The fall of the dancing queen

L’il­lu­stra­zio­ne di coper­ti­na è di Luca Pagani

Bre­xit means bre­xit. Qual­cu­no lo avreb­be potu­to pre­ve­de­re, qual­cu­no avreb­be potu­to ave­re qual­che dub­bio sul­la nomi­na di una remai­ner come pri­mo mini­stro di un pae­se che ave­va appe­na deci­so di sepa­rar­si dall’Europa. Eppu­re, nes­su­no ha avu­to il corag­gio di pren­de­re una lea­der­ship così pesan­te.

Non Came­ron, fau­to­re del refe­ren­dum del 24 giu­gno, non Fara­ge, che ave­va sapu­to infiam­ma­re gli ani­mi di un popo­lo con­tro un’Europa vista come il male asso­lu­to, e nep­pu­re John­son, che ora, dopo il gover­no di The­re­sa May, si appre­sta a pren­der­ne il posto.

Tre anni di governo. Tre anni intensi, visibili sul viso segnato dell’ormai ex prima ministra, in cui ci son stati errori, gaffe e lacrime.

Come dopo l’8 giu­gno 2017, quan­do pro­po­se le ele­zio­ni per rin­sal­da­re la mag­gio­ran­za dei con­ser­va­to­ri, in vista del­la futu­ra gestio­ne dei nego­zia­ti per bre­xit, che si rive­la­ro­no una pesan­te scon­fit­ta, lei, per rispon­de­re ad una gior­na­li­sta che le chie­se se aves­se ver­sa­to qual­che lacri­ma rispo­se con occhi luci­di: «Yes, a lit­tle tear». Tre anni in cui in ogni modo The­re­sa May ha ten­ta­to sen­za riu­scir­ci di por­ta­re uni­tà nel par­ti­to sem­pre più divi­so dei con­ser­va­to­ri. Adot­tan­do­la come pro­pria mis­sio­ne pri­ma­ria per arri­va­re pre­pa­ra­ta ai voti per l’approvazione del deal. Tut­to ciò ha inve­ce por­ta­to ad un disin­te­res­se del­la pri­ma mini­stra nei con­fron­ti del paese.

Tre anni in cui non ha mai pre­so in con­si­de­ra­zio­ne altre vie per il fami­ge­ra­to deal. In cui, secon­do la sua opi­nio­ne, non ci sareb­be potu­to esse­re spa­zio per una “soft bre­xit”, in cui i rap­por­ti con l’Europa dove­va­no esser tran­cia­ti di net­to. Una seque­la di erro­ri che han­no por­ta­to l’inquilina del nume­ro 10 di Dow­ning Street a dover pre­me­re sull’acceleratore negli ulti­mi mesi di gover­no, arri­van­do addi­rit­tu­ra a pro­met­te­re le sue dimis­sio­ni in cam­bio dell’approvazione dell’accordo.

Così è fini­ta, sen­za aver vin­to nes­su­na bat­ta­glia, l’esperienza di gover­no di The­re­sa May. È fini­ta con un discor­so, pro­nun­cia­to come di con­sue­tu­di­ne davan­ti alla casa che tra poco dovrà abban­do­na­re. È fini­ta con le lacri­me, a sten­to trat­te­nu­te, di una don­na che ha mes­so­da par­te il suo orgo­glio, più vol­te mac­chia­to, in nome del bene del Regno Uni­to. Una don­na che ha ten­ta­to di gesti­re, a dif­fe­ren­za di tan­ti uomi­ni codar­di, una nazio­ne in una del­le fasi più com­pli­ca­te del­la sua sto­ria.

Luca Pagani
Ten­to di espri­mer­mi su un po’ di cose e spes­so fallisco. 
Però sono simpatico.
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Tento di esprimermi su un po' di cose e spesso fallisco. Però sono simpatico.

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