Sally Rooney e la ricerca della normalità

C’è un moti­vo se l’irlandese Sal­ly Roo­ney ha con­qui­sta­to la cima del­le clas­si­fi­che let­te­ra­rie per due vol­te in pochi mesi. Il meri­to non è solo del­la sua scrit­tu­ra incan­te­vo­le. E non è nem­me­no del­la tra­ma e del­le vicen­de che nar­ra. La vera dif­fe­ren­za la fa l’attitudine a rac­con­ta­re cose rea­li, vis­su­te o vivi­bi­li, e a far­lo guar­dan­do­le di lato, da un’angolatura diver­sa. Nes­su­no l’aveva fat­to così bene pri­ma di lei.

Prendere in mano Parlarne tra amiciPersone normali, i due romanzi che ha pubblicato, è il modo più facile per scoprirlo.

Sal­ly Roo­ney è irlan­de­se ed è nata nel 1991. Que­sto dato ana­gra­fi­co ha spin­to i gior­na­li di mez­zo mon­do a inca­sel­lar­la subi­to attri­buen­do­le la qua­li­fi­ca di “scrit­tri­ce dei mil­len­nials”, e cioè dei nati tra gli anni Ottan­ta e i Novan­ta. È inne­ga­bi­le che que­sta sia la sua gene­ra­zio­ne. Nel­la sua for­tu­na c’è però qual­co­sa di più pro­fon­do. Sal­ly Roo­ney non è solo la voce di que­sta gene­ra­zio­ne, i ven­ten­ni e tren­ten­ni d’oggi, per­ché trat­ta i temi ad essa cari e ne esal­ta le con­trad­di­zio­ni, ma è anche l’unica, nel pano­ra­ma con­tem­po­ra­neo, a modi­fi­car­ne la per­ce­zio­ne che ne han­no gli altri, i più vec­chi, chi que­sta gene­ra­zio­ne la guar­da da fuori.

Per la veri­tà pri­ma non esi­ste­va una vera e pro­pria per­ce­zio­ne. C’era un pun­to di vista un po’ gene­ri­co e appros­si­ma­ti­vo, zep­po di con­di­scen­den­za e rim­pro­ve­ri. È vero che guar­da­re ai ven­ten­ni e tren­ten­ni d’oggi non è faci­le, per­ché tut­to nel loro mon­do appa­re mol­to incom­ple­to e sfug­gen­te, ma Sal­ly Roo­ney inve­ce è riu­sci­ta a far­lo, tan­to da rap­pre­sen­ta­re, appun­to, il momen­to di sepa­ra­zio­ne tra un pri­ma e un dopo nel modo di descri­ve­re e inter­pre­ta­re i mil­len­nials.

A pri­ma vista può sem­bra­re un para­dos­so. In Per­so­ne nor­ma­li (2018, Vul­ca­no ne ha par­la­to qui) non è pre­sen­te mol­ta tec­no­lo­gia, e lo stru­men­to più uti­liz­za­to dai due pro­ta­go­ni­sti per comu­ni­ca­re sono le e‑mail. Que­sta è in real­tà una gran­de intui­zio­ne: dimo­stra per­fet­ta­men­te che scri­ve­re del con­tem­po­ra­neo non signi­fi­ca — o non signi­fi­ca solo — met­te­re al cen­tro Face­book e Wha­tsapp, ma sem­mai raf­fi­gu­ra­re la rete di rela­zio­ni, anche vir­tua­li, nel­la qua­le ci tro­via­mo. Al cen­tro resta­no le per­so­ne. Il pri­mo a far­lo, magi­stral­men­te, fu Rober­to Bolaño vent’anni fa, pri­ma in Detec­ti­ve sel­vag­gi (1996) e poi nel monu­men­ta­le 2666 (2007). La rete sono le per­so­ne, il loro modo di muo­ver­si e di inte­ra­gi­re, le cono­scen­ze fisi­che che instau­ra­no. È que­sto il gran­de cam­bia­men­to por­ta­to da inter­net che i per­so­nag­gi di Roo­ney sem­bra­no aver in gran par­te meta­bo­liz­za­to: al fian­co del mon­do vir­tua­le si è raf­for­za­to un mon­do rea­le ric­co di sen­sa­zio­ni fisi­che, per quan­to incer­to, rare­fat­to e com­pli­ca­to da tro­va­re. È dif­fi­ci­le e dolo­ro­so per Con­nel e Marian­ne, i due pro­ta­go­ni­sti di Per­so­ne nor­ma­li, com­pren­de­re la rela­zio­ne che stan­no viven­do. Il fat­to di pro­var­ci è l’essenza stes­sa del libro.

