Umanità in guerra

Abou­ba­kar Sou­ma­ho­ro, Mare Jonio. Cos’­han­no in comu­ne que­sti due nomi, que­ste due sto­rie? Appa­ren­te­men­te nul­la, riguar­da­no pro­ta­go­ni­sti distan­ti, situa­zio­ni diver­se. Eppu­re, in par­ti­co­la­re in que­sto perio­do sto­ri­co, que­ste sto­rie sono per­cor­se da un filo ros­so, una tra­ma con­dut­tri­ce che met­te in con­tat­to real­tà solo appa­ren­te­men­te lon­ta­ne tra di loro.

Abou­ba­kar Sou­ma­ho­ro è un sin­da­ca­li­sta ita­lo-ivo­ria­no del­la USB (Unio­ne Sin­da­ca­le di Base) che ogni gior­no rac­con­ta le con­di­zio­ni di sfrut­ta­men­to in cui miglia­ia di brac­cian­ti sono costret­ti a lavo­ra­re, col­le­ga e ami­co di Sou­mai­la Sac­ko, brac­cian­te malia­no ucci­so nel giu­gno del 2018 da dei col­pi di fuci­le men­tre rac­co­glie­va del­le lamie­re per raf­for­za­re l’ “abi­ta­zio­ne” di due ami­ci nel­la barac­co­po­li vici­no al comu­ne di San Calo­ge­ro in Calabria.

La Mare Jonio è inve­ce l’unica nave ita­lia­na non gover­na­ti­va che sol­ca le acque inter­na­zio­na­li del mar Medi­ter­ra­neo per cer­ca­re di soc­cor­re­re i gom­mo­ni cari­chi di migran­ti che si diri­go­no ver­so le nostre coste e che, nono­stan­te i dub­bi sol­le­va­ti e le cri­ti­che mos­se, cer­ca quo­ti­dia­na­men­te di sosti­tui­re le navi del­le ong seque­stra­te e far­me­ne nei por­ti da mesi.

E il filo con­dut­to­re che lega que­ste vicen­de por­ta il nome bril­lan­te­men­te conia­to da Rober­to Savia­no di “uma­ni­tà in guer­ra”. Lo scrit­to­re napo­le­ta­no infat­ti, si aggiun­ge a que­sti testi­mo­ni riven­di­can­do il fat­to che que­sta uma­ni­tà in guer­ra riguar­da da vici­no anche le vicen­de che han­no reso pro­ta­go­ni­sta la pic­co­la Noe­mi, bam­bi­na di quat­tro anni col­pi­ta da un pro­iet­ti­le vagan­te duran­te una spa­ra­to­ria ad ope­ra del­la camor­ra in piaz­za Nazio­na­le. Per­ché dove ci sono vit­ti­me inno­cen­ti, si è in guer­ra. Ed è que­sto il mes­sag­gio che cer­ca­no di far tra­spa­ri­re Abou­ba­kar, Savia­no e Don Mat­tia (gio­va­ne sacer­do­te nell’equipaggio del­la Mare Jonio) con i loro inter­ven­ti in tra­smis­sio­ni come “Che tem­po che fa” “Pro­pa­gan­da live” o “Piaz­za pulita”.

A volte sembra che l’atmosfera che caratterizza questo periodo sia permeata da parole buie, come odio, diffidenza, chiusura, paura e tutto questo si respira dalle notizie sui giornali, si ascolta in tv nelle radio. Le ultime elezioni europee hanno registrato come vincitore un partito che ha nel suo programma proprio una chiusura fisica delle frontiere verso alcune realtà esterne che, nonostante questo, ci toccano costantemente e in maniera inarrestabile.

 

L’equipaggio del­la Mare Jonio è com­po­sto da undi­ci per­so­ne pro­ve­nien­ti da mon­di diver­si e con ruo­li oppo­sti. Tut­ti han­no però deci­so di imbar­car­si per trar­re in sal­vo i gom­mo­ni sovrac­ca­ri­chi di per­so­ne che cer­ca­no ogni gior­no di rag­giun­ge­re le nostre coste e soprat­tut­to per con­ti­nua­re a testi­mo­nia­re i viag­gi disu­ma­ni che i migran­ti sono costret­ti a com­pie­re. Per­ché è fon­da­men­ta­le rima­ne­re infor­ma­ti e con­ti­nua­re ad ave­re rac­con­ti veri­tie­ri sul­le real­tà che ci cir­con­da­no. Come dice Savia­no nel suo nuo­vo libro “In mare non esi­sto­no i taxi” non sono dimi­nui­ti i mor­ti in mare, sono solo dimi­nui­ti i testimoni.

