Muro di Berlino. Il simbolo a trent’anni dalla ricorrenza

Si è con­clu­sa ieri la set­ti­ma­na del festi­val com­me­mo­ra­ti­vo dei tren­t’an­ni dal­la rivo­lu­zio­ne paci­fi­ca che ha visto la cadu­ta del muro di Ber­li­no; dal 4 al 10 novem­bre i Ber­li­ne­si, così come i turi­sti, han­no potu­to assi­ste­re agli even­ti (più di due­cen­to) del pro­gram­ma del festi­val, tra cui pro­ie­zio­ni di arte, con­cer­ti, film, let­tu­re e la memo­ra­bi­le instal­la­zio­ne arti­sti­ca La tua visio­ne in cie­lo sopra Ber­li­no di Patrick Shearn, Poe­tic Kine­tics (in foto).

Ma che cosa ha significato il muro di Berlino per la sua epoca e cosa significa adesso a trent’anni dalla sua caduta? 

Potrem­mo ten­ta­re una rico­stru­zio­ne del sim­bo­lo del muro riper­cor­ren­do i quat­tro famo­si discor­si che i pre­si­den­ti ame­ri­ca­ni Tru­man, Ken­ne­dy, Rea­gan e Oba­ma, han­no tenu­to in occa­sio­ni diver­se ma sem­pre a Ber­li­no. Con i loro spee­ches, infat­ti, sono riu­sci­ti a crea­re dal­le mace­rie di Ber­li­no un sim­bo­lo di liber­tà, dal muro un sim­bo­lo di demo­cra­zia, dal ricor­do del­la sto­ria del­la cit­tà un invi­to ad abbat­te­re tut­ti i muri. 

A metà luglio del 1945, il pre­si­den­te ame­ri­ca­no Tru­man, si recò a Ber­li­no. Sul fron­te occi­den­ta­le la guer­ra era fini­ta da poco, solo l’8 mag­gio; al con­tra­rio sul fron­te orien­ta­le era desti­na­ta a con­ti­nua­re anco­ra un mese. Tru­man ebbe modo di cam­mi­na­re nel­la deva­sta­ta Ber­li­no, sul­le sue cal­ci, sui resti del bom­bar­da­men­to e, di get­to, deci­se di tene­re un discor­so ai sol­da­ti Ame­ri­ca­ni anco­ra pre­sen­ti in cit­tà, ini­zian­do così: “Gene­ral Eise­n­ho­wer, offi­cers and men: this is an histo­ric occa­sion. We have con­clu­si­ve­ly pro­ven that a free peo­ple can suc­ces­sful­ly look after the affairs of the world”. Tali paro­le furo­no desti­na­te a rima­ne­re nel­la sto­ria e a soli­di­fi­car­si, in quan­to con­tri­bui­ro­no alla con­so­li­da­zio­ne dell’idea che l’A­me­ri­ca abbia il com­pi­to e l’onere di por­ta­re la pace nel mon­do, la liber­tà e la democrazia. 

Diciot­to anni dopo, il 26 giu­gno 1963, in Rudol­ph Wil­de Pla­tz davan­ti alla sede del Muni­ci­pio di una Ber­li­no Ove­st che all’alba del 13 ago­sto 1961 si era ritro­va­ta divi­sa dal muro, Ken­ne­dy annul­la la distan­za di appar­te­nen­za ad una cit­tà o nazio­ne in gene­ra­le, ren­den­do il cit­ta­di­no ber­li­ne­se un esem­pio: pro­cla­man­do “Ich bin ein Ber­li­ner” alla cit­ta­di­nan­za ber­li­ne­se non più un sem­pli­ce valo­re civi­co, ma un signi­fi­ca­to di liber­tà e resi­sten­za per la demo­cra­zia. Ken­ne­dy impo­sta tut­to il suo discor­so al fine di crea­re il paral­le­li­smo tra esse­re un cit­ta­di­no di Ber­li­no e moti­vo di van­to; non solo, alla fisi­ci­tà di un muro rispon­de con la crea­zio­ne di un for­te sim­bo­lo, quel­lo del baluar­do del­la resi­sten­za. Ber­li­no da “esem­pio” cita­to diven­ta un “model­lo esem­pla­re” da emu­la­re. La Ber­li­no di cui par­la Ken­ne­dy è resi­sten­za e rassicurazione.

