Aeham Ahmad: il Leggendario pianista di Yarmuk

“Music for hope” è il tito­lo del pri­mo album del pia­ni­sta siria­no Aeham Ahmad usci­to nel 2016. 

Ha fat­to il giro del mon­do l’i­co­ni­ca imma­gi­ne dell’artista sedu­to al suo pia­no­for­te nel­le stra­de deso­la­te di Yar­muk duran­te la guer­ra siria­na ini­zia­ta nel 2011, diven­tan­do un sim­bo­lo di resi­sten­za pacifica.

Il cam­po pro­fu­ghi di Yar­muk, col­lo­ca­to 8 km a sud dal cen­tro di Dama­sco, vie­ne fon­da­to nel 1957 dal­le auto­ri­tà siria­ne, cam­po non uffi­cia­le desti­na­to all’accoglienza dei pale­sti­ne­si in fuga dal­le loro ter­re dopo la crea­zio­ne del­lo sta­to di Israe­le nel 1948. Diven­ta pre­sto uno dei più popo­lo­si del Medio Orien­te, tan­to da arri­va­re a con­ta­re 150mila abi­tan­ti pri­ma del scop­pio del con­flit­to siria­no, duran­te il qua­le, nel 2012, si tra­sfor­ma in ter­re­no di guer­ra, iden­ti­fi­ca­to come base idea­le da Al Quae­da per lan­cia­re un attac­co alla capi­ta­le siriana.

É in questo contesto che si inserisce la storia di Aeham Ahamd. Il “pianista leggendario” nasce a Damasco nel 1988, appartenente alla minoranza palestinese presente in Siria. 

Ini­zia a suo­na­re all’età di cin­que anni, iscri­ven­do­si poi al Con­ser­va­to­rio ara­bo per un decen­nio di musi­ca clas­si­ca. Restio ini­zial­men­te ad appli­car­si in que­sta disci­pli­na, vie­ne spin­to dal padre a col­ti­va­re il suo talen­to musicale.

All’inizio del con­flit­to Aeham abban­do­na il suo pia­no­for­te per due anni per­ché non com­pren­de come la sua arte pos­sa con­tri­bui­re a sal­va­re la situa­zio­ne di segre­ga­zio­ne in cui vivo­no le 18mila ani­me rima­ste seque­stra­te nel­la cit­tà accer­chia­ta dall’esercito siria­no e dal­le fazio­ni di jihadisti.

“Tut­te le per­so­ne care che riem­pi­va­no le vie col loro gio­io­so fra­stuo­no se n’e­ra­no andate” 

Ed è pro­prio per far fron­te alla dispe­ra­zio­ne che strin­ge in una mor­sa il cam­po di Yar­muk che Aheam rin­co­min­cia a suo­na­re. Ogni gior­no, duran­te le pau­se dei bom­bar­da­men­ti, cari­ca il suo pia­no­for­te sul car­ret­to da frut­ti­ven­do­lo di suo zio por­tan­do­lo tra le stra­de deso­la­te del cam­po e suo­na­per intrat­te­ne­re gli abi­tan­ti rima­sti, sfi­dan­do il pote­re degli jiha­di­sti nono­stan­te le minac­ce e il peri­co­lo che incom­be su ogni atto di ribel­lio­ne. Suo­na per alle­via­re gli ani­mi, per man­te­ne­re viva quel­la spe­ran­za che cam­peg­gia nel tito­lo del suo pri­mo album. 

«Non era peri­co­lo­so suo­na­re, era la vita comun­que a esse­re peri­co­lo­sa lì»

Un’affermazione sem­pli­ce e debi­li­tan­te allo stes­so momen­to, da cui tra­spa­re la real­tà del­le esi­sten­ze con­dot­te in una situa­zio­ne di oppres­sio­ne e violenza. 

I video di que­sto pia­ni­sta attor­nia­to da nugo­li di bam­bi­ni diven­ta­no vira­li e Aheam rag­giun­ge così uno dei suoi obiet­ti­vi: man­te­ne­re alta l’attenzione mon­dia­le sul con­flit­to, per mostra­re la situa­zio­ne dei civi­li coinvolti. 

