Stalattiti. Di come il guardare vince sul leggere

Da mol­ti anni, stan­do a quan­to sostie­ne Gio­van­ni Sar­to­ri nel suo libro Homo videns edi­to per Later­za, noi sia­mo i pro­ta­go­ni­sti di una rivo­lu­zio­ne mul­ti­me­dia­le che pre­sen­ta mol­ti aspet­ti, ma un comu­ne deno­mi­na­to­re, ossia il tele-vede­re, che por­ta a un nostro video-vive­re. L’Homo sapiens del­la paro­la scrit­ta vie­ne sosti­tui­to dall’Homo videns, l’uomo dell’immagine, la qua­le ormai sem­bra sop­pian­ta­re la let­tu­ra. Nel­la socie­tà occi­den­ta­le (ma anche asia­ti­ca, Cina in pri­mis) milio­ni di bam­bi­ni cre­sco­no guar­dan­do la TV, ancor pri­ma di impa­ra­re a leg­ge­re e scri­ve­re: sono i video-bam­bi­ni, qua­si una evo­lu­zio­ne bio­lo­gi­ca dell’essere uma­no, un tipo di uomo che vede sen­za capire.

La TV infatti, secondo l’autore, distrugge più sapere di quanto ne trasmetta.

Noi fum­mo clas­si­fi­ca­ti come Homo sapiens da Lin­neo nel 1758 nel suo Siste­ma del­la natu­ra. Fisio­lo­gi­ca­men­te l’Homo sapiens è pres­so­ché ugua­le agli altri pri­ma­ti: non ha attri­bu­ti spe­cia­li. Ciò che ren­de uni­co l’uomo è la sua capa­ci­tà sim­bo­li­ca. Cas­si­rer dice­va che l’uomo è immer­so in signi­fi­ca­ti non solo fisi­co-mate­ria­li, ma anche sim­bo­li­ci, di cose che non si vedo­no ma che lui cono­sce (arte, reli­gio­ne, mito­lo­gia…). È dun­que un ani­mal sym­bo­li­cum. Tut­to il sape­re si fon­da sul lin­guag­gio, ossia la capa­ci­tà di comu­ni­ca­re con suo­ni e segni signi­fi­can­ti, che signi­fi­ca­no qualcosa.Ci sono sia lin­guag­gi ver­ba­li che lin­guag­gi non ver­ba­li (come il lin­guag­gio del cine­ma, del­la radio,dei media…).

Tut­ta­via il vero lin­guag­gio dell’uomo è solo quel­lo ver­ba­le, il lin­guag­gio-paro­la. Così l’uomo oltre che sim­bo­li­co è anche l’unico ani­ma­le par­lan­te, ani­mal loquax, con­ti­nua­men­te in col­lo­quio con se stes­so, e per­ciò è uni­co tra le spe­cie ani­ma­li. Ma anche gli ani­ma­li comu­ni­ca­no e par­la­no. Cer­to, rispon­de Sar­to­ri, ma loro emet­to­no solo dei segna­li vol­ti alla soprav­vi­ven­za fisi­ca. Inol­tre, l’animale ha un lin­guag­gio che non discor­re di se stes­so, inve­ce l’uomo sì; pen­sa, riflet­te, crea una rap­pre­sen­ta­zio­ne di sé. Il lin­guag­gio è lega­to al pen­sa­re, non al vede­re. Anche un cie­co par­la, ma d’altro can­to nean­che i veden­ti vedo­no ciò chepensano.

