E se Trump non si ricandidasse?

Ad oggi i can­di­da­ti repub­bli­ca­ni per lo stu­dio ova­le sono quat­tro. Donald Trump, Pre­si­den­te uscen­te degli Sta­ti Uni­ti d’America dal 2017, è ovvia­men­te il gran­de favo­ri­to del­la cor­sa e, come da tra­di­zio­ne, qua­si cer­to di otte­ne­re la nomi­na­tion per la sua rie­le­zio­ne nel 2020. Sem­pre che si ricandidi.

“Col­po di Sta­to!”, “Cac­cia alle stre­ghe!”. Non si con­ta­no più ormai da qual­che gior­no le vol­te in cui, su Twit­ter, Fox News ed altri cana­li affi­ni, sono sta­te pro­nun­cia­te e scrit­te fra­si di que­sto gene­re. Da quan­do, per esse­re pre­ci­si, Nan­cy Pelo­si, Pre­si­den­te demo­cra­ti­ca del­la Came­ra dei Rap­pre­sen­tan­ti, ha dato il via libe­ra alle inda­gi­ni per valu­ta­re la for­mu­la­zio­ne di una richie­sta di impea­ch­ment, la mes­sa in sta­to d’accusa del Con­gres­so con­tro il Pre­si­den­te, a cari­co di Donald J. Trump. La que­stio­ne è ormai nota a tut­ti, la richie­sta di Trump al Pre­si­den­te ucrai­no Zelen­sky di inda­ga­re sugli affa­ri dei Biden in cam­bio degli aiu­ti USA. 

Un vero e proprio abuso di potere in apparenza, che di fatto sembra porre Trump sulla soglia del baratro, in equilibrio su pochi centimetri di terra prima dello strapiombo. 

Quel­lo di pochi gior­ni fa è solo l’ultimo di tut­ta una serie di scan­da­li, accu­se e malu­mo­ri che han­no costel­la­to l’amministrazione Trump fin dagli ini­zi. 

Fine di que­sto arti­co­lo non è quel­lo di inda­ga­re la natu­ra di que­sta inda­gi­ne o dei pre­ce­den­ti attac­chi e scan­da­li, quan­to piut­to­sto vede­re in che modo que­sti potreb­be­ro aver influi­to sul­le pros­si­me ele­zio­ni, lan­cian­do anche una pro­vo­ca­zio­ne: Trump ha dav­ve­ro inten­zio­ne di ricandidarsi?

Ad una pri­ma occhia­ta sareb­be dav­ve­ro dif­fi­ci­le imma­gi­na­re uno sce­na­rio in cui Donald Trump non si rican­di­di alla Pre­si­den­za. Oltre al fat­to che sia­mo ormai giun­ti ad una fase tem­po­ra­le piut­to­sto avan­za­ta, e nel­la qua­le anco­ra non sem­bra esser­ci un’alternativa repub­bli­ca­na for­te da oppor­re a The Donald, a tut­ti gli effet­ti egli è attual­men­te l’uomo più poten­te del­la ter­ra, ed è anche abba­stan­za bra­vo da non lasciar tra­spa­ri­re trop­pa pre­oc­cu­pa­zio­ne nean­che ora che è sot­to minac­cia di impea­ch­ment. Doves­se riu­sci­re a supe­ra­re anche quest’ultimo ‘trou­ble’,  per qua­le moti­vo dovreb­be rinun­cia­re a tut­to quel pote­re? La doman­da è leci­ta, ma for­se fin trop­po ‘razio­na­le’, visto anche il sog­get­to. 

Non dimen­ti­chia­mo infat­ti che Trump era con­si­de­ra­to un can­di­da­to ai limi­ti del­lo scher­zo quan­do si pro­po­se per la Pre­si­den­za nel 2015, lascian­do di stuc­co il mon­do quan­do inve­ce pochi mesi dopo pro­nun­ciò il suo inau­gu­ral address davan­ti al Cam­pi­do­glio. È di fat­to il clas­si­co ‘per­so­nag­gio’, capa­ce di sfrut­ta­re le sue oppor­tu­ni­tà, anche con mez­zi dub­bi ma ‘inno­cen­te fino a pro­va con­tra­ria’. 

A chi o cosa dovreb­be ren­de­re con­to un tale sog­get­to? In real­tà a mol­te più di quan­to ci si potreb­be imma­gi­na­re, ora che è pure Pre­si­den­te. Di fat­to il suo gover­no si è con­trad­di­stin­to in que­sti tre anni per esse­re sta­to uno dei più osteg­gia­ti da par­te di tut­to l’establishment nazio­na­le, che mol­to spes­so ha visto tra i suoi mag­gio­ri cri­ti­ci gli stes­si mem­bri del suo par­ti­to. Pro­prio i repub­bli­ca­ni infat­ti si sono spes­so tro­va­ti a dover com­bat­te­re una guer­ra inter­na con­tro il ‘loro’ Pre­si­den­te. Anco­ra oggi ci sono diver­se aree che lo osteg­gia­no aper­ta­men­te o che mal lo sop­por­ta­no fin dal­le pri­ma­rie del 2015/16, come quel­le di McCain, Rom­ney e Ted Cruz. Sen­za con­ta­re che le ele­zio­ni di mid-term, anche se non si può par­la­re di fal­li­men­to, gli han­no nega­to un con­si­de­re­vo­le appog­gio poli­ti­co alla Came­ra, segna­ta dal­la pre­va­len­za demo­cra­ti­ca. 

