Egalias døtre, il mondo delle figlie di Egalia

Cosa succederebbe se all’improvviso ci rendessimo conto di trovarci su un pianeta diverso dal nostro? Quali conseguenze comporterebbe la scelta di vivere in maniera opposta a quella a cui siamo abituati?

Sul­la ter­ra di Ega­lia gli ste­reo­ti­pi di gene­re sono ribal­ta­ti. È un po’ ciò che mol­te don­ne (e non solo) si sono chie­ste alme­no una vol­ta nel­la vita: come sareb­be il mon­do, se al pote­re ci fos­se il “gen­til sesso”?
A riflet­te­re su que­sta curio­sa doman­da è sta­ta a sua vol­ta Gerd Bran­ten­berg, scrit­tri­ce nor­ve­ge­se di lin­gua bok­mål, che nel 1977 pub­bli­ca Ega­lias døtre, ovve­ro le figlie di Ega­lia, edi­to in Ita­lia da Estro di Firenze.
Il roman­zo può cer­ta­men­te defi­nir­si disto­pi­co, in quan­to visua­liz­za un mon­do ribal­ta­to e appa­ren­te­men­te mol­to lon­ta­no dal nostro odier­no. Ma for­se sareb­be più cor­ret­to par­la­re di uto­pia, per­ché dopo tut­to ciò che distin­gue la disto­pia dall’utopia non è altro che il pun­to di vista dei protagonisti.
Guar­dia­mo dun­que il mon­do di Ega­lia dal pun­to di vista del­le don­ne, che regna­no e svol­go­no pro­fes­sio­ni che garan­ti­sca­no loro mag­gio­re suc­ces­so, e vedia­mo un mon­do che, dal pun­to di vista di que­ste don­ne, è vici­no alla perfezione.
Ma il pro­ta­go­ni­sta, Petro­nius, è un gio­va­ne ragaz­zo che fati­ca ad accet­ta­re que­sta real­tà così fem­mi­ni­le. Si ribel­la
al siste­ma, vuo­le fare di tut­to per distin­guer­si, e fon­da insie­me a qual­che altro fede­le com­pa­gno di scuo­la e insie­me al loro pro­fes­so­re un’associazione segre­ta – stret­ta­men­te maschi­le -, per ini­zia­re una rivo­lu­zio­ne ideo­lo­gi­ca. Petro­nius si tro­va in un momen­to sen­si­bi­le del­la sua vita, quel momen­to in cui si avvia ver­so l’adolescenza, per cui affron­ta la real­tà con occhi ter­ro­riz­za­ti: l’obbligo di indos­sa­re uno stru­men­to defi­ni­to reg­gi­pe­ne, per con­te­ne­re quel­lo che vie­ne con­si­de­ra­to un ine­ste­ti­smo del cor­po maschi­le, è per lui un incu­bo inaccettabile.
Non com­pren­de in alcun modo come la popo­la­zio­ne maschi­le abbia potu­to lasciar­si sog­gio­ga­re in tal modo dal­le don­ne ante­na­te. Le gran­di amaz­zo­ni fon­da­tri­ci di Ega­lia, infat­ti, han­no pro­gres­si­va­men­te lot­ta­to per ribal­ta­re l’ordine pre­ce­den­te e costrui­re uno Sta­to fon­da­to sì sui valo­ri del­la fami­glia e sì su quel­li del lavo­ro, ma diver­so da quel­lo di pri­ma non tan­to per­ché vol­to alla pari­tà dei ses­si, ben­sì sem­pre discri­mi­na­to­rio, sem­pli­ce­men­te con i ses­si ribal­tati: sono le don­ne ad esse­re avvo­ca­tes­se, giu­di­ci, impren­di­tri­ci in car­rie­ra, men­tre la cura del­la casa e l’educazione dei figli vie­ne affi­da­ta agli uomini.
A que­sto ribal­ta­men­to di ruo­li cor­ri­spon­de un’inversione nell’uso del lin­guag­gio: vie­ne crea­ta una ter­mi­no­lo­gia nuo­va, che si pos­sa adat­ta­re al meglio al mon­do fem­mi­ni­le di Ega­lia: le mari­te da una par­te e i mogli dall’altra, la Par­la­men­ta e la Gover­na che si occu­pa­no dell’organizzazione del­lo Sta­to, e l’accessorio pre­fe­ri­to dagli uomi­ni, il borsetto.

Questa rivoluzione linguistica, che si trova anche nelle pagine norvegesi del romanzo, ricorda molto la scelta eticamente corretta di un altro Paese scandinavo, questa volta la Svezia, di creare e diffondere un nuovo pronome personale: hen.

Il ter­mi­ne, ma soprat­tut­to il con­cet­to, ha avu­to la sua mag­gio­re dif­fu­sio­ne a par­ti­re dal 2013, entran­do per­si­no nel voca­bo­la­rio del­la Sven­ska Aka­de­mien, ovve­ro l’Accademia sve­de­se, e venen­do per­ciò uffi­cial­men­te rico­no­sciu­to nel 2015. Hen rap­pre­sen­ta chiun­que non può o non desi­de­ra iden­ti­fi­car­si con uno o l’altro ses­so, e pre­sen­ta per­si­no una fles­sio­ne come sog­get­to (hen), ogget­to (henom) e geni­ti­vo (hens).
È sor­pren­den­te, dopo­tut­to, quan­to poco basti per scon­vol­ge­re la visio­ne del mon­do che noi tut­ti conosciamo.
I gio­va­ni ragaz­zi di Ega­lia non han­no le liber­tà dei gio­va­ni del nostro mon­do rea­le: han­no un copri­fuo­co da rispet­ta­re, poi­ché diven­te­reb­be peri­co­lo­so gira­re da soli di not­te nei boschi, si rischie­reb­be di veni­re attac­ca­ti da don­ne pre­da­tri­ci che voglio­no sola­men­te appro­fit­tar­si di loro ses­sual­men­te; non pos­so­no cer­ta­men­te fare un lavo­ro tipi­ca­men­te da don­na, ma devo­no limi­tar­si a segui­re le linee gui­da del­la loro cul­tu­ra, fare i casa­lin­ghi o tut­tal­più gli inse­gnan­ti; non pos­so­no nem­me­no sot­trar­si al loro ruo­lo di padri e dun­que dal loro
sco­po prin­ci­pa­le nel­la vita, quel­lo di cre­sce­re i figli ed edu­car­li a rispet­ta­re il pote­re del­le donne.
Sot­to­sta­re ad un pote­re, solo che di gene­re diver­so. Si trat­ta pur sem­pre di oppres­sio­ne. For­se a trat­ti ci fa sor­ri­de­re, dato che l’intento dell’autrice è quel­lo di scri­ve­re una sati­ra, ma di cer­to non sen­za ama­rez­za. Leg­gen­do que­sto libro le don­ne cer­che­ran­no di imme­de­si­mar­si nel­la ver­sio­ne più for­te di sé
stes­se, men­tre gli uomi­ni riu­sci­ran­no ad entra­re in empa­tia con la loro ver­sio­ne più sur­rea­le. Con un po’ di for­tu­na, avre­mo tut­ti da impa­ra­re qual­co­sa di positivo.
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