Alla fine la ricerca può essere vana. Rooney infatti tratteggia persone incomplete, irrealizzate, e le conduce nel percorso di presa d’atto e accettazione di questa incompiutezza.

È que­sta la ricer­ca del­la nor­ma­li­tà che dà il tito­lo al secon­do libro di Roo­ney. La nor­ma­li­tà signi­fi­ca accet­ta­zio­ne altrui, ma anche rag­giun­gi­men­to di una posi­zio­ne di com­fort, nel­la qua­le si com­pren­de per­ché le cose acca­do­no e si pos­so­no facil­men­te accet­ta­re. È un’utopia, per­ché una nor­ma­li­tà così net­ta non esi­ste. La vera nor­ma­li­tà è la loro con­di­zio­ne incer­ta, quel­la che loro per­ce­pi­sco­no come stra­nez­za, che li lascia sospe­si nel vuo­to. Le con­ver­sa­zio­ni tra i per­so­nag­gi di Per­so­ne nor­ma­li sono l’esempio per­fet­to di que­sta poe­ti­ca. Sem­bra­no, let­te­ral­men­te, con­ver­sa­zio­ni nel vuo­to. Si trat­ta di dia­lo­ghi inter­rot­ti, fra­si mon­che e imba­raz­za­te, discor­si che pren­do­no un’altra stra­da. Di soli­to chi par­la non guar­da l’interlocutore ma fis­sa un pun­to del­la stan­za o dell’orizzonte. La stes­sa autri­ce ha ammes­so, in un’intervistaRivi­sta Stu­dio di apri­le, nel­la qua­le par­la­va del pre­ce­den­te roman­zo Par­lar­ne tra ami­ci (2017), di riser­va­re gran­de impor­tan­za alla conversazione:

Scri­ve­re il libro è sta­to un eser­ci­zio nel­la sco­per­ta di quan­to le con­ver­sa­zio­ni pos­sa­no esse­re com­pli­ca­te. Mi sono spes­so tro­va­ta a segui­re il filo di quel­lo che sem­bra­va, in super­fi­cie, un sem­pli­ce scam­bio tra due o tre per­so­nag­gi e sco­pri­re che diven­ta­va qualcos’altro, un con­flit­to vela­to, un’obliqua con­fes­sio­ne di sen­ti­men­ti. Mi inte­res­sa mol­tis­si­mo que­sto pro­ces­so. Più che la psi­co­lo­gia mi inte­res­sa­no le dina­mi­che: come le per­so­ne si rela­zio­na­no l’una all’altra, cosa signi­fi­ca­no le relazioni.

Attra­ver­so i dia­lo­ghi Roo­ney tra­smet­te vivi­da­men­te il disa­gio dei suoi pro­ta­go­ni­sti. Il libro, infat­ti, è pie­no di dolo­re, smar­ri­men­to e soli­tu­di­ne. Met­ten­do al cen­tro una rela­zio­ne, com’è quel­la tra Con­nel e Marian­ne, e seguen­do­la nell’arco di quat­tro anni, Roo­ney non può evi­ta­re che que­sto accada.

