I 10 album più “vulcanici” del decennio

Ecco che siamo giunti alla conclusione di un decennio: ricco di novità e stravolgimenti, da un punto di vista culturale, sociale e politico, e a livello nazionale e globale. 

Non è stato un lavoro facile, ma Noi della redazione di Vulcano Statale abbiamo provato a tirare le fila, stilando delle classifiche di ciò che di “vulcanico” ha segnato questi primi dieci anni del nuovo millennio.


A cura di Lau­ra Colom­bi, Luca Paga­ni, Loren­zo Ros­si e Eli­sa Torello.

Nota: per (alme­no suf­fi­cien­te) com­ple­tez­za abbia­mo cita­to non più di un album per lo stes­so gene­re musi­ca­le, anche se è inne­ga­bi­le che hip hop, trap, elet­tro­ni­ca e indie in gene­ra­le sia­no sta­ti i gene­ri più fer­ti­li di que­sto decen­nio. Per que­sto moti­vo la seguen­te non è da con­si­de­rar­si una clas­si­fi­ca; gli album sono col­lo­ca­ti in ordi­ne cronologico.

My Beautiful Dark Twisted Fantasy (2010) — Kanye West

Arri­va­to a fare i con­ti con il pub­bli­co e con il suo stes­so ego dopo l’incidente con Tay­lor Swift il 13 set­tem­bre 2009 agli Mtv Music Award, Kanye si riti­rò per cir­ca sei mesi in un’isola dell’arcipelago del­le Hawaii a regi­stra­re il suo quin­to album in stu­dio. Il pro­dot­to fina­le di quell’esilio autoim­po­sto è un espe­ri­men­to di 13 trac­ce del­la dura­ta cir­ca di 70 minu­ti, che vede pro­ta­go­ni­sti nume­ro­si arti­sti, pro­du­zio­ni subli­mi, cam­pio­na­men­ti e temi che han­no defi­ni­to l’identità arti­sti­ca di uno dei più gran­di arti­sti musi­ca­li del­la sto­ria recente.

Can­zo­ni come Runa­way (magi­ca n.d.r.), All of the lights, Who will sur­vi­ve in Ame­ri­caLost in the world met­to­no a nudo quell’arti­sta che trop­pe vol­te ha gio­ca­to ad esse­re Dio, davan­ti agli occhi e alle tele­ca­me­re di una spre­giu­di­ca­ta indu­stria inte­res­sa­ta solo all’idea del pote­re e del­la fama, sen­za tene­re in mini­ma con­si­de­ra­zio­ne la sta­bi­li­tà men­ta­le ed emo­ti­va dei suoi idoli. 

Cosmogramma (2010) — Flying Lotus

Pro­ni­po­te di Col­tra­ne, appas­sio­na­to di vini­li sin da pic­co­lo e un chia­ro talen­to intro­du­co­no l’autore di Cosmo­gram­ma, album del 2010, frut­to dell’unione di elet­tro­ni­ca spe­ri­men­ta­le, jazz e hip hop. La black music e il jazz infat­ti sono da sem­pre chia­re influen­ze nel­la musi­ca di Fly­ing Lotus, Fly­Lo per gli ami­ci e se vi pia­ce il gene­re vor­re­te sicu­ra­men­te diventarlo. 

Ste­ven Elli­son, clas­se ’83, è un vero e pro­prio mago del­la pro­du­zio­ne, capa­ce di crea­re lavo­ri com­ple­ta­men­te diver­si tra loro, sia tra i vari album, che addi­rit­tu­ra tra le stes­se can­zo­ni dei suoi progetti. 

Cosmo­gram­ma è un viag­gio tra i suo­ni del cosmo, al timo­ne dell’astronave Elli­son fa il favo­re di tra­spor­tar­ci nel­la sua men­te, tra espe­ri­men­ti e illu­sio­ni sono­re che solo lui sa estricare.

