R500, una performance a piedi tra le vie di Milano.

Arti­co­lo di Simo­ne Muciaccia

“Il tea­tro può esi­ste­re sen­za costu­mi e sce­no­gra­fie? Sì.

Può esi­ste­re sen­za musi­ca che com­men­ti lo svol­ger­si dell’azione? Sì.

Può esi­ste­re sen­za effet­ti di luce? Certamente.

Ma può esi­ste­re il tea­tro sen­za atto­ri? Non cono­sco esem­pi del genere.

Può esi­ste­re il tea­tro sen­za spet­ta­to­ri? Ce ne vuo­le alme­no uno, per­ché si pos­sa par­la­re di spettacolo.

E così non ci rima­ne che l’attore e lo spet­ta­to­re.” Grotowskij.

 

Su que­sta pro­vo­ca­zio­ne si sta muo­ven­do da anni Miche­le Losi, e con lui il pro­get­to di pro­du­zio­ne “Pleia­di Art Pro­duc­tions” di cui è cofon­da­to­re, e che ha idea­to la per­for­man­ce R 500, rea­liz­za­ta­si dal 3 al 6 otto­bre pres­so la Zona K. Dice Losi: «Toglie­re gli spet­ta­to­ri dal soli­to spa­zio tea­tra­le li ren­de più atten­ti e coin­vol­ti nel­la per­for­man­ce, tea­tra­le o espe­rien­zia­le, gra­zie al poten­te sti­mo­lo dell’ambiente cir­co­stan­te». Pleia­di nasce nel 2015 a Camp­si­ra­go Resi­den­za e lavo­ra ormai da anni nel­la spe­ri­men­ta­zio­ne nell’ambito del­la per­for­ming art, del tea­tro nel pae­sag­gio e del­le pro­du­zio­ni site-specific.

Nella performance R 500, i costumi sono i vestiti che scegliamo per recarci a teatro, le scenografie il mondo intorno a noi, la musica quella urbana e le luci quelle naturali.

Ma fac­cia­mo un pas­so indie­tro. In cosa con­si­ste esat­ta­men­te il pro­get­to R 500?

R 500, o meglio “rag­gio 500”, è un espe­ri­men­to dove scien­za e tea­tro si fon­do­no per rega­la­re un’e­spe­rien­za arti­sti­ca a 360°. Si inse­ri­sce all’interno del­la area tema­ti­ca “Eco­lo­gy” del­la sta­gio­ne tea­tra­le del­la zona K. È sta­to ispi­ra­to dal lavo­ro del pro­fes­so­re di bota­ni­ca Joop Scha­mi­née, che ave­va inda­ga­to e con­dot­to per un anno inte­ro ricer­che in un ter­ri­to­rio nel­la pro­vin­cia olan­de­se di Zee­land, dall’estensione di un miglio qua­dra­to.

Le ricer­che con­dot­te non era­no solo di carat­te­re scien­ti­fi­co ma anche di tipo antro­po­lo­gi­co, gra­zie all’aiuto del­la gen­te loca­le, e da quest’esperienza ne sono sca­tu­ri­ti libri, docu­men­ta­ri e altre opere.

Sul­la stes­sa linea di lavo­ro si arti­co­la la sud­det­ta per­for­man­ce; per una set­ti­ma­na gli idea­to­ri e rea­liz­za­to­ri del pro­get­to ( Miche­le Losi, Sjoerd Wage­naar, Sofia Bolo­gni­ni, Lilia­na Beni­ni, Luca Maria Bal­di­ni, Emi­lio Padoa Schiop­pa) han­no ope­ra­to una ricer­ca nel­la zona ristret­ta mila­ne­se del quar­tie­re Iso­la, più pre­ci­sa­men­te nel ter­ri­to­rio cir­co­la­re aven­te come cen­tro la sede del tea­tro Zona K (via Spa­la­to 11) e come rag­gio 500 metri. 

La ricer­ca con­si­ste­va in una pri­ma fase di rac­col­ta di ogni tipo di infor­ma­zio­ne, sia rispet­to all’architettura e alla sua evo­lu­zio­ne nel cor­so del­la sto­ria (gra­zie anche ad una squa­dra di archi­tet­ti che ha par­te­ci­pa­to atti­va­men­te alla crea­zio­ne e alla mes­sa in sce­na del lavo­ro), sia dal­la rac­col­ta di ogni tipo di reper­to (dal­la pal­li­na da ten­nis inca­stra­ta nel cespu­glio allo scon­tri­no di Just Eat abban­do­na­to sul mar­cia­pie­de), sia nell’ascolto di testi­mo­nian­ze e sto­rie da par­te dei locali.

In una fase suc­ces­si­va tut­te que­ste infor­ma­zio­ni sono sta­te orga­niz­za­te e pre­sen­ta­te al pub­bli­co crean­do un col­le­ga­men­to tra le sto­rie rac­con­ta­te, i reper­ti, i rumo­ri con i luo­ghi protagonisti.

Si perché il vero protagonista di questa performance è proprio l’ambiente circostante, e la sua relazione con i fruitori, mediata dalla meticolosa ricerca degli organizzatori.

Il tut­to è pre­sen­ta­to con il mini­mo fil­tro. Men­tre cam­mi­na­no lun­go la via del mer­ca­to, gli spet­ta­to­ri, dota­ti di cuf­fie cen­tra­liz­za­te, ascol­ta­no l’intervista e le paro­le regi­stra­te di un mer­can­te che descri­ve la tra­sfor­ma­zio­ne del quar­tie­re iso­la e del suo lavo­ro nel cor­so del­la sua vita nel quartiere.

Così come duran­te la pas­seg­gia­ta, gra­zie alla gui­da da par­te degli atto­ri, l’at­ten­zio­ne del pub­bli­co vie­ne cat­tu­ra­ta dal­la segna­la­zio­ne in ges­so (ese­gui­ta e ben noti­fi­ca­ta nel­la ricer­ca pre­li­mi­na­re degli arti­sti) di pian­te sel­va­ti­che che popo­la­no in quan­ti­tà i mar­cia­pie­di e il bor­do del­le stra­de, por­tan­do alla luce par­ti­co­la­ri che soli­ta­men­te cado­no nell’oblio men­tre si pas­seg­gia fret­to­lo­si e apa­ti­ci lun­go le stra­de del­la cit­tà. Gli spet­ta­to­ri riman­go­no come cata­liz­za­ti da quel­le pic­co­le for­me di vita che, incu­ran­ti del­la minac­cia cir­co­stan­te, cer­ca­no di esi­ste­re, di respi­ra­re, di emer­ge­re. E con quel­la nuo­va con­sa­pe­vo­lez­za si alza poi lo sguar­do, gustan­do lo spa­zio cir­co­stan­te che assu­me di pas­so in pas­so sfu­ma­tu­re sem­pre diverse.

Un’e­spe­rien­za che offre l’oc­ca­sio­ne di pro­va­re un sen­so di appar­te­nen­za per l’ambiente. Per il luo­go pub­bli­co. Un posto che diven­ta di chi lo vive.

La con­sa­pe­vo­lez­za e il sen­so di appar­te­nen­za sono il pri­mo pas­so ver­so la crea­zio­ne di un sen­so civi­co ed eco­lo­gi­co. Il pri­mo pas­so ver­so la pre­ser­va­zio­ne del nostro spa­zio vitale.

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