Il 12 giu­gno del 1987, Rea­gan, ven­ti­quat­tro anni dopo la visi­ta di Ken­ne­dy, in uno dei momen­ti più cri­ti­ci del­la guer­ra fred­da, par­la ai Ber­li­ne­si, sia del­la par­te Ove­st che quel­li che ascol­ta­no del­la par­te Est, pres­so la por­ta di Bran­de­bur­go e, amplian­do l’uditorio, par­la anche al pre­si­den­te Gor­bačëv, chie­den­do­gli di abbat­te­re il muro. “The­re is one sign the Sovie­ts can make that would be unmi­sta­ka­ble, that would advan­ce dra­ma­ti­cal­ly the cau­se of free­dom and pea­ce. Gene­ral Secre­ta­ry Gor­ba­chev, if you seek pea­ce, if you seek pro­spe­ri­ty for the Soviet Union and Eastern Euro­pe, if you seek libe­ra­li­za­tion: Come here to this gate! Mr. Gor­ba­chev, open this gate! Mr. Gor­ba­chev, tear down this wall!”

E’ impor­tan­te nota­re che Rea­gan, per comu­ni­ca­re la sua ideo­lo­gia geo­po­li­ti­ca, uti­liz­za il sim­bo­lo del­la divi­sio­ne del­la cit­tà tede­sca, affer­man­do che c’è solo una Ber­li­no. “Behind me, stan­ding befo­re the Bran­den­burg Gate, eve­ry man is a Ger­man, sepa­ra­ted from his fel­low men. Eve­ry man is a Ber­li­ner, for­ced to look upon a scar”. Come Ken­ne­dy ave­va par­la­to di sguar­do, quan­do chie­de­va al cit­ta­di­no mon­dia­le di guar­da­re a Ber­li­no per vede­re il suo corag­gio, così ora Rea­gan si limi­ta alla popo­la­zio­ne di Ber­li­no stes­sa: par­la del corag­gio del­lo sguar­do che i Ber­li­ne­si divi­si devo­no ave­re ogni gior­no nei con­fron­ti del­la feri­ta e del dolo­re. Infi­ne, tra­mi­te le paro­le del pre­si­den­te ame­ri­ca­no, il muro di Ber­li­no si fa anche sim­bo­lo del­la “cor­ti­na di ferro”.

Facen­do un sal­to tem­po­ra­le note­vo­le, Oba­ma, in veste di sena­to­re del­l’Il­li­nois, duran­te la cam­pa­gna elet­to­ra­le del­le pre­si­den­zia­li, il 24 luglio 2008 si pre­sen­ta a Ber­li­no tenen­do il famo­so discor­so “non muri ma pon­ti”. Oba­ma è un rivo­lu­zio­na­rio, cam­bia tut­te le car­te in gio­co: si pre­sen­ta non da pre­si­den­te ame­ri­ca­no (ci tor­ne­rà poi dopo qual­che anno in veste uffi­cia­le); tie­ne il discor­so all’om­bra del­la Colon­na del­la Vit­to­ria; infi­ne, la dif­fi­col­tà più gran­de con cui deve scon­trar­si Oba­ma è quel­la di par­la­re del sim­bo­lo di Ber­li­no una vol­ta che il muro è già crol­la­to. Oba­ma ha di fron­te un “new world”, con sfi­de diver­se e una sto­ria e geo­po­li­ti­ca mon­dia­le varia­ta. Tru­man par­la ai suoi sol­da­ti, Ken­ne­dy alla Ber­li­no Ove­st, Rea­gan ai Tede­schi e ai Sovie­ti­ci, Oba­ma a tut­to il mon­do: l’u­di­to­rio si è fat­to ormai uni­ver­sa­le, il ricor­do del muro di Ber­li­no è atti­vo nel­l’im­ma­gi­na­rio e nel­le coscien­ze dei cit­ta­di­ni di tut­to il mon­do. D’altro can­to, non è un avve­ni­men­to faci­le da dimenticare. 