Il Sorprendente Album D’Esordio de I Cani (2011) — I Cani

Que­sto album di Nic­co­lò Con­tes­sa, padre del pro­get­to (I Cani sono una one man band), ha dato il via al secon­do gene­re di mag­gior suc­ces­so del­la deca­de in Ita­lia, ovve­ro il pop/rock indi­pen­den­te. Intri­gan­te sia dal pun­to di vista con­te­nu­ti­sti­co sia del­le pro­du­zio­ni, l’Esordio ripren­de la clas­si­ca tra­di­zio­ne post­punk bri­tan­ni­ca e la ripro­po­ne in chia­ve ita­lia­na. Un lavo­ro che non spic­ca per ori­gi­na­li­tà (basti pen­sa­re alla simi­le visio­ne dis­sa­cran­te del mon­do già pre­sen­te nel pop-punk ita­lia­no degli anni ‘90, quel­lo dei Pro­zac+ per inten­der­ci), ma per­fet­ta­men­te cura­to ed estre­ma­men­te con­cre­to e cre­di­bi­le ver­so ciò che rac­con­ta, tra l’al­tro dosan­do per­fet­ta­men­te sia la rit­mi­ca che la satu­ra­zio­ne del suo­no tra un bra­no e l’al­tro a secon­da di ciò che si sta descrivendo.

Black tarantella (2012) — Enzo Avitabile

È un album note­vo­le anche solo per le col­la­bo­ra­zio­ni con mol­tis­si­mi e diver­si musi­ci­sti e can­tan­ti, tra i qua­li Pino Danie­le, Raiz, Fran­ce­sco Guc­ci­ni, Daby Tou­ré, Fran­co Bat­tia­to e Mau­ro Paga­ni. Il pun­to di vista cora­le fa sì che que­sto lavo­ro di Avi­ta­bi­le inter­pre­ti come pochi altri i dram­mi dei nostri tem­pi e (citan­do un altro suo bra­no) il corag­gio di ogni gior­no di chi, que­sti dram­mi, si ritro­va a viver­li. In effet­ti, il tito­lo allu­de alla dif­fi­col­tà del­la vita quo­ti­dia­na (in Meri­dio­ne si dice “la vita è una taran­tel­la” e anche l’i­ta­lia­no usa “la vedo nera” pro­prio con que­sta acce­zio­ne, n.d.r.). E’ anco­ra tiem­po, in duo con Pino Danie­le, riflet­te pro­prio que­sto male di vive­re.  Tut­ta­via sem­bra­no pre­va­le­re i mes­sag­gi posi­ti­vi: di spe­ran­za in un nuo­vo e miglio­re avve­ni­re Mane e Mane (mano nel­la mano, n.d.r.), di tol­le­ran­za e aper­tu­ra tra gli uomi­ni nel­la rie­di­ta Soul Express (1986), can­zo­ne-mani­fe­sto dell’artista. 

AM (2013) – Arctic Monkeys 


Quin­to album del­la band indie rock ingle­se, AM con 157mila copie ven­du­te nel­la pri­ma set­ti­ma­na è diven­ta­to uno degli album più di suc­ces­so degli Arc­tic Mon­keys. Uno dei trat­ti distin­ti­vi del­la band è quel­lo di esse­re riu­sci­ti in ogni album a spa­zia­re attra­ver­so sti­li diver­si tra loro. In AM si con­den­sa­no più gene­ri musi­ca­li: dal rock psi­che­de­li­co al R&B, soul e hip-hop. Tur­ner stes­so ha par­la­to di influen­ze di Black Sab­bath, Cap­tain Beyond e Groun­d­hogs, ma anche Out­ca­st e Aaliyah. Il grup­po ha anche uti­liz­za­to stru­men­ti nuo­vi come pia­no, cele­sta, Gui­ta­ret e drum machi­ne, con un orien­ta­men­to più elettronico.