Oltre­tut­to, dovreb­be fare i con­ti anche con i suoi elet­to­ri. Trump comun­que fino­ra non ha man­te­nu­to mol­te del­le pro­mes­se che ave­va fat­to in pas­sa­to, come il muro col Mes­si­co e la distru­zio­ne dell’Obamacare, e non può gode­re né del pre­sti­gio per­so­na­le di Oba­ma né del con­sen­so di Bush (che per mol­ti mesi sfio­rò l’85% in segui­to all’11/9). Dover in tal sen­so scen­de­re a pat­ti al pun­to di dover­si “ingra­zia­re” gli elet­to­ri sareb­be un ulte­rio­re col­po alla sua per­so­na­li­tà, non pro­pria­men­te umi­le o stra­te­gi­ca. Si regi­stra in tal sen­so un aumen­to sen­si­bi­le dei suoi inter­ven­ti “al vetrio­lo”, con­di­ti qua e là da bugie o usci­te sem­pre più assur­de. 

La sua stes­sa stel­la ha subi­to diver­si col­pi da quan­do sie­de nel­lo stu­dio ova­le. I ripe­tu­ti scan­da­li e attac­chi (si comin­ciò a par­la­re di impea­ch­ment fin da subi­to) potreb­be­ro aver pie­ga­to la sua volon­tà oltre il limi­te, e ad un pun­to tale che for­se nean­che lui si aspet­ta­va. La sua scar­sa espe­rien­za poli­ti­ca in tal sen­so potreb­be aver­lo por­ta­to a fare il pas­so più lun­go del­la gam­ba, per soste­ne­re il qua­le è sta­to costret­to a tene­re sem­pre alta la guar­dia, non lesi­nan­do frec­cia­ti­ne anche agli orga­ni del suo stes­so gover­no. 

Lo stesso timore di subire una sconfitta potrebbe condizionarlo in maniera irreversibile.

Per i demo­cra­ti­ci que­ste sono ele­zio­ni da vin­ce­re, e lo spi­ri­to che sta emer­gen­do nel­le pri­ma­rie ha un uni­co cata­liz­za­to­re: eli­mi­na­re (poli­ti­ca­men­te) Donald Trump. 

Con­si­de­ria­mo però in ulti­ma ana­li­si anche ciò che ha otte­nu­to Donald Trump. Gra­zie ad una cam­pa­gna ai limi­ti del sen­sa­zio­na­le, è riu­sci­to a diven­ta­re il 45° Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti d’America, la cari­ca più impor­tan­te (e poten­te) attual­men­te nel mon­do, scon­fig­gen­do can­di­da­ti in ori­gi­ne ben più quo­ta­ti di lui. Il tut­to con uno sti­le che, sep­pur discu­ti­bi­le, ha comun­que otte­nu­to il favo­re del­la mag­gio­ran­za dei Gran­di Elet­to­ri, per buo­na pace del popo­lo ame­ri­ca­no. Anche in poli­ti­ca este­ra il suo lavo­ro non è esat­ta­men­te di quel­li che si nota­no poco, come ad esem­pio il fre­no posto all’espansionismo eco­no­mi­co del­la Cina.

Una dimo­stra­zio­ne di for­za tal­men­te gran­de che ver­reb­be abbat­tu­ta sola­men­te dal ton­fo del­la sua sconfitta.

Quin­di, per­ché rischia­re? È già arri­va­to là dove nes­su­no avreb­be imma­gi­na­to. 

In que­sto momen­to, oltre a lui, ci sono in lista: Mark San­ford, Joe Walsh e Wil­liam Weld. Nomi che al più dico­no qual­co­sa sola­men­te agli esper­ti del set­to­re, e che quin­di sem­bra­no più di rap­pre­sen­tan­za che altro. Con però un pun­to in comu­ne abba­stan­za indi­ca­ti­vo: l’ostilità a Trump. Un altro, chia­ro, mes­sag­gio per The Donald, che oltre a dover lot­ta­re con il fron­te demo­cra­ti­co (che non è mai sem­bra­to tan­to agguer­ri­to) dovrà guar­dar­si bene le spal­le dai suoi “allea­ti”.

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Riccardo Sozzi
Da buon scien­zia­to poli­ti­co mi fac­cio sem­pre tan­te doman­de, trop­pe for­se. Scri­vo di tut­to e di più, per­ché ogni sto­ria meri­ta di esse­re rac­con­ta­ta. γνῶθι σαυτόν