In effet­ti nes­su­no vede quel­lo che pen­sa. Le civil­tà infat­ti si svi­lup­pa­no con e gra­zie alla scrit­tu­ra, inven­ta­ta cir­ca 5000 anni fa, vale a dire­qual­che secon­do fa secon­do la sca­la geo­lo­gi­ca: da una cul­tu­ra ora­le si è pas­sa­ti alla paro­la scrit­ta. Ma il vero sal­to avvie­ne solo con la stam­pa (XV seco­lo): pri­ma le cul­tu­re era­no tut­te ora­li, e ave­re eleg­ge­re libri era pri­vi­le­gio di pochis­si­mi. Si potreb­be dire che l’Homo sapiens è l’uomo di Guten­berg. Nel 1800 poi nac­que il gior­na­le, o quo­ti­dia­no (stam­pa­to cioè ogni gior­no); in segui­to ven­ne­ro inven­ta­ti tut­ti quei pro­dot­ti comu­ni­ca­ti­vi che annul­la­no le distan­ze (tele­fo­no, radio, inter­net…). La radio è una voce in casa: comu­ni­ca con­cet­ti con le parole.

È l’epoca dell’immediatezza delle comunicazioni.

La vera rot­tu­ra avvie­ne però con la TV, a metà anni ’50. La tele­vi­sio­ne (tele-vede­re, vede­re da lon­ta­no) si fon­da sul­le imma­gi­ni, non più sul­le paro­le. La paro­la diven­ta secon­da­ria, men­tre il tele-viso­re (lo spet­ta­to­re) si fis­sa sul­le imma­gi­ni, dimen­ti­can­do le paro­le. E così assi­stia­mo alla splen­di­da tra­sfor­ma­zio­ne dell’Homo sapiens (del­la paro­la scrit­ta) in Homo videns. Ma men­tre la paro­la scrit­ta ele­va l’uomo sugli altri ani­ma­li (essen­do ani­ma­le sim­bo­li­co), il vede­re le imma­gi­ni lo avvi­ci­na alle sue real­tà ance­stra­li e pri­mi­ti­ve (ani­ma­le­sche). L’avvento del­la stam­pa e del­le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni sono sta­ti salu­ta­ti con entu­sia­smo: era­no i nuo­vi stru­men­ti dell’umanità per dif­fon­de­re cul­tu­ra, infor­ma­zio­ni, idee.

L’autore cri­ti­ca però non­tan­to lo stru­men­to, ma il suo con­te­nu­to. La TV ci fa vede­re tut­to e subi­to, nel­le nostre case, è vero; ma cosa ci fa vede­re? Il pun­to di non ritor­no del­la civil­tà attua­le sta nell’informarsi veden­do. La TV sbi­lan­cia la cul­tu­ra dal­la paro­la scrit­ta o radio­tra­smes­sa all’immagine visua­le e visi­bi­le. Infat­ti se la paro­la si fa capi­re solo se capi­ta, altri­men­ti è un segno qual­sia­si, l’immagine si vede e basta: l’immagine non si vede in cine­se, ara­bo o ingle­se; essa vale sem­pre. Se il video-bim­bo cre­sce in que­sto modo resta sor­do agli sti­mo­li cul­tu­ra­li, alle paro­le scrit­te, ai rac­con­ti let­te­ra­ri: i suoi uni­ci sti­mo­li saran­no audio­vi­si­vi. Da adul­to sarà impo­ve­ri­to e cul­tu­ral­men­te atrofizzato.

Sartori insiste spiegando come non è vero che ogni progresso tecnologico sia davvero un progresso. Dipende cosa intendiamo per progresso.

Pro­gre­di­re può signi­fi­ca­re anda­re avan­ti, ossiaun aumen­to di qual­co­sa. Non è det­to che que­sto aumen­to sia posi­ti­vo (per esem­pio, il tumo­re che­pro­gre­di­sce è un male). Negli stu­di sto­ri­ci, il pro­gres­so è posi­ti­vo, è un miglio­ra­men­to, un aumen­to in meglio, è cre­sci­ta di civil­tà. Ma biso­gna capi­re che un miglio­ra­men­to solo quan­ti­ta­ti­vo non è diper sé un pro­gres­so. È solo un aumen­to di esten­sio­ne, una mag­gio­re gran­dez­za e inclu­sio­ne. Per que­sto un aumen­to quan­ti­ta­ti­vo non miglio­ra nul­la se non è essen­zial­men­te positivo.

