The Irishman. La fine di un’epoca?

The Irish­man, dopo aver fat­to incet­ta di suc­ces­si ai vari festi­val da New York a Roma, è usci­to nel­le sale ita­lia­ne per qual­che gior­no e sarà visi­bi­le su Net­flix dal 27 Novem­bre. Ebbe­ne si, pro­prio Scor­se­se che si era per­mes­so di cri­ti­ca­re i film del­la Mar­vel, accu­san­do­li di non esse­re cine­ma, fa pro­dur­re il suo film da Net­flix, che è di fat­to il nemi­co nume­ro uno del gran­de scher­mo; ma a par­te que­sto pic­co­lo pun­to nero, pro­ba­bil­men­te anche mos­sa di mar­ke­ting, il resto è tut­to perfetto. 

Scorsese è riuscito con questo film a portare insieme sul grande schermo Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino per la prima volta, e temiamo sia anche l’ultima. 

Le aspet­ta­ti­ve crea­te­si gra­zie alla pre­sen­za di un cast ecce­zio­na­le, for­se è trop­po pre­sto per dir­lo, ma sem­bra­no esse­re sta­te rispet­ta­te e la sen­sa­zio­ne è quel­la che ci si tro­vi di fron­te ad un capo­la­vo­ro che rac­chiu­de in sé una sum­ma dei con­no­ta­ti del­la fil­mo­gra­fia gang­ster di Scor­se­se.

Il film è trat­to dal roman­zo “I heard you paint Hou­ses” di Char­les Brandt. Trat­to da una sto­ria vera rac­con­ta uno spac­co del­la sto­ria poli­ti­ca ame­ri­ca­na e di uno dei più gran­di miste­ri giu­di­zia­ri anco­ra irri­sol­ti. I fat­ti ci ven­go­no rac­con­ta­ti attra­ver­so la figu­ra di Frank Shee­ran, vete­ra­no del­la secon­da guer­ra mon­dia­le e del­le sue ami­ci­zie con Rus­sel Bufa­li­no, impor­tan­te espo­nen­te di Cosa nostra a New York, e Jim­mi Hof­fa, poten­te sin­da­ca­li­sta di ori­gi­ne irlandese. 

I heard you paint hou­ses veni­va uti­liz­za­to in ger­go per indi­ca­re colo­ro che ucci­de­va­no su com­mis­sio­ne; a spie­gar­ce­lo è un anzia­no Frank Shee­ran, inter­pre­ta­to da un magni­fi­co set­tan­ta­seien­ne Robert de Niro, da una sala di un ospi­zio, che con una cer­ta leg­ge­rez­za e distac­co, sen­sa­zio­ne che ci accom­pa­gna duran­te tut­to il film nono­stan­te i temi trat­ta­ti, ci rac­con­ta le tap­pe del­la sua vita cri­mi­na­le lega­ta a Cosa nostra e al mon­do dei sin­da­ca­ti. Il vete­ra­no irlan­de­se si con­trad­di­stin­gue per la fred­dez­za e il sen­so di apa­tia che lo accom­pa­gna­no duran­te il film; egli non sem­bra pro­va­re nes­sun sen­so di rimor­so o pen­ti­men­to per ciò che com­met­te. Que­sto sen­so di indif­fe­ren­za si evin­ce dal distac­co e dal­la poca pre­sen­za di patos con cui Scor­se­se rap­pre­sen­ta gli omi­ci­di e le sce­ne vio­len­te; carat­te­ri­sti­ca in real­tà pre­sen­te in mol­ti dei gang­ster movie del regi­sta; da Mean stree­ts a The departed.

