Enes Kanter, storia di una lotta dentro e fuori dal campo

This is the pri­ce I’m rea­dy to pay if this is what it takes to stand up for what I belie­ve is right. It’s worth it.

Paro­le for­ti quel­le di Enes Kan­ter, cen­tro dei Cel­tics di ori­gi­ni tur­che. Ma se ora si cer­ca il suo nome su Wiki­pe­dia, si tro­va la deno­mi­na­zio­ne “cesti­sta apo­li­de”. Come mai que­sto ragaz­zo di 27 anni vie­ne defi­ni­to sen­za cit­ta­di­nan­za? La sto­ria di Enes Kan­ter, tor­na­ta recen­te­men­te sot­to i riflet­to­ri e sul­le pri­me pagi­ne dei gior­na­li per le sue ulti­me pre­se di posi­zio­ne a favo­re del popo­lo cur­do, ini­zia tem­po fa.

Lui stesso si ritiene infatti uno dei più ferventi oppositori del regime vigente ora in Turchia.

Nel luglio del 2016, dopo il fal­li­to gol­pe tur­co e l’emissione di leg­gi spe­cia­li sul­la repres­sio­ne con­tro ogni tipo di oppo­si­zio­ne, Kan­ter si schie­ra aper­ta­men­te con­tro il pre­si­den­te Erdo­gan. Sarà l’inizio di un este­nuan­te perio­do, anco­ra lon­ta­no dal­la con­clu­sio­ne, in cui la voce del gio­ca­to­re cer­che­rà di sta­gliar­si chia­ra e for­te al di sopra di chi vor­reb­be met­ter­la a tace­re, accu­san­do­lo di esse­re un tra-dito­re del­la sua patria. Ma lui non arre­tra: “Stand up for free­dom and demo­cra­cy. Even if it means sacri­fi­cing EVERYTHING”, scri­ve sul­la sua pagi­na Twitter.

E sicu­ra­men­te Kan­ter sta sacri­fi­can­do mol­to nel­la sua lot­ta con­tro il silen­zio. Nel luglio del 2017, men­tre si tro­va in Indo­ne­sia (pae­se lega­to alla Tur­chia) per un cam­pus di basket per le sua asso­cia­zio­ne bene­fi­ca Light Foun­da­tion che assi­ste bam­bi­ni non abbien­ti nel mon­do, rie­sce a fug­gi­re a un ten­ta­to seque­stro pren­den­do il pri­mo aereo per l’Europa. Atter­ra­to all’aeroporto di Buca­re­st sco­pre di non poter ripar­ti­re per gli Sta­tes a cau­sa del­la revo­ca del suo pas­sa­por­to, ad ope­ra del­le auto­ri­tà tur­che; solo l’intervento dei sena­to­ri dell’Oklahoma potran­no far­lo tor­na­re sul suo­lo americano.

Non si è anco­ra però arri­va­ti all’apice del­la ten­sio­ne che si sta crean­do attor­no al gio­ca­to­re. In una con­fe­ren­za stam­pa, infat­ti, Kan­ter defi­ni­sce Erdo­gan come «l’Hitler del ven­tu­ne­si­mo seco­lo». Cin­que gior­ni dopo scat­ta in Tur­chia un man­da­to d’arresto nei con­fron­ti del cesti­ta: il gover­no lo ritie­ne un oppo­si­to­re del gover­no anche a cau­sa del­le sue sim­pa­tie nei con­fron­ti di Fethul­lah Gülen (avver­sa­rio di Erdo­gan rifu­gia­to­si negli Sta­ti Uni­ti), arri­van­do addi­rit­tu­ra ad accu­sar­lo di ter­ro­ri­smo: a dimo­stra­re la col­pe­vo­lez­za sareb­be un’app sca­ri­ca­ta sul cel­lu­la­re del gio­ca­to­re, ByLock, appli­ca­zio­ne di mes­sag­gi­sti­ca pri­va­ta. Nel dicem­bre del 2017 Kan­ter vie­ne con­dan­na­to a 4 anni di car­ce­re per dif­fa­ma­zio­ne nei con­fron­to del governo.

Le minac­ce di mor­te e la pau­ra dell’arresto gli impe­di­sco­no di pren­de­re par­te a una tra­sfer­ta a Lon­dra e a una par­ti­ta in ter­ra cana­de­se. Ma il gio­ca­to­re non retro­ce­de nean­che dopo che, in segui­to alla sua con­dan­na dell’attacco tur­co in Siria del Nord, alcu­ni uomi­ni lo aggre­di­sco­no all’urlo di “tra­ior”, tra­di­to­re, fuo­ri dal­la moschea di Boston all’inizio di que­sto otto­bre. Ciò che cer­ca­no di fare, è col­pir­lo alla base, ten­tan­do di far­lo sen­ti­re iso­la­to. Kan­ter non par­la con la sua fami­glia da cir­ca quat­tro anni, dopo che, in segui­to alle sue pri­me denun­ce, la poli­zia tur­ca fa irru­zio­ne nel­la sua casa a Istan­bul seque­stran­do a geni­to­ri e fra­tel­li appa­rec­chi elet­tro­ni­ci e revo­can­do loro tut­ti i passaporti.

