Nobel per la letteratura a due europei: Olga Tokarczuk e Peter Handke

Ieri, 10 otto­bre 2019, alle 13.00, l’Ac­ca­de­mia di Sve­zia ha annun­cia­to i nomi dei vin­ci­to­ri del pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra di que­st’an­no e del­lo scor­so anno duran­te la con­fe­ren­za pub­bli­ca a Stoc­col­ma. Lo scor­so anno il Nobel per la let­te­ra­tu­ra non è sta­to asse­gna­to a cau­sa del­lo scan­da­lo per mole­stie che tra il 2017 e il 2018 tra­vol­se il foto­gra­fo e diret­to­re arti­sti­co Jean-Clau­de Arnault, mari­to di un’ex-giu­ra­ta del­l’Ac­ca­de­mia, Kata­ri­na Fro­sten­son, por­tan­do a una serie di dimis­sio­ni, e di un con­se­guen­te appan­na­men­to per­ce­pi­to dal­la repu­ta­zio­ne del Comi­ta­to Nobel. Il Pre­mio Nobel 2018 fu così sospe­so e rin­via­to all’an­no suc­ces­si­vo. Ieri i pre­mi sono sta­ti asse­gna­ti a Olga Tokarc­zuk (Pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra 2018) e a Peter Han­d­ke (Pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra 2019).


Entram­bi i vin­ci­to­ri sono euro­pei: Olga Tokarc­zuk, clas­se ’62, è nata a Sule­chów, in Polo­nia. Pri­ma di dedi­car­si alla car­rie­ra let­te­ra­ria ha stu­dia­to psi­co­lo­gia all’U­ni­ver­si­tà di Var­sa­via. Tokarc­zuck si defi­ni­sce una segua­ce del­la scuo­la di Carl Jung e cita la sua psi­co­lo­gia come un’i­spi­ra­zio­ne per il suo lavo­ro let­te­ra­rio. Esor­di­sce nel 1989 con la sua pri­ma rac­col­ta di poe­sie Mia­sta w lustrach (Cit­tà allo spec­chio) e il 1993 vede la pub­bli­ca­zio­ne del suo pri­mo roman­zo Podróż lud­zi księ­gi (Il viag­gio del libro-popo­lo), ambien­ta­to nel­la Fran­cia del XVII seco­lo. Con que­st’ul­ti­mo ha vin­to il pre­mio del Con­cor­so let­te­ra­rio del­l’As­so­cia­zio­ne degli edi­to­ri polac­chi come miglio­re ope­ra pri­ma di narrativa.

La polac­ca Olga Tokarc­zuk, pre­mio Nobel per la Let­te­ra­tu­ra 2018

Il suo ter­zo roman­zo, Pra­wiek i inne cza­sy (nel­l’e­di­zio­ne ita­lia­na di e/o il tito­lo fu Dio, il tem­po, gli uomi­ni e gli ange­li, nel­l’e­di­zio­ne di not­te­tem­po Nel­la quie­te del tem­po) otten­ne un note­vo­le suc­ces­so, e con Bie­gu­ni (edi­to in Ita­lia da Bom­pia­ni nel 2019 col tito­lo I vaga­bon­di), il cui tema prin­ci­pa­le è la vita dei noma­di di oggi, la scrit­tri­ce ha vin­to sia il pre­mio dei let­to­ri che il pre­mio del­la giu­ria del Nike Award 2008 (tra i pre­mi più impor­tan­ti del­la let­te­ra­tu­ra in Polo­nia), che ha vin­to in segui­to anche con un roman­zo epi­co, Księ­gi jaku­bo­we (I libri di Jacob).

Come Phi­lip Roth, Ali­ce Mun­ro e David Gross­man, ha vin­to il Man Boo­ker Inter­na­tio­nal Pri­ze nel 2018 e ora ha otte­nu­to anche il Nobel per la let­te­ra­tu­ra, con que­sta motivazione:

for a nar­ra­ti­ve ima­gi­na­tion that with ency­clo­pe­dic pas­sion repre­sen­ts the cros­sing of boun­da­ries as a form of life.

Tokarc­zuk ha vin­to anche per aver costrui­to i suoi roman­zi con una ten­sio­ne tra aspet­ti cul­tu­ra­li oppo­sti: natu­ra ver­sus cul­tu­ra, ragio­ne ver­sus fol­lia, uomi­ni ver­sus don­ne. Tokarc­zuk da sem­pre con­si­de­ra la let­te­ra­tu­ra come sen­za con­fi­ni: «Lite­ra­tu­re has no bor­ders. The­re is one lite­ra­tu­re, and it uses dif­fe­rent lan­gua­ges as its tools».