Oba­ma, allo­ra, par­la del muro non più nel­la sua con­cre­tez­za ma come esem­pio di tut­ti quei muri invi­si­bi­li che ai suoi gior­ni si erge­va­no, muri tra ideo­lo­gie, reli­gio­ni, con­fi­ni, valo­ri, rap­por­ti socia­li. La cadu­ta del muro, dice Oba­ma, è sta­ta un gesto fisi­co ma, pur­trop­po, non anche ideo­lo­gi­co: ha com­por­ta­to una vici­nan­za non con­trol­la­ta, per cui dal­la divi­sio­ne sia­mo arri­va­ti, sen­za gover­na­re le rego­le giu­ste, a una con­nes­sio­ne fin trop­po stret­ta, una inva­sio­ne di spa­zi. Egli par­la di rispet­to di con­fi­ni, e cer­ca di por­re l’at­ten­zio­ne sul fat­to che un pro­ces­so se non si rego­la implo­de nel caos, come il ter­ro­ri­smo o i cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci. “The fall of the Ber­lin Wall brought new hope. But that very clo­se­ness has given rise to new dan­gers – dan­gers that can­not be con­tai­ned within the bor­ders of a coun­try or by the distan­ce of an ocean”

Oba­ma, dopo aver dimo­stra­to quan­to l’a­per­tu­ra, se non con­trol­la­ta, può gene­ra­re caos, affer­ma che si deve lavo­ra­re assie­me a tut­ti i pro­ble­mi attua­li, ci devo­no esse­re dei col­le­ga­men­ti, un reci­pro­co aiu­to. Non muri ma pon­ti. Oba­ma affer­ma che le nazio­ni ten­do­no ad unir­si mol­to spes­so per pau­ra di un nemi­co: il fat­to che ora non ci sono più i car­ri arma­ti sovie­ti­ci che fisi­ca­men­te fan­no pau­ra, non vuol dire che pos­sia­mo per­met­ter­ci di divi­der­ci men­tal­men­te per­ché tale distan­za è for­se anco­ra peg­gio­re. Ber­li­no, come ricor­da Rea­gan e annun­cia Ken­ne­dy, è sim­bo­lo di resi­sten­za men­ta­le allo sfor­zo del dolo­re.“In this new world, such dan­ge­rous cur­ren­ts have swept along faster than our efforts to con­tain them. That is why we can­not afford to be divi­ded. No one nation, no mat­ter how lar­ge or power­ful, can defeat such chal­len­ges alo­ne. None of us can deny the­se threa­ts, or esca­pe respon­si­bi­li­ty in mee­ting them. Yet, in the absen­ce of Soviet tanks and a ter­ri­ble wall, it has beco­me easy to for­get this truth. And if we’re hone­st with each other, we know that some­ti­mes, on both sides of the Atlan­tic, we have drif­ted apart, and for­got­ten our shared destiny”. 

 I Ber­li­ne­si non si sono divi­si men­tal­men­te nean­che con un muro di mez­zo. In que­sto ades­so dob­bia­mo pren­de­re esem­pio da loro, que­sta è la Ber­li­no che ci ha descrit­to il sena­to­re Oba­ma nel 2008 ed è quan­to pos­sia­mo, e dob­bia­mo, anco­ra impa­ra­re dal muro di Berlino.

Con­di­vi­di:
Virginia Presi
Clas­se ’98, lau­rea­ta in Filo­so­fia. Nata in Tosca­na ma col­le­zio­no radi­ci: Tren­to, New York, Mila­no e chis­sà poi. Eter­na­men­te pigra eppu­re sem­pre dina­mi­ca nel pen­sie­ro. Mi spin­go lad­do­ve mi con­du­ce la mia curiosità!

1 Trackback & Pingback

  1. Radici. Il Partito comunista italiano alla prova del 1956 - Vulcano Statale

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.