Sui giornali turchi viene pubblicata una lettera firmata dal padre in cui la famiglia dichiara di rinnegare il figlio dissociandosi dalle sue posizioni politiche e sociali, lettera probabilmente imposta per una sopravvivenza non più scontata.

Il padre vie­ne infat­ti con­dan­na­to a 15 anni di car­ce­re men­tre ai fra­tel­li vie­ne impe­di­to di tro­va­re lavo­ro. Nel mag­gio del 2019 Kan­ter scom­pa­re dai social Nba in Tur­chia, le sue par­ti­te non ven­go­no più tra­smes­se e ven­go­no arre­sta­ti nel frat­tem­po i ragaz­zi cui ave­va rega­la­to le sue scar­pe da gio­co o che lo ave­va­no vota­to per l’All Star Game.

Sto bene, ma allo stes­so tem­po non mi sen­to a posto: capi­te cosa inten­do? Io sono for­tu­na­to; la mia è una sto­ria a lie­to fine. Nel­la mag­gior par­te dei casi inve­ce, le cose non van­no così.

E le sto­rie a lie­to fine per i dis­si­den­ti i Tur­chia non sono nume­ro­se ulti­ma­men­te. Kan­ter denun­cia l’arresto di dot­to­ri, giu­di­ci, avvo­ca­ti, inse­gnan­ti (tra cui appun­to il padre), gior­na­li­sti e atti­vi­sti impri­gio­na­ti solo per non esse­re stre­nui segua­ci del pre­si­den­te turco.

How can I stay silent? The­re are tens of thou­sands of peo­ple — inclu­ding tea­chers, doc­tors, mem­bers of the judi­cia­ry and mili­ta­ry, law­yers, bureau­cra­ts, jour­na­lists, and acti­vists — in pri­sons for years just becau­se they’re not die-hard fol­lo­wers of Erdogan.

Il silen­zio. E’ que­sto il prin­ci­pa­le nemi­co che il cen­tro dei Cel­tics cer­ca di com­bat­te­re ogni gior­no, con ogni suo tweet, con ogni sua dichia­ra­zio­ne. «I’m MORE than an athle­te», dice in uno dei suoi ulti­mi mes­sag­gi (tra l’altro all’interno di un attac­co nei con­fron­ti del gio­ca­to­re dei Los Ange­les Lakers LeBron James in una discus­sio­ne sul­la mani­fe­sta­zio­ni che si stan­no tenen­do ad Hong Kong). Esse­re più di un atle­ta vuol dire ren­der­si con­to del pote­re e del­la riso­nan­za che i pro­pri gesti e le pro­prie idee pos­so­no ave­re su un’ampia par­te di popo­la­zio­ne. Una sola voce può mobi­li­tar­ne altre che insie­me faran­no un rumo­re suf­fi­cien­te a sve­glia­re le coscien­ze e gli ani­mi di mol­te per­so­ne, per non rima­ne­re iner­ti là dove la giu­sti­zia e la liber­tà ven­go­no mes­se in peri­co­lo, per quan­to quel “dove” pos­sa esse­re distante.

Perché è la libertà di tutti che sotto questi colpi vacilla.

«Pro­fes­sio­nal athle­tes have an enor­mous oppor­tu­ni­ty to be a sour­ce of inspi­ra­tion for the youn­ger gene­ra­tion, lead by exam­ple, and pro­ve to them that as long as you stand up for what you belie­ve in, eve­ry­thing is pos­si­ble», dichia­ra in un arti­co­lo scrit­to in pri­ma per­so­na sul Boston Glo­be. «Pro­va­re che per tut­to il tem­po in cui ti alze­rai per ciò in cui cre­di, tut­to sarà pos­si­bi­le». È un invi­to a infor­mar­si, ad alzar­si in pie­di, in una lot­ta costan­te con­tro l’indifferenza e i soprusi.

Ciò che que­sto gio­ca­to­re è costret­to a sop­por­ta­re ogni gior­no, potreb­be abbat­te­re anche le per­so­na­li­tà più for­ti. Esse­re accu­sa­ti di esse­re dei tra­di­to­ri, sen­tir­si sul­le spal­le il peso del­le minac­ce di mor­te e la con­sa­pe­vo­lez­za che per­so­ne, pren­den­do­ti come esem­pio, sfi­da­no la real­tà che le cir­con­da in luo­ghi meno sicu­ri dei cam­pi da basket, potreb­be­ro por­ta­re a rinun­cia­re, a lasciar per­de­re, per­ché potreb­be non valer­ne la pena. Ma non è solo in que­sta lot­ta. Rin­gra­zia più vol­te il i com­pa­gni di squa­dra e i miglia­ia di mes­sag­gi di soste­gno che gli arri­va­no ogni gior­no, gli Sta­ti Uni­ti in cui si sen­te al sicu­ro e le sue squa­dre che lo han­no accol­to come una fami­glia. “Wel­co­me home” reci­ta­va­no vari car­tel­li tra il pub­bli­co al suo ritor­no sui cam­pi dopo le vicen­de indo­ne­sia­ne. E mai paro­le come “ben­tor­na­to a casa” potreb­be­ro ave­re più peso e signi­fi­ca­to come nel­la sto­ria di Enes Kanter.

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Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.

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