A lega­re Frank Shee­ran agli ambien­ti del­la mala­vi­ta è la figu­ra di Rus­sel Bufa­li­no, inter­pre­ta­ta da Joe pesci; egli è un impor­tan­te espo­nen­te di Cosa nostra e ha per Frank una pre­di­le­zio­ne con cui instau­ra un’a­mi­ci­zia dura­tu­ra, che ser­vi­rà a que­st’ul­ti­mo per sca­la­re le gerar­chie del­la cri­mi­na­li­tà orga­niz­za­ta e arri­va­re a diven­ta­re guar­da­spal­le del pre­si­den­te del più gran­de sin­da­ca­to di camio­ni­sti in Ame­ri­ca, Jim­mi Hof­fa; Egli era “la secon­da per­so­na più poten­te in ame­ri­ca dopo il pre­si­den­te”, alme­no secon­do Robert Ken­ne­dy, fra­tel­lo di John Fitz­ge­rald, pub­bli­co mini­ste­ro che inten­tò alcu­ne cau­se con­tro di lui. 

Jim­mi è inter­pre­ta­to da Al Paci­no ed è il per­so­nag­gio più istrio­ni­co dei tre pro­ta­go­ni­sti; que­sto aspet­to con­ce­de car­ta bian­ca all’at­to­re ita­lo-ame­ri­ca­no che ci rega­la un’ot­ti­ma per­for­man­ce; pos­sie­de un carat­te­re esplo­si­vo ed impul­si­vo sot­to cui cela una bon­tà di fon­do che si nota nel rap­por­to che strin­ge con Peg­gy, figlia di Frank. Tra i due per­so­nag­gi, che sono uno l’an­ti­te­si del­l’al­tro, si crea un gran­de lega­me pro­fes­sio­na­le che sfo­cia poi in una pro­fon­da ami­ci­zia; sarà poi l’im­pos­si­bi­le con­vi­ven­za di que­sti due aspet­ti a decre­ta­re la fine di uno dei due.

Scorsese, oltre ad un cast eccezionale, riesce a regalarci una pellicola gangster drammatica di pregevole fattura; 

l’i­ro­nia e la leg­ge­rez­za pre­sen­ti in tut­to l’ar­co del film fan­no da con­trac­col­po alla dram­ma­ti­ci­tà dei con­te­nu­ti e ci accom­pa­gna­no per tre ore e tren­ta sen­za mai far­ci anno­ia­re. La ten­sio­ne del­lo spet­ta­to­re potreb­be esse­re rap­pre­sen­ta­ta da una cur­va, che, dopo aver rag­giun­to il pun­to più alto, discen­de assie­me alla vec­chia­ia di Frank, rive­lan­do­ci un vol­to più uma­no, ma comun­que inca­pa­ce di pro­va­re un pen­ti­men­to vero e pro­prio, lascian­do comun­que sul fina­le una “por­ta aper­ta” ad una pos­si­bi­li­tà di reden­zio­ne o ammenda.

I para­go­ni con C’e­ra una vol­ta in Ame­ri­caIl padri­no, oltre ad altri gang­ster movie del regi­sta ita­lo-ame­ri­ca­no ven­go­no da sé; con le dovu­te dif­fe­ren­ze la pel­li­co­la sem­bra rac­chiu­de­re den­tro di sé tut­ti gli espe­dien­ti sti­li­sti­ci e tema­ti­ci tipi­ci del­la fil­mo­gra­fia di Scor­se­se dan­do l’im­pres­sio­ne allo spet­ta­to­re che si trat­ti di una sor­ta di ulti­mo viag­gio che il regi­sta per­cor­re, per lo meno qua­si sicu­ra­men­te con que­sto cast. Infat­ti data l’e­tà degli atto­ri risul­te­rà dif­fi­ci­le un ulte­rio­re col­la­bo­ra­zio­ne tra le par­ti o per lo meno una che sia di livel­lo alme­no pari a que­sta; intan­to De Niro ha fat­to sape­re che non farà più alcun film con Scor­se­se; e dopo 46 anni, era il 1973 quan­do col­la­bo­ra­ro­no per la pri­ma vol­ta ad un film, sareb­be il modo miglio­re per chiu­de­re que­sto soda­li­zio che ha con­trad­di­stin­to la sto­ria del cine­ma hol­li­woo­dia­no e con­ti­nue­rà a farlo. 

Arti­co­lo di Miche­le Campiotti

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