Macbettu, per un teatro povero ma vero

Dall’11 al 14 dicem­bre è tor­na­to in sce­na per la sua due­cen­te­si­ma repli­ca alla Trien­na­le di Mila­no “Mac­bet­tu, l’audace rivi­si­ta­zio­ne in sar­do di uno dei mas­si­mi capo­la­vo­ri shakespeariani.

Ales­san­dro Ser­ra, regi­sta del­lo spet­ta­co­lo e atto­re, e il suo cast – com­po­sto da soli uomi­ni, come si usa­va al tem­po di Sha­ke­spea­re –, sono redu­ci da una tour­née che li ha visti cal­ca­re i pal­chi dei tea­tri di tut­to il mon­do, dal­la Geor­gia all’Argentina al Giappone.

Qual è il segreto di un tale successo? 

Quel­lo che Ser­ra ha mes­so in sce­na è uno spet­ta­co­lo che sfrut­ta a pie­no tut­te le poten­zia­li­tà e l’efficacia del­la comu­ni­ca­zio­ne tea­tra­le, destan­do tan­te doman­de nel pub­bli­co, rega­lan­do emo­zio­ni for­ti ma soprat­tut­to lascian­do asso­pi­re den­tro ogni sin­go­lo spet­ta­to­re il lume del giudizio. 

Egli viene portato in un mondo oscuro e parallelo, dominato dalle sue regole, dove tutto è possibile e dove gli elementi soprannaturali, simbolici e gestuali si inseriscono in maniera magicamente realistica. 

Biso­gna aggiun­ge­re che tut­to ciò è avve­nu­to in una sce­na pra­ti­ca­men­te spo­glia e ari­da come il ter­ri­to­rio sar­do, e con la scel­ta di pochi ogget­ti che ave­va­no di con­tro una for­te impor­tan­za sim­bo­li­ca, qua­si ele­men­ti aggiun­ti del cast.

Com­pli­ce di que­sta atmo­sfe­ra è la bra­vu­ra e la pre­pa­ra­zio­ne sia fisi­ca sia coor­di­na­ti­va del cast, che insie­me a un accu­ra­to uti­liz­zo dell’illuminazione ha crea­to imma­gi­ni, momen­ti e, in gene­ra­le, sce­ne mozzafiato.

Un esem­pio è il momen­to in cui Lady Mac­beth fa ubria­ca­re ecces­si­va­men­te i sol­da­ti del­la guar­dia rea­le per age­vo­la­re l’uccisione del re Mal­colm a ope­ra di suo mari­to. Nel­la mes­sa in sce­na il tut­to vie­ne reso attra­ver­so l’utilizzo di una cio­to­la per cani riem­pi­ta di vino da Lady Mac­beth, e da lei appog­gia­ta per ter­ra. Appe­na la cio­to­la toc­ca il suo­lo, dal­le quin­te entra­no, con movi­men­ti disu­ma­ni e una velo­ci­tà spiaz­zan­te, a quat­tro zam­pe, le guar­die che con movi­men­ti cani­ni lot­ta­no spie­ta­ta­men­te tra loro per poter bere dal­la cio­to­la. Sem­bra di assi­ste­re let­te­ral­men­te a una lot­ta clan­de­sti­na tra bestie.

È significativo l’impatto che una scena costruita in tal modo ha sugli spettatori, soprattutto se consideriamo che questa azione è accompagnata dall’utilizzo di una luce bianca a intermittenza durante tutta la rappresentazione.

Per cita­re un altro esem­pio: è mol­to poe­ti­ca e inci­si­va l’immagine scel­ta per l’uccisione di Ban­quo. In sce­na Mac­beth reci­ta il mono­lo­go in cui deci­de di ammaz­za­re il suo ami­co e, subi­to dopo, un uomo trai­na den­tro la sce­na un cada­ve­re, quel­lo di Ban­quo, e lo por­ta in pro­sce­nio. A quel pun­to pren­de una pie­tra e la alza sopra la testa del mor­to crean­do suspen­se nel pub­bli­co, in quel momen­to fiu­ta il peri­co­lo e l’orrore del­la cadu­ta di quel mas­so sul­la testa del per­so­nag­gio. Mac­beth ince­de anche lui ver­so il pro­sce­nio, con riso­lu­ta len­tez­za, e sot­trae la pie­tra dal­le mani dell’uomo in pie­di, per poi ritor­na­re ver­so la sua sedia, sim­bo­lo del tro­no, il potere.