I dia­lo­ghi sono anche uno stru­men­to attra­ver­so il qua­le Roo­ney evi­den­zia le dina­mi­che di pote­resupre­ma­zia che si instau­ra­no tra le per­so­ne. Non indul­ge mai, in Per­so­ne nor­ma­li, in for­me di pie­ti­smo o addol­ci­men­to. C’è tut­ta la pre­po­ten­za e tal­vol­ta la vio­len­za che pos­so­no abi­ta­re alcu­ni ambien­ti. A trat­ti ricor­da l’Alberto Mora­via de Gli indif­fe­ren­ti (1929), dove la vio­len­za può irrom­pe­re all’improvviso e modi­fi­ca­re il cor­so del­le cose. Infat­ti il rac­con­to abbrac­cia con­di­zio­ni di vita e benes­se­re tra loro dif­fe­ren­ti: con­vi­vo­no, si inter­se­ca­no, ma non si fon­do­no mai.

Un altro gran­de meri­to di Sal­ly Roo­ney è inflig­ge­re un duro col­po alla cen­tra­li­tà ame­ri­ca­na nel­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea. Roo­ney è inve­ce una scrit­tri­ce for­te­men­te euro­pea, per il con­te­sto e l’atmosfera che descri­ve e per le tra­me non così linea­ri che rac­con­ta. Il suo approc­cio, nel­le inter­vi­ste e negli inter­ven­ti sui gior­na­li è for­te­men­te poli­ti­co. A D di Repub­bli­ca si è defi­ni­ta mar­xi­sta, e in quan­to tale «scet­ti­ca sull’industria edi­to­ria­le, pri­mo per­ché è un’industria, secon­do per­ché, se i pro­dot­ti crea­no un pro­fit­to, allo­ra non stan­no facen­do il lavo­ro che dovreb­be­ro fare: cam­bia­re la strut­tu­ra del­le rela­zio­ni socia­li. È una situa­zio­ne para­dos­sa­le che mi met­te a disa­gio ma da cui non si può scap­pa­re». Nei suoi libri al cen­tro ci sono però i sen­ti­men­ti del­le per­so­ne, non la poli­ti­ca. In qual­che modo emer­ge la con­nes­sio­ne che inter­cor­re tra que­sti due aspet­ti, anche all’insaputa degli esse­ri umani.

Men­tre nar­ra i sen­ti­men­ti e le meta­mor­fo­si per­so­na­li dei pro­ta­go­ni­sti, infat­ti, Roo­ney descri­ve una gene­ra­zio­ne infor­ma­ta e impe­gna­ta. I suoi per­so­nag­gi, per esem­pio, si alza­no la mat­ti­na e scor­ro­no sul por­ta­ti­le le noti­zie dal Medio Orien­te. Sono la pun­ta di dia­man­te di un’epoca in cui que­sto approc­cio alla real­tà non solo è pos­si­bi­le, soprat­tut­to per i gio­va­ni, ma è spes­so realizzato.

Il The Guar­dian ha col­to la que­stio­ne e l’ha pro­po­sta all’autrice:

Her cha­rac­ters drift in and out of rela­tion­ships and talk ear­ne­stly of poli­tics and lite­ra­ry theo­ry; they holi­day in Fran­ce or Ita­ly but some­ti­mes don’t have enou­gh money to eat. But Roo­ney is quick to brush away any sug­ge­stion that she is a cul­tu­ral pun­dit, say­ing: “I cer­tain­ly never inten­ded to speak for anyo­ne other than myself. Even myself I find it dif­fi­cult to speak for. My books may well fail as arti­stic endea­vours but I don’t want them to fail for fai­ling to speak for a gene­ra­tion for which I never inten­ded to speak in the fir­st place.

Non pre­ten­de di par­la­re espres­sa­men­te a una gene­ra­zio­ne ma la descri­ve magi­stral­men­te, meglio di chiun­que altro. È que­sto il pun­to di for­za di Sal­ly Rooney.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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