressionismo Astrat­to di Jack­son Pol­lock, in con­fron­to al qua­le appa­ri­va un mero crea­to­re di super­fi­ci fred­de. Ci si accor­ge­rà più tar­di che il suo occhio e il suo lavo­ro sono in con­ti­nui­tà con la sto­ria dell’arte, che i suoi rife­ri­men­ti sono Matis­se e il segno sin­te­ti­co, la tec­ni­ca ana­li­ti­ca di Seu­rat, la bidi­men­sio­na­li­tà di Leger e le linee dell’Art Nouveau. 

Ma una del­le carat­te­ri­sti­che più pecu­lia­ri dell’artista è, oltre al suo talen­to rivo­lu­zio­na­rio, la tena­cia con cui riu­scì a difen­der­si: non si lasciò mai influen­za­re dai giu­di­zi nega­ti­vi e diven­ne final­men­te famo­so all’età di 38 anni. 

[dropcap type=“square or circle”] 3 [/dropcap] Si servì di una tecnica del tutto innovativa

Roy Lich­ten­stein è fedel­men­te asso­cia­to al suo lin­guag­gio ori­gi­na­le, il pun­to Ben-day, una tec­ni­ca così chia­ma­ta dal nome dell’inventore del pro­ces­so di stam­pa, Ben­ja­min Day, per cui i pun­ti­ni rav­vi­ci­na­ti in colo­ri diver­si ser­vi­va­no a crea­re mez­zi toni sul­la car­ta eco­no­mi­ca dei perio­di­ci. Le cam­pi­tu­re dei vol­ti o degli sfon­di ven­go­no trat­ta­ti dall’artista con un pun­ti­na­to che si ispi­ra al reti­no tipo­gra­fi­co: sem­bra­no sem­pli­ci pun­ti­ni stam­pa­ti, in real­tà sono meti­co­lo­sa­men­te resi a mano uti­liz­zan­do sten­cil e ver­ni­ce e colo­ran­do la tela attra­ver­so gri­glie buca­te, otte­nen­do un effet­to simi­le a quel­lo di una stam­pa foto­gra­fi­ca. Eppu­re l’artigianalità, in man­can­za di impre­ci­sio­ni o discon­ti­nui­tà, non traspare.

L’obbiettivo pri­ma­rio del­la tec­ni­ca era sicu­ra­men­te iso­la­re e decon­te­stua­liz­za­re l’oggetto raf­fi­gu­ra­to per evi­den­zia­re det­ta­gli inso­li­ti, come acca­de per esem­pio nell’opera Still Life with Pit­cher, ma anche costrin­ge­re l’occhio del frui­to­re a ral­len­ta­re, a segui­re l’ordine e la stra­da dell’immagine, evi­tan­do la velo­ci­tà appros­si­ma­ti­va del­lo sguardo.

[dropcap type=“square or circle”] 4 [/dropcap] I fumetti nascondono un significato (im)preciso

Die­tro il loro lin­guag­gio visi­vo sem­pli­ce e tra­spa­ren­te e all’apparenza piut­to­sto anti­ar­ti­sti­co, è evi­den­te la volon­tà, sep­pur cela­ta, dell’autore di rea­liz­za­re del­le vere e pro­prie ope­re d’arte. Emer­ge dal­la sua pro­du­zio­ne non sol­tan­to la cura ai det­ta­gli, ma anche il desi­de­rio di col­pi­re lo spet­ta­to­re, di pro­vo­car­lo: “La sola cosa che tut­ti odia­va­no era l’arte com­mer­cia­le, e di qui biso­gna­va inco­min­cia­re”, dichia­rò. Non ope­ra un mero pro­ces­so di copia e incol­la dei sog­get­ti del­le sue rap­pre­sen­ta­zio­ni ma pre­sen­ta al suo pub­bli­co quel­la che lui stes­so defi­ni­sce una “real­tà media­ta”, inse­ren­do nel lavo­ro anche se stes­so, la pro­pria ani­ma, per­si­no nel­la tec­ni­ca dei pun­ti rea­liz­za­ti a mano. 

Non sono mol­to sicu­ro del tipo di mes­sag­gio socia­le con­te­nu­to nel­la mia arte, ammes­so che ve ne sia uno.

Secon­do que­sta dichia­ra­zio­ne, regne­reb­be il dub­bio sul sen­so da par­te dell’artista stes­so, eppu­re è chia­ro che ripro­pon­ga il bom­bar­da­men­to radio­fo­ni­co, pub­bli­ci­ta­rio e tele­vi­si­vo del­la quo­ti­dia­ni­tà attra­ver­so la stam­pa di ope­re dal gran­de for­ma­to al fine di subor­di­na­re l’arte alla gra­fi­ca e la visio­ne d’insieme al dettaglio.

