L’uomo che mise la testa in un acceleratore di particelle

Cosa acca­dreb­be se qual­cu­no venis­se inve­sti­to da un fascio di pro­to­ni accelerati? 

Per quan­to stra­no pos­sa sem­bra­re, a que­sta doman­da esi­ste già una rispo­sta, gra­zie ad un inci­den­te che ha coin­vol­to Ana­to­li Bugor­ski ed un acce­le­ra­to­re di par­ti­cel­le sovie­ti­co.

Ana­to­li Bugor­ski è uno scien­zia­to rus­so, nato nel 1942. Nel 1978, Bugor­ski lavo­ra­va al più gran­de acce­le­ra­to­re di par­ti­cel­le sovie­ti­co dell’epoca, U70 SYNCROTON, situa­to a Prot­vi­no. Il 13 luglio del­lo stes­so anno lo scien­zia­to era alle pre­se con un mal­fun­zio­na­men­to del mec­ca­ni­smo di sicu­rez­za. Ad un cer­to pun­to qual­co­sa andò stor­to ed un fascio di pro­to­ni acce­le­ra­ti gli attra­ver­sò la testa. Un fascio di par­ti­cel­le, con ener­gia cir­ca 400 vol­te mag­gio­re rispet­to a quel­le che ven­go­no usa­te nel­le tera­pie con­tro i tumo­ri, si aprì un var­co nel suo cer­vel­lo. Descri­ven­do l’esperienza Bugor­ski rife­rì di aver visto un inten­so fascio di luce (“brighter than a thou­sand suns”), ma di non aver sen­ti­to alcun dolore.

Gli acce­le­ra­to­ri di par­ti­cel­le si basa­no esat­ta­men­te sul prin­ci­pio che il loro nome sug­ge­ri­sce: spa­ra­no fasci di par­ti­cel­le cari­che — elet­tro­ni o pro­to­ni — a velo­ci­tà mol­to ele­va­te, vici­ne a quel­le del­la luce. Que­sti rag­gi ven­go­no acce­le­ra­ti uti­liz­zan­do cam­pi elet­tri­ci cre­scen­ti e devo­no col­pi­re un osta­co­lo, o un altro rag­gio di par­ti­cel­le, per pro­dur­re una col­li­sio­ne. In que­sto sfor­tu­na­to caso, l’obiettivo che ha osta­co­la­to il rag­gio di pro­to­ni è sta­ta pro­prio la testa del pove­ro scien­zia­to russo.

Pro­to­ni di que­sto gene­re, mol­to ener­ge­ti­ci, pos­so­no alte­ra­re i lega­mi chi­mi­ci del DNA; per que­sto moti­vo esplo­sio­ni come Cher­no­byl e Hiro­shi­ma, che han­no dif­fu­so ener­gia per lun­ghe distan­ze, han­no crea­to dan­ni enor­mi alla salu­te del­le popo­la­zio­ni che vi abitavano.

Bugorski venne attraversato da un fascio di particelle di 2000 Gray.

Il Gray (sim­bo­lo Gy) è l’unità di misu­ra del­la dose assor­bi­ta di radia­zio­ne del Siste­ma Inter­na­zio­na­le. Un’e­spo­si­zio­ne di un gray cor­ri­spon­de ad una radia­zio­ne che depo­si­ta un Jou­le (defi­ni­to come 1 Kg·m ²/s ²) per chi­lo­gram­mo (kg) di mate­ria. Quin­di, per ogni gray che ha col­pi­to lo scien­zia­to, 1 kg di mate­ria (e cioè di tes­su­ti del suo cor­po) ha assor­bi­to un jou­le di energia.

Esi­ste una dose mas­si­ma, dicia­mo con­si­glia­ta, che non biso­gne­reb­be supe­ra­re in caso di inci­den­ti radioat­ti­vi? Sì, una per­so­na qual­sia­si non dovreb­be esse­re col­pi­ta da più di 5 Gy. Bugor­ski, inve­ce, è sta­to sor­pre­so da una quan­ti­tà esor­bi­tan­te di Gray, 400 vol­te la quan­ti­tà “con­si­glia­ta”.

Vie­ne subi­to da pen­sa­re che ora lo scien­zia­to rus­so sia una spe­cie di eroe del­la Mar­vel o che, sem­pli­ce­men­te, Bugor­ski, dopo l’incidente, sia mor­to sul col­po. Nes­su­no dei due casi si è veri­fi­ca­to. Bugor­ski non solo è soprav­vis­su­to — anche se pur­trop­po sen­za diven­ta­re un supe­re­roe — ma si è addi­rit­tu­ra lau­rea­to, ha con­se­gui­to un dot­to­ra­to, si è spo­sa­to ed ha avu­to un figlio. Sem­bra esse­re rima­sto pra­ti­ca­men­te ille­so e, soprat­tut­to, è anco­ra vivo.

Di questa notizia si seppe solo molti anni dopo, a causa della segretezza del regime sovietico e delle regole di riservatezza che impedivano allo scienziato di parlarne.

Il feno­me­no più stra­no che accad­de a Bugor­ski, negli anni seguen­ti l’incidente, fu che la metà del­la sua fac­cia irra­dia­ta, rima­se para­liz­za­ta e fino ad oggi sem­bra esse­re con­ge­la­ta nell’aspetto che ave­va nel 1978.
Per quan­to affa­sci­nan­ti sia­no que­sti even­ti, non dovreb­be­ro esse­re repli­ca­ti: l’imprevedibilità del­le par­ti­cel­le cari­che è esat­ta­men­te il moti­vo per cui il loro stu­dio è al cen­tro del­la fisi­ca moderna.

La doman­da che di con­se­guen­za ora ci ponia­mo però è: potreb­be un acce­le­ra­to­re di par­ti­cel­le in qual­che modo fer­ma­re il pro­ces­so di invec­chia­men­to del­le cel­lu­le umane?

Arti­co­lo di Sara Suffia

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