Un pro­gres­so qua­li­ta­ti­vo inve­ce, e qui sta la chia­ve di vol­ta, può fare a meno del pro­gres­so quan­ti­ta­ti­vo, ma non vice­ver­sa: la dif­fu­sio­ne in esten­sio­ne di qual­co­sa è posi­ti­va solo se con­tie­ne qual­co­sa di posi­ti­vo. L’Homo sapiens deve tut­to il suo sape­re e il suo pro­gre­di­re alla capa­ci­tà astrat­ti­va, cioè la capa­ci­tà di astra­zio­ne. Le paro­le infat­ti sono sim­bo­li che evo­ca­no altri con­cet­ti non subi­to visi­bi­li. Il nostro appa­ra­to cono­sci­ti­vo e teo­re­ti­co si com­po­ne di paro­le astrat­te che non han­no nes­sun­ri­fe­ri­men­to rea­le, sen­si­bi­le, tan­gi­bi­le; non è tra­du­ci­bi­le in imma­gi­ni. Paro­le come pover­tà, giu­sti­zia, lega­li­tà, liber­tà, nazio­ne, sta­to, sovra­ni­tà, dirit­to e così via sono tut­ti con­cet­ti astrat­ti, con cui però gestia­mo la nostra real­tà socia­le, poli­ti­ca ed economica.

Ragio­nia­mo per con­cet­ti, cioè pen­sia­mo per con­cet­ti, enti­tà invi­si­bi­li e ine­si­sten­ti. Alcu­ne paro­le astrat­te sono tra­du­ci­bi­li in imma­gi­ni, ma esse sono solo sur­ro­ga­ti infe­de­li e impo­ve­ri­ti del con­cet­to ini­zia­le. La disoc­cu­pa­zio­ne è rap­pre­sen­ta­ta dal disoc­cu­pa­to, la feli­ci­tà dal­la fac­cia sor­ri­den­te, e così via, ma que­ste imma­gi­ni non spie­ga­no per­ché esi­sta la disoc­cu­pa­zio­ne o l’intelligenza e come vada usa­ta. Ergo tut­to il sape­re dell’Homo sapiens è rac­chiu­so in un mun­dus intel­li­gi­bi­lis, diver­so dal mun­dus sen­si­bi­lis del­la vita con­cre­ta. La TV però inver­te il pro­ces­so dal sen­si­bi­le all’intelligibile e lo rove­scia nel puro e sem­pli­ce vede­re. La tele­vi­sio­ne pro­du­ce imma­gi­ni ma can­cel­la i con­cet­ti, e con essi, la nostra capa­ci­tà di pen­sa­re (capi­re). La nostra capa­ci­tà astraen­te cioè vie­ne meno.

Così, l’Homo videns usa un lin­guag­gio pove­ro sia di paro­le, nel nume­ro e nel­la ric­chez­za di signi­fi­ca­to, sia di capa­ci­tà con­no­ta­ti­va. La tele­vi­sio­ne eccel­le sicu­ra­men­te in una cosa: intrat­tie­ne, sva­ga, diver­te. Col­ti­va cioè l’Homo ludens. La TV però for­ma e infor­ma con­ti­nua­men­te i bim­bi e gli adul­ti, in pri­mo luo­go dan­do noti­zie di cosa acca­de nel mon­do, qua e là, ma in pri­mo pia­no ci sono le noti­zie poli­ti­che, le infor­ma­zio­ni su come vivia­mo e dove. Per que­sto la video-poli­ti­ca oggi è fon­da­men­ta­le per­chéin­fluen­za l’opinione e i risul­ta­ti elettorali.

La TV induce ad opinare, e induce verso una certa opinione: in effetti la pilota.