È vittima o carnefice, critico o portavoce della società dei consumi e dei linguaggi della pubblicità dilagante?

[dropcap type=“square or circle”] 5 [/dropcap] Doveva molto alle donne della sua vita

In pri­mis, col­ti­vò una pro­fon­da gra­ti­tu­di­ne nei con­fron­ti del­la madre, che fu casa­lin­ga e pia­ni­sta, per­ché lo alle­vò anche alla pas­sio­ne per l’arte. Si occu­pò lei stes­sa di por­ta­re i figli in giro per mostre, musei e con­cer­ti: pro­ba­bil­men­te gra­zie alla sua pas­sio­ne per­mi­se al talen­to del figlio di mani­fe­star­si pre­co­ce­men­te. Nel 1949 Roy Lich­ten­stein spo­sò Isa­bel Sari­sky, inte­rior desi­gn che lavo­ra­va in una gal­le­ria d’arte a Cle­ve­land, men­tre il suo secon­do matri­mo­nio, nel ’68, fu con un’altra gal­le­ri­sta, l’impiegata Dorot Her­z­ka. Ebbe anche una rela­zio­ne con Let­ty Eise­n­houer, famo­sa arti­sta visi­va e per­for­ma­ti­va lega­ta al movi­men­to Flu­xus che rive­lò la rab­bia che l’artista pro­va­va per la pri­ma moglie e la volon­tà, attra­ver­so la raf­fi­gu­ra­zio­ne di don­ne pian­gen­ti – che ricor­da­no Picas­so –, di far­le pian­ge­re dav­ve­ro. L’opera Cry­ing Girl, non a caso, risa­le allo stes­so anno (1963) del divor­zio tra i due. 

L’immagine fem­mi­ni­le è quel­la pre­do­mi­nan­te nel cor­so degli anni ’60 nel­la sua pro­du­zio­ne: le don­ne ven­go­no raf­fi­gu­ra­te pri­ma come casa­lin­ghe feli­ci e bene­stan­ti, emu­lan­do quel­la for­ma desi­de­ra­ta dal­la cul­tu­ra uffi­cia­le all’epoca del­la Guer­ra Fred­da e infat­ti pre­sen­te nel­le pub­bli­ci­tà dif­fu­se, poi diven­ta­no idea­liz­za­te e Pop, per la pri­ma vol­ta. Abban­do­na­te, le pro­ta­go­ni­ste fem­mi­ni­li ritor­ne­ran­no meno roman­ti­che ma più sen­sua­li nei suoi nudi tra il ’94 e il ’95.

[dropcap type=“square or circle”] 6 [/dropcap] Nutrì una nascosta passione per il classicismo 

Tra le sue inten­zio­ni non ci fu mai quel­la di rom­pe­re con la tra­di­zio­ne, e con­ti­nuò a dia­lo­ga­re con i più gran­di mae­stri dell’arte, come atte­sta il lavo­ro di ripro­du­zio­ne dei clas­si­ci del pas­sa­to, ope­re di Monet, Van Gogh, Matis­se, Picas­so; in par­ti­co­la­re, il rifa­ci­men­to che l’artista com­ple­tò nel 1951 di un dipin­to sto­ri­co acca­de­mi­co Washing­ton Cros­sing the Dela­ware del pit­to­re tede­sco – natu­ra­liz­za­to sta­tu­ni­ten­se – del XVIII seco­lo, Ema­nuel Leu­tze. La sua rivi­si­ta­zio­ne paro­di­ca del qua­dro non fece altro che favo­ri­re la crea­zio­ne di un’aura di emble­ma­ti­ci­tà intor­no alla sua stes­sa figu­ra: per­ché inte­res­sar­si di anti­chi dipin­ti sto­ri­ci, poi di ritrat­ti­sti­ca, pae­sag­gio, natu­ra mor­ta? L’obbiettivo è ora chia­ro: il suo era un ten­ta­ti­vo, for­se riu­sci­to, di acco­glie­re la sfi­da dei gene­ri e far­li appa­ri­re anco­ra attuali. 

Le sue ope­re pos­so­no esse­re avvi­ci­na­te addi­rit­tu­ra ai qua­dri pre­sen­ti nel­le espo­si­zio­ni e nei Salon pari­gi­ni, con­si­de­ran­do il momen­to di idea­zio­ne, ese­cu­zio­ne, costru­zio­ne die­tro cia­scu­na pro­du­zio­ne: la sua cura e l’attenzione ai det­ta­gli nel lavo­ro otten­go­no un risul­ta­to con­trol­la­to e cele­bra­le, poco sen­ti­men­ta­le, ed è pro­prio que­sto aspet­to a ren­der­lo meno lon­ta­no da Manet di quan­to si pensi.

Arti­co­lo di Vit­to­ria Amico 

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