Bolivia: tra le fiamme di una democrazia in crisi

Anti-government protesters against the reelection of President Evo Morales, attend a rally with the coca leaf growers in La Paz, Bolivia, Thursday, Nov. 7, 2019. The United Nations on Thursday urged Bolivia's government and opposition to restore "dialogue and peace" after a third person was killed in street clashes that erupted after a disputed presidential election on Oct. 20. (AP Photo/Juan Karita)

Quel­lo che si stan­no chie­den­do in mol­ti, negli ulti­mi gior­ni, è che cosa stia suc­ce­den­do in Boli­via.

Il 20 otto­bre si sono tenu­te le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li. I due can­di­da­ti favo­ri­ti era­no Evo Mora­les, alla pre­si­den­za da ben 14 anni, e Car­los Mesa, lea­der del­l’op­po­si­zio­ne, già pre­si­den­te dal 2003 al 2005. In segui­to alla pro­cla­ma­zio­ne da par­te del Tri­bu­na­le supre­mo del­la vit­to­ria di Mora­les, già al pri­mo tur­no con il 47,07 per cen­to dei voti con­tro il 36,51 del­l’av­ver­sa­rio, sono scop­pia­te pro­te­ste in varie cit­tà del pae­se. Que­sto per­ché i dati par­zia­li indi­ca­va­no un minor distac­co tra i due e d’altra par­te il risul­ta­to fina­le pro­po­ne­va una dif­fe­ren­za pro­prio appe­na sopra la soglia dei die­ci pun­ti, che secon­do le leg­gi boli­via­ne dà la vit­to­ria al pri­mo tur­no, sen­za neces­si­tà di bal­lot­tag­gio. Da ciò il sospet­to di bro­gli. Diver­se irre­go­la­ri­tà sono sta­te inol­tre rav­vi­sa­te anche dagli osser­va­to­ri dell’Organizzazione degli sta­ti americani.

In ogni caso, i sospet­ti han­no dato il via alle pro­te­ste di piaz­za, cui poi ha fat­to segui­to  l’ammu­ti­na­men­to di repar­ti del­la poli­zia, dopo tre mor­ti e cen­ti­na­ia di feri­ti tra i manifestanti. 

Mora­les, mes­so sot­to pres­sio­ne anche dai mili­ta­ri, per cer­ca­re di cal­ma­re le acque si è dimes­so, annun­cian­do nuo­ve ele­zio­ni. Poi, in un qua­dro dram­ma­ti­co, ha lascia­to il pae­se tro­van­do asi­lo in Mes­si­co dove ha denun­cia­to quel­lo che a suo giu­di­zio è un vero e pro­prio col­po di stato.

La situazione non è chiara, ma certo è forte il sospetto che forze antidemocratiche stiano approfittando di un momento di crisi delle istituzioni boliviane per cercare di riportare il paese ad un triste passato, dove i militari decidevano pensando solo agli interessi di una ristretta borghesia “bianca”.

In ogni caso, fa un cer­to effet­to acco­sta­re le imma­gi­ni del­la gra­ve cri­si boli­via­na con i festeg­gia­men­ti per il tren­ten­na­le del­la cadu­ta del muro di Ber­li­no. Nel cuo­re dell’Europa, si ricor­da un trion­fo del­la demo­cra­zia che trent’anni fa fu let­to da mol­ti come il segno di un desti­no demo­cra­ti­co per tut­ti i popo­li. In Boli­via, inve­ce, vedia­mo il bru­sco emer­ge­re di una cri­si in un siste­ma demo­cra­ti­co che sem­bra­va ormai con­so­li­da­to e si tro­va inve­ce stra­zia­to da sospet­ti di bro­gli, da vio­len­za, e addi­rit­tu­ra dal timo­re di un ritor­no sul­la sce­na dei mili­ta­ri secon­do la peg­gio­re tra­di­zio­ne sudamericana. 