Pri­ma, con la paro­la scrit­ta, l’opinione pub­bli­ca si for­ma­va dall’insieme di tan­te opi­nio­ni mes­se acon­fron­to col dia­lo­go, che si pla­sma­va­no a vicen­da, a casca­ta. Col lin­guag­gio l’opinione non èca­la­ta dall’alto, ma costrui­ta insie­me. La TV che sop­pian­ta il discor­re­re col vede­re cam­bia le cose: ora c’è l’autorità dell’immagine; l’autorità nel­la visio­ne stes­sa; l’occhio cre­de in ciò che vede, ergo le cose tra­smes­se in TV sono pre­se per vere, o come se fos­se­ro vere. È una auto­ri­tà cogni­ti­va for­te. La TV non riflet­te l’opinione, la pro­muo­ve e la ispi­ra, mostran­do­la poi di ritor­no agli spet­ta­to­ri. Il fat­to è che ormai oggi, secon­do l’autore, c’è in TV una pro­du­zio­ne pro­li­fi­ca di pseu­do-even­ti, tri­via­li­tà, e cose insi­gni­fi­can­ti che non han­no rea­le neces­si­tà di esse­re conosciute.

L’uomo del­la cul­tu­ra scrit­ta leg­ge­va sui gior­na­li 10 o 15 fat­ti di even­ti signi­fi­ca­ti­vi, nazio­na­li ein­ter­na­zio­na­li. L’uomo del­la cul­tu­ra visua­le vede e sen­te un sac­co di noti­zie, che dopo lo lascia­no con un pugno di mosche cogni­ti­vo: non ha impa­ra­to nul­la; sa qual­co­sa di cui opi­ne­rà, ma tut­to ter­mi­na lì, e il ciclo rico­min­cia. L’immagine è dun­que nemi­ca dell’astrazione: vede­re le noti­zie signi­fi­ca non capir­le e non inte­rio­riz­zar­le. E così gli uomi­ni veden­ti san­no tut­to di nul­la e nul­la di tut­to; non c’è voglia di impa­ra­re o infor­mar­si; non ci si appas­sio­na; non si capi­sco­no le cose e per­tan­to non le si cer­ca­no. Chi non è abi­tua­to al sape­re, non lo cer­che­rà, pro­prio come chi non cono­sce le rego­le degli scac­chi dif­fi­cil­men­te se ne può appassionare.

La stampa scritta alimentava interessi e curiosità che la videopolitica ha spento.

Sar­to­ri in que­sto libro può appa­ri­re (ed è appar­so) anti­po­po­la­re, a trat­ti eli­ti­sta, o ari­sto­cra­ti­co se si vuol uti­liz­za­re spre­gia­ti­va­men­te una paro­la anti­qua­ta. Si pos­so­no non con­di­vi­de­re le sue opi­nio­ni, ma è giu­sto rico­no­scer­gli il fat­to di aver argo­men­ta­to ogni sua posi­zio­ne. Inol­tre, il socio­lo­go non rin­ne­ga stru­men­ti come la tele­vi­sio­ne, ma auspi­ca una sua inte­gra­zio­ne con la cul­tu­ra scrit­ta, in modo da gene­ra­re una cul­tu­ra e una socie­tà anco­ra più poten­ti, ali­men­ta­te dal­la paro­la scrit­ta da un lato e for­ti­fi­ca­te dall’immagine dall’altra.

For­se a vol­te ci si dovreb­be chie­de­re se per costrui­re la pro­pria iden­ti­tà per­so­na­le insie­me agli altri ser­va l’emozione o la ragio­ne. Sar­to­ri dice che con il pathos sol­tan­to non si crea mai nul­la di vera­men­te sta­bi­le; ma con il logos si sono edi­fi­ca­ti leg­gi, cit­tà, sta­ti e impe­ri. Come sem­pre la solu­zio­ne sem­bra sta­re nell’utilizzo equi­li­bra­to di que­ste due facol­tà conoscitive.

Francesco Gallo
Mi arric­cio la bar­ba, affon­do nei pen­sie­ri, a vol­te par­lo con iro­nia. E nel frat­tem­po stu­dio filosofia.
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Mi arriccio la barba, affondo nei pensieri, a volte parlo con ironia. E nel frattempo studio filosofia.

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