Sicu­ra­men­te i suo­ni ener­gi­ci e instan­ca­bi­li di chi­tar­re e bat­te­ria sono fon­da­men­ta­li nel fasci­no eser­ci­ta­to dagli Arc­tic Mon­keys, ma sono i testi di Alex Tur­ner ad aver reso la band uni­ca. Le 12 trac­ce che com­pon­go­no l’album sono sto­rie di not­ta­te avven­tu­ro­se ma anche di lamen­ti malin­co­ni­ci, ma soprat­tut­to sono i bra­ni che han­no fat­to cono­sce­re gli Arc­tic Mon­keys al gran­de pub­bli­co, sen­za per que­sto rinun­cia­re alla qua­li­tà che ha sem­pre con­trad­di­stin­to i loro dischi.

Random Access Memory (2013) — Daft Punk

Dopo otto anni dal­l’ul­ti­mo album in stu­dio, il duo fran­ce­se ci rega­la un vero e pro­prio viag­gio nel mon­do dei ricor­di. RAM si distin­gue soprat­tut­to per la sua gran­de cari­ca emo­zio­na­le, si potreb­be osa­re dire, all’in­se­gna del­l’au­ten­ti­ci­tà. È for­se per que­sto che i Daft Punk ricer­ca­no una for­te pre­sen­za stru­men­ta­le, soprat­tut­to nei moti­vi funk del­le chi­tar­re, in con­tro­ten­den­za sia con i lavo­ri pre­ce­den­ti che con la sce­na dance.

Anche per que­sti moti­vi è sta­to defi­ni­to il disco “meno bal­la­bi­le” del duo, ma non dimen­ti­chia­mo­ci che il suo bra­no di mag­gior suc­ces­so, Get Luc­ky, costrin­ge a muo­ver­si a rit­mo l’a­scol­ta­to­re più impas­si­bi­le (così come Lose your­self to music o Movin’ it right).

Periphery (2015) — Juggernaut Alpha/Omega


Si potreb­be azzar­da­re a dire che sia una del­le ope­re più rivo­lu­zio­na­rie del metal moder­no, spe­cial­men­te di que­sto decen­nio. Si trat­ta di un dop­pio album con­cet­tua­le, una sto­ria basa­ta sul­la per­di­zio­ne, sul­l’o­dio e la rab­bia.
La band, espo­nen­te di spic­co del Djent, sot­to­ge­ne­re del pro­gres­si­ve metal, rein­ter­pre­ta e rac­chiu­de, nel loro sti­le, l’e­vo­lu­zio­ne che il metal ha avu­to dagli anni ’90 ad oggi. L’a­bi­li­tà di stru­men­ti e voce si mani­fe­sta in manie­ra impec­ca­bi­le in ogni bra­no, offren­do esem­pi di capa­ci­tà com­po­si­ti­va eccellenti. 

Nel­la pri­ma par­te, Alpha, due bra­ni degni di nota sono Rain­bow Gra­vi­tyPsy­cho­sphe­re; nel­la secon­da, The Bad Thing e l’o­mo­ni­mo Ome­ga. Que­st’ul­ti­mo, nei suoi 12 minu­ti, a livel­lo com­po­si­ti­vo è pro­ba­bil­men­te uno dei bra­ni miglio­ri non solo del­la band ma del sottogenere.

“Awaken My Love!” (2016) — Childish Gambino

È estre­ma­men­te faci­le riflet­te­re e com­men­ta­re l’estro arti­sti­co di Chil­dish Gam­bi­no, pseu­do­ni­mo di Donald Glo­ver, ragaz­zo clas­se ’83 nato a Los Ange­les. Atto­re, comi­co, sce­neg­gia­to­re e soprat­tut­to musi­ci­sta è sta­to una del­le mag­gio­ri rive­la­zio­ni del decen­nio. Il suo ter­zo album in stu­dio, “Awa­ken My Love!” usci­to nel 2016 dopo i due album rap pre­ce­den­ti, è un pro­get­to dif­fi­ci­le da cata­lo­ga­re. Le pro­du­zio­ni, com­po­ste dal­lo stes­so Glo­ver e dal pro­dut­to­re Lud­wig Görans­son, sono per­le di rara bel­lez­za con costru­zio­ni strut­tu­ra­te nel miglio­re dei modi che striz­za­no l’occhio a diver­si gene­ri tra cui soul, R&B e rock psichedelico. 

