Introducing Adrian Paci

Adrian Paci è uno dei mas­si­mi rap­pre­sen­tan­ti dell’arte con­tem­po­ra­nea ita­lia­na. Atti­vo a Mila­no, è ori­gi­na­rio di Scu­ta­ri dove è nato il 28 gen­na­io 1969. 

Adrian si è allon­ta­na­to dall’Albania nel 1997 per disor­di­ni poli­ti­ci, tra­sfe­ren­do­si con la fami­glia in Ita­lia e lascian­do la cat­te­dra di Sto­ria del­l’Ar­te e dell’Estetica del­l’U­ni­ver­si­tà di Scu­ta­ri. L’artista ave­va già vis­su­to duran­te gli anni da stu­den­te nel capo­luo­go lom­bar­do, aven­do fre­quen­ta­to nel 1992 l’I­sti­tu­to Bea­to Ange­li­co gra­zie ad una bor­sa di stu­dio. Suc­ces­si­va­men­te è tor­na­to nel pae­se nata­le dove ave­va già con­clu­so gli stu­di all’Ac­ca­de­mia del­le Arti di Tira­na(ini­zia­ti nel 1987) e pres­so cui ave­va stu­dia­to con l’attuale pri­mo mini­stro alba­ne­se Edi Rama. Duran­te la for­ma­zio­ne uni­ver­si­ta­ria Adrian ave­va incen­tra­to i suoi stu­di negli uni­ci inse­gna­men­ti d’arte ammes­si dal regi­me alba­ne­se di que­gli anni: nell’arte figurativa.

La sua pri­ma par­te­ci­pa­zio­ne alla Bien­na­le di Vene­zia (51esima) por­tò l’arte di Adrian al gran­de pub­bli­co e sus­se­gui­ro­no vari suc­ces­si in tut­to il mon­do, dal Museum of Modern Art al PS1 di New York. Tut­ta­via, il pub­bli­co ita­lia­no lo cono­sce­va già per la sua pri­ma mostra per­so­na­le nel Pae­se a Mode­na (2006).

Adrian Paci ha vissuto in prima persona l’abbandono della propria terra natale e l’eco di questo tema lo troviamo in molte opere.

Eppu­re sareb­be sba­glia­to sfor­zar­si di cer­ca­re uno stu­dio cri­ti­co sull’Albania attua­le (come inve­ce, ave­va fat­to, rela­ti­va­men­te agli USA, Jacobs ai suoi tem­pi con The Migra­tion of the Negro) per­ché alla ter­ra nata­le ha dedi­ca­to espli­ci­ta­men­te due tra i pri­mi fil­ma­ti rea­liz­za­ti: Real gameAlba­nian Sto­ries in cui la perio­diz­za­zio­ne si rife­ri­sce ai momen­ti d’anarchia.

Piuttosto, la frequenza con cui l’abbandono è presente nelle opere dell’artista è da interpretare come condizione globale a cui tutti siamo chiamati a confrontarci.

A que­sto pro­po­si­to non può non esse­re cita­to il lavo­ro After the Wall The­re Are Some Walls che ren­de chia­ra l’idea del­la bar­rie­ra a cui il movi­men­to migra­to­rio è inscin­di­bi­le e in cui pren­de vita il sen­so di ‘‘non esse­re’’ stu­dia­to dall’antropologia con­tem­po­ra­nea per cui chi si spo­sta non è anco­ra nel pae­se di desti­na­zio­ne e non è più nel pae­se di par­ten­za.

Più recen­te è il video Cen­tro di per­ma­nen­za tem­po­ra­nea (2007). In que­sto caso i viag­gia­to­ri devo­no tor­na­re nel pae­se di ori­gi­ne e il mez­zo di tra­spor­to è l’aero che dovreb­be par­ti­re da San Jose in Cali­for­nia, ma non arri­va e gli immi­gra­ti, nell’attesa, vivo­no un immo­bi­li­smo in con­tra­sto all’atto che si dovreb­be com­pie­re: il viaggio. 

 

 

Con­di­vi­di:
Alice De Matteo
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Sto­ri­che pres­so l’U­ni­ver­si­tà Sta­ta­le. Scri­vo sem­pre con una taz­za di earl grey e sem­pre nel­la mia città.