In tut­to lo spet­ta­co­lo il rit­mo è per­fet­to, avvol­gen­te e for­se il vero segre­to che ha per­mes­so un viag­gio così inten­so allo spet­ta­to­re nell’antico mon­do scozzese.

Il mon­tag­gio potrem­mo defi­nir­lo invi­si­bi­le, tut­to par­te dal­la stes­sa sce­na e non c’è un secon­do di vuo­to. C’è sem­pre un movi­men­to – sia fisi­co (degli atto­ri), sia udi­ti­vo, sia di un ogget­to – a car­pi­re l’attenzione del pub­bli­co sen­za dar­gli mai la pos­si­bi­li­tà di ritor­na­re nel mon­do reale.

Lo stu­dio fisi­co ope­ra­to dagli atto­ri, ben apprez­za­bi­le nel­le varie e sor­pren­den­ti qua­li­tà voca­li che si per­ce­pi­sco­no, ci por­ta lon­ta­no da imma­gi­ni a noi fami­lia­ri e ci per­met­te di sco­pri­re nuo­ve pos­si­bi­li­tà espres­si­ve del­la comu­ni­ca­zio­ne cor­po­rea, e quin­di umana.

Emble­ma di que­sta ricer­ca fisi­ca è la rap­pre­sen­ta­zio­ne del­le tre stre­ghe che, para­dos­sal­men­te, nono­stan­te la loro respon­sa­bi­li­tà mali­gna nel dram­ma e la loro tra­di­zio­na­le aurea di ter­ro­re, costi­tui­sco­no l’elemento comi­co del­la mes­sa in sce­na e un momen­to di respi­ro per gli spettatori.

Con un costu­me mol­to simi­le a quel­lo tra­di­zio­na­le del­le befa­ne, le tre stre­ghe sono carat­te­riz­za­te fisi­ca­men­te da una cam­mi­na­ta costrui­ta attra­ver­so l’incidere velo­cis­si­mo dei pie­di, che mai si stac­ca­va­no da ter­ra, e una gob­ba che ren­de la voce mol­to inna­tu­ra­le. Il loro elo­quio è carat­te­riz­za­to da un inces­san­te vocia­re immo­ti­va­to e con­ti­nuo, così come immo­ti­va­te sono le gag diver­ten­ti che met­to­no in scena.

Ed è proprio questa divertente, buffa e quasi stupida insensatezza della loro crudeltà, a invadere il pensiero dello spettatore quando, una volta finito lo spettacolo, ci ritornerà con la mente.

Un’ultima paro­la biso­gna spen­der­la per la lin­gua: il dia­let­to sar­do, scel­ta auda­ce e signi­fi­ca­ti­va. Sen­za l’ausilio dei sot­to­ti­to­li diven­ta dif­fi­ci­le la com­pren­sio­ne per un non sar­do. Ma pro­prio que­sta dif­fi­col­tà for­se por­ta a chie­der­si: quan­to la paro­la è dav­ve­ro impor­tan­te a teatro? 

Que­sto spet­ta­co­lo ha mes­so in sce­na qual­co­sa di mol­to più pro­fon­do. Ha mes­so in sce­na movi­men­ti, suo­ni, che descri­vo­no le nostre radi­ci più pro­fon­de e ignote. 

Ha ricercato una dimensione primitiva che ha permesso un’intelligibilità e un’universalità dimostrate dall’enorme successo e dalla tournée.

In un cast com­po­sto solo da atto­ri sar­di, qua­le stru­men­to può esse­re miglio­re se non la pro­pria lin­gua nati­va per inda­ga­re que­sta com­po­nen­te irra­zio­na­le eppu­re così importante?

La musi­ca­li­tà di que­sto lin­guag­gio non è da capi­re, ma è da vive­re. Non par­la alla men­te, ma al cuore.

Arti­co­lo di Simo­ne Muciaccia.

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