La voce si dimo­stra esse­re cosa viva tra le mani di Gam­bi­no, pron­ta ad esse­re model­la­ta a secon­da del bra­no da per­for­ma­re. Tut­to ciò ha l’obiettivo di crea­re atmo­sfe­re e situa­zio­ni che vivo­no tra pas­sa­to e futu­ro, evo­ca­ti­va­men­te sin­te­tiz­za­te nel­la cover dell’album: una revi­sio­ne in chia­ve moder­na del­la cover di Mag­got Brain dei Funkadelic.

Fear Inoculum (2019) — Tool 

Dopo 13 anni di assen­za, il 2019 segna il ritor­no del­la band che ha rila­scia­to nel decen­nio scor­so capo­la­vo­ri come 10,000 Days Late­ra­lus.
I Tool in que­sto album sem­bra­no con­den­sa­re sti­li ed evo­lu­zio­ni del gene­re pro­gres­si­ve di que­sto decen­nio. In tut­te le 6 trac­ce di oltre 10 minu­ti, alter­na­te dai 4 inter­mez­zi mol­to più bre­vi, spa­zia­no da momen­ti più “ambient”, ose­rei dire “oni­ri­ci”, a rit­mi di chi­tar­ra accat­ti­van­ti con tem­pi metri­ci com­ples­si, il tut­to con­di­to dal­la voce di May­nard. Invin­ci­ble è la trac­cia che mostra di più que­sto approc­cio. Gli inter­mez­zi dan­no inve­ce un’i­dea di musi­ca spe­ri­men­ta­le, come la bat­te­ria mista a musi­ca elet­tro­ni­ca di Cho­co­la­te Chip Trip.

C’è però da esse­re obiet­ti­vi: pur essen­do un album mol­to vali­do, si tro­va ben al di sot­to degli stan­dard dei pre­ce­den­ti lavo­ri dei Tool. Tut­ta­via, il disco chiu­de il decen­nio in manie­ra più che posi­ti­va per il pro­gres­si­ve rock.

Norman F‑cking Rockwell (2019) — Lana Del Rey 


A due anni dall’ultimo album Lana Del Rey ritor­na sul­la sce­na musi­ca­le con Nor­man Fuc­king Roc­k­well, che la con­sa­cra come una del­le miglio­ri can­tau­tri­ci di sem­pre.

E’ dif­fi­ci­le inqua­dra­re l’album in un gene­re pre­ci­so, ma sicu­ra­men­te par­la­re di pop sareb­be ridut­ti­vo. In NFR Lana Del Rey mischia soft rock a ele­men­ti di trip hop e folk rock. Non man­ca­no anche le influen­ze del rock anni ’70, d’altronde già intui­bi­li dal rife­ri­men­to nel tito­lo e nell’immagine di coper­ti­na a Nor­man Roc­k­well, pit­to­re e illu­stra­to­re che pro­prio in que­gli anni ha defi­ni­to il “rea­li­smo romantico”. 

Con que­sto album la can­tan­te new­yor­ke­se giun­ge a una pie­na matu­ri­tà arti­sti­ca, gra­zie al pote­re evo­ca­ti­vo di musi­ca e testi e a una scrit­tu­ra deci­sa, in gra­do di far­si por­ta­vo­ce di una gene­ra­zio­ne sfi­du­cia­ta. Pro­prio la trac­cia con­clu­si­va, la bal­la­ta al pia­no­for­te Hope Is a Dan­ge­rous Thing for a Woman like Me to Have – but I Have It, sem­bra esse­re una sor­ta di epi­taf­fio del sogno americano.

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