Peter Han­d­ke nasce inve­ce a Grif­fen, nel­la Carin­zia (Austria), nel 1942. Sua madre muo­re sui­ci­da nel 1971, even­to che lo segne­rà pro­fon­da­men­te e a cui dedi­che­rà il roman­zo Wun­schlo­ses Unglück (Infe­li­ci­tà sen­za desi­de­ri). Ha stu­dia­to giu­ri­spru­den­za pres­so l’U­ni­ver­si­tà di Graz, che abban­do­nò per avvi­ci­nar­si alla lat­te­ra­tu­ra, pri­ma attra­ver­so pez­zi tea­tra­li, poi con rac­con­ti, roman­zi, sag­gi, poe­sie e diari.

L’au­stria­co Peter Han­d­ke, pre­mio Nobel per la Let­te­ra­tu­ra 2019

Il suo roman­zo di debut­to Die Hor­nis­sen (I cala­bro­ni) è sta­to pub­bli­ca­to nel 1966. Scrit­to­re pro­vo­ca­to­rio e vici­no allo spe­ri­men­ta­li­smo tipi­co del­la let­te­ra­tu­ra d’a­van­guar­dia, Han­d­ke è noto per pun­gen­ti suc­ces­si tea­tra­li come Publi­kum­sbe­schim­p­fung und ande­re Spre­ch­stüc­ke (Insul­ti al pub­bli­co) del ’66 e per aver fir­ma­to la sce­neg­gia­tu­ra di alcu­ni film con il regi­sta Wim Wen­ders, tra cui Il cie­lo sopra Ber­li­no (1987). Tra i vari rico­no­sci­men­ti sino­ra rice­vu­ti, Peter Han­d­ke nel 2009 è sta­to insi­gni­to anche del Pre­mio Franz Kaf­ka. Ha dedi­ca­to alla situa­zio­ne dell’ex-Jugoslavia tre lun­ghi repor­ta­ge e per soli­da­rie­tà con­tro i bom­bar­da­men­ti sui civi­li in Ser­bia ha rifiu­ta­to il pre­mio Büch­ner. Han­d­ke è sta­to anche al cen­tro di pole­mi­che per aver dife­so e soste­nu­to l’ex pre­si­den­te ser­bo Slo­bo­dan Milo­se­vic, pro­ces­sa­to all’Aja per cri­mi­ni con­tro l’umanità.
Il Nobel per la let­te­ra­tu­ra gli è sta­to assegnato

for an influen­tial work that with lin­gui­stic inge­nui­ty has explo­red the peri­phe­ry and the spe­ci­fi­ci­ty of human experience.

Eppu­re nel 2014 pro­prio Han­d­ke, in occa­sio­ne del­l’as­se­gna­zio­ne del Nobel per la let­te­ra­tu­ra al fran­ce­se Patrick Modia­no, si espres­se con paro­le mol­to dure nei con­fron­ti del Nobel e pro­po­se anzi di abo­lir­lo. Affer­mò come con­si­de­ras­se Modia­no dav­ve­ro un auto­re note­vo­le con un’o­pe­ra uni­ca, ma a suo pare­re «Il Pre­mio Nobel andreb­be final­men­te abo­li­to. […] Per­chè por­ta un momen­to di atten­zio­ne, nel­le pagi­ne dei gior­na­li, ma per la let­tu­ra non por­ta nul­la».

Quan­do ave­va sapu­to di esse­re sta­to inse­ri­to nel­la rosa dei can­di­da­ti al Nobel, ave­va tut­ta­via affer­ma­to che ciò non lo ave­va lascia­to indif­fe­ren­te: «Cer­to che ti pren­de, ti infa­sti­di­sce, e allo­ra ti infa­sti­di­sci con te stes­so per­ché ci pen­si: è una cosa così inde­gna e al con­tem­po si diven­ta per un po’ se stes­si inde­gni». Dopo cin­que anni è toc­ca­to pro­prio a lui otte­ne­re il pre­mio che vole­va abolire.

I due vin­ci­to­ri del Nobel sono ora atte­si alla ceri­mo­nia di pre­mia­zio­ne che si ter­rà il 10 dicem­bre a Stoc­col­ma.

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Elena Gentina
Stu­den­tes­sa di let­te­re moder­ne. Amo la musi­ca, la let­te­ra­tu­ra e il cine­ma. Vivo tra le nuvo­le ma cer­co di capi­re quel­lo che sta a terra.

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