D’altra par­te, quel­lo del­la Boli­via non è un caso iso­la­to. Non solo in que­sti anni mol­ti pae­si impor­tan­ti sono rima­sti sta­bil­men­te non demo­cra­ti­ci, si pen­si al caso del­la Cina dove ogni dis­sen­so vie­ne repres­so, ma anche in non pochi con­te­sti dove la demo­cra­zia si era affer­ma­ta o sem­bra­va affer­mar­si abbia­mo poi visto cri­si gra­vis­si­me.  Si guar­di al fal­li­men­to del­le pri­ma­ve­re ara­be o alla tra­ge­dia poli­ti­co-socia­le del Vene­zue­la o alla cosid­det­ta demo­cra­zia illi­be­ra­le unghe­re­se. Que­sti esem­pi e altri simi­li, anche se all’ap­pa­ren­za sen­za for­te rela­zio­ne tra loro, ci fan­no  riflet­te­re su quel­la che potreb­be con­si­de­rar­si addi­rit­tu­ra una “cri­si mon­dia­le del­la demo­cra­zia”.

Dopo la cadu­ta del muro di Ber­li­no nel 1989 si pen­sa­va che la demo­cra­zia fos­se in pro­cin­to di trion­fa­re ovun­que. Alcu­ni, come Fukuya­ma nel suo famo­so sag­gio del 1992 su La fine del­la sto­ria, ave­va­no annun­cia­to che, dopo il crol­lo del cosid­det­to socia­li­smo rea­le, avrem­mo assi­sti­to all’adozione da par­te di tut­ti i pae­si del­la demo­cra­zia libe­ra­le.  

Ma oggi mol­ti segni ci fan­no pen­sa­re che ciò che ci sci­vo­la tra le mani non è solo il tem­po, ma il sogno di una demo­cra­zia capa­ce di por­ta­re ovun­que per quan­to pos­si­bi­le ugua­glian­za, rispet­to dei dirit­ti, pace. Signi­fi­ca­ti­vo in tal sen­so il fat­to che l’ultimo rap­por­to Free­dom in the World ha denun­cia­to per il tre­di­ce­si­mo anno di fila un decli­no del­la demo­cra­zia e del­la liber­tà a livel­lo globale.

Tor­nan­do a Mora­les: era par­ti­to come rac­co­gli­to­re di coca, uno dei tan­ti, per poi diven­ta­re il pri­mo pre­si­den­te indio del­la Boli­via. Sot­to la sua pre­si­den­za il pae­se ha vis­su­to un lun­go perio­do di rispet­to del­la demo­cra­zia duran­te il qua­le ha cono­sciu­to anche un gran­de svi­lup­po con la cre­sci­ta del PIL e una note­vo­le ridu­zio­ne del­la pover­tà. Per mol­ti ver­si un sogno.

Poi la cri­si, ter­ri­bi­le. Ma per­ché que­sta cri­si del­la demo­cra­zia in Boli­via come altrove? 

Da ogni con­te­sto, in veri­tà, si pos­so­no appren­de­re del­le lezio­ni. Pro­ba­bil­men­te nel caso boli­via­no ha pesa­to un’eccessiva per­ma­nen­za al gover­no di una stes­sa per­so­na, con un pote­re che ha fini­to per esse­re trop­po for­te, incon­trol­la­to, con le ine­vi­ta­bi­li dege­ne­ra­zio­ni (già era sta­to mol­to discu­ti­bi­le che la Cor­te supre­ma aves­se auto­riz­za­to Mora­les a can­di­dar­si anco­ra con­tro il det­ta­to costi­tu­zio­na­le), dege­ne­ra­zio­ni che han­no fini­to per dare spa­zio anche a for­ze non demo­cra­ti­che. Que­sto ci por­ta a riva­lu­ta­re le rego­le che garan­ti­sco­no il bilan­cia­men­to tra i pote­ri e l’alternanza come sal­va­guar­dia del­la democrazia. 

Arti­co­lo di Car­lo Codini. 

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