La Mare Jonio è uno degli ulti­mi, che con­ti­nua ogni gior­no a “pat­tu­glia­re” il nostro mare in nome di un dirit­to alla vita che dovreb­be esse­re uni­ver­sa­le, in nome di un’umanità che si leg­ge chia­ra negli occhi stan­chi del capo mis­sio­ne Bep­pe Cac­cia dopo ave­re attrac­ca­to a Lam­pe­du­sa o nel­le risa­te spon­ta­nee di una bim­ba vesti­ta di ros­so immor­ta­la­te in un video di Davi­de Dini­co­la, altro volon­ta­rio del­la mare Jonio.

E mol­ti di loro sono gli stes­si migran­ti che poi ven­go­no impie­ga­ti nel­la rac­col­ta del­la frut­ta e del­le ver­du­ra che arri­va ogni gior­no sul­le nostre tavo­le e di cui rac­con­ta Abou­ba­kar nel suo libro “Uma­ni­tà in rivolta”.

Negli ulti­mi sei anni sono 1500 i brac­cian­ti mor­ti sul lavo­ro in Ita­lia, lavo­ra­to­ri sfrut­ta­ti sen­za un’assicurazione, sui qua­li è faci­le pre­va­le­re per­ché non han­no né i mez­zi né le pos­si­bi­li­tà per sot­trar­si da quel­le situa­zio­ni e far sen­ti­re la pro­pria voce. E’ neces­sa­rio rac­con­ta­re la veri­tà per dare la pos­si­bi­li­tà ad ogni uomo, ad ogni don­na di eman­ci­par­si gra­zie al lavo­ro in modo da inte­grar­si nel­la nostra socie­tà e per inter­rom­pe­re un pro­ces­so di raz­zia­liz­za­zio­ne attra­ver­so lo sfrut­ta­men­to lavo­ra­ti­vo e cul­tu­ra­le, in cui il diver­so vie­ne per­ce­pi­to come infe­rio­re.

E, per sfa­ta­re i fal­si miti, per non lasciar­si abbin­do­la­re da una pro­pa­gan­da urla­ta e por­ta­ta avan­ti a col­pi di slo­gan e tweet, il pri­mo dove­re di ogni cit­ta­di­no è quel­lo di infor­mar­si ma per far­lo è neces­sa­ria la pre­sen­za di chi si fa por­ta­vo­ce di tut­ti i pro­ble­mi che pos­so­no esi­ste­re anche fuo­ri dal­le por­te del­le nostre case. 

Men­tre suc­ce­de­va, dove era­va­mo? Men­tre in mare affo­ga­va­no bam­bi­ni, men­tre lavo­ra­to­ri mori­va­no stron­ca­ti dal sole, men­tre bam­bi­ne veni­va­no col­pi­te da pro­iet­ti­li vagan­ti, noi cosa face­va­mo? Que­ste sono le doman­de che ci potreb­be­ro veni­re poste tra qual­che anno ed è per que­sto che biso­gna con­ti­nua­re a testi­mo­nia­re e, nel caso, a mani­fe­sta­re il pro­prio dis­sen­so. Che sia attra­ver­so stri­scio­ni appe­si fuo­ri dai bal­co­ni, attra­ver­so dipin­ti sui muri o poe­sie appe­se per la cit­tà, attra­ver­so libri, tra­smis­sio­ni e arti­co­li. Per dare una voce a chi non può per­met­ter­si di aver­la. Per rica­ri­ca­re di impor­tan­za paro­le come”diritto”, che è tale solo se universale.

Non biso­gne­reb­be vive­re nel­la con­vin­zio­ne che per ave­re un nostro dirit­to biso­gna pri­var­ne qual­cu­no, cer­can­do sem­pre un capro espia­to­rio, per tut­ti i mali che afflig­go­no il nostro tem­po ed vie­ne sem­pre più faci­le tro­var­lo in chi è indi­fe­so, lon­ta­no da casa e pro­iet­ta­to in un futu­ro incerto.

Per­ché, tra­la­scian­do anche qual­sia­si fazio­ne poli­ti­ca, risul­ta dif­fi­ci­le non sen­tir­si inva­si da quell’uma­ni­tà che, in un modo o nell’altro, ci lega pro­prio nel fat­to di appar­te­ne­re all’unica cate­go­ria di “esse­ri umani”.

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Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.