“Que­sto è il mio mes­sag­gio: ricor­dar­vi di que­ste per­so­ne e far si che il mon­do ne pren­da con­sa­pe­vo­lez­za di nuovo”.

La sua sto­ria ha una svol­ta nel 2015 quan­do i mili­tan­ti dell’Is gli bru­cia­no il pia­no­for­te. Deci­de così di intra­pren­de­re il viag­gio che a miglia­ia han­no com­piu­to pri­ma di lui, un vero e pro­prio eso­do per allon­ta­nar­si da quel­la ter­ra mar­to­ria­ta, cam­mi­nan­do per 2500 km ver­so l’Europa. Un allon­ta­na­men­to costret­to, non volu­to. Arri­va in Ger­ma­nia, non per un moti­vo par­ti­co­la­re, ma per­ché “la cor­ren­te por­ta­va lì”.

Le sue note “gesta” lo por­ta­no ad esi­bir­si per la pri­ma vol­ta davan­ti a 65mila per­so­ne e i con­cer­ti che fa in segui­to gli per­met­to­no di far­si rag­giun­ge­re dal­la moglie e i figli. Oggi vive nel­la cit­ta­di­na tede­sca di Wiesbaden. 

È una storia a lieto fine la sua, eppure Aeham Ahmad dice di non essere stato felice un giorno dal momento in cui è stato costretto a lasciare Yarmuk. Sentiva che la sua musica, suonata per le strade, suonata per pochi, suonata nella distruzione, aveva uno scopo.

«Non mi pia­ce esse­re una sto­ria, capi­sco che la mia imma­gi­ne tra le mace­rie sia poten­te, ma sono stan­co. La veri­tà è che ho 31 anni ma me ne sen­to 70, la guer­ra ti invec­chia, quan­do vedi gen­te mori­re in modi tre­men­di e inu­ma­ni, avre­sti solo biso­gno di qual­cu­no che ti can­cel­la i ricor­di dal­la mente».

L’uccisione di una ragaz­za davan­ti ai suoi occhi, la pre­oc­cu­pa­zio­ne per il fra­tel­lo pri­gio­nie­ro nel­le car­ce­ri siria­ne, la mor­te del foto­gra­fo del suo scat­to emble­ma­ti­co ren­do­no pesan­ti tut­ti i ricor­di che que­sto arti­sta si por­ta appres­so. Ma è tut­to que­sto che ogni gior­no lo spin­ge a suo­na­re, ad esi­bir­si. Si chie­de per anni a cosa pos­sa­no ser­vi­re Mozart, Bee­tho­ven, Caj­ko­v­skij in un cam­po di rifu­gia­ti popo­la­to da 700mila per­so­ne, fino a che non si ren­de con­to che la musi­ca, al pari del­la poli­ti­ca, del­la leg­ge, del­la medi­ca, costi­tui­sce un poten­te pun­to di con­tat­to tra cul­tu­re lon­ta­ne, uno stru­men­to di con­di­vi­sio­ne e dia­lo­go ma, soprat­tut­to, crea una fine­stra per il mon­do su una dram­ma­ti­ca real­tà che in mol­ti vivo­no anco­ra. Ed è così che rac­con­ta la sua sto­ria nei tour in giro per l’Europa e nei suoi album. Suo­na­no cal­zan­ti per la figu­ra di que­sto arti­sta i ver­si dedi­ca­ti­gli dal­la poe­tes­sa liba­ne­se Zei­na Hashem Beck:

“Suo­na­ci una musi­ca che par­li di bri­cio­le di pane, uomo tri­ste, suo­na­ci una nota per il son­no, un’al­tra per gli uccel­li­ni degli albe­ri man­gia­ti dai bam­bi­ni per fame… Qui non ci sono sale da con­cer­ti, solo dita inti­riz­zi­te, cani sche­le­tri­ci. Per­ciò inven­ta un’al­le­gra can­zo­ne ara­ba, affin­ché pos­sia­mo mori­re, come gli uccel­li­ni che abbia­mo man­gia­to, can­tan­do, cantando”.

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Arianna Locatelli
Da pic­co­la cer­ca­vo l’origine del mio nome per­ché mi affa­sci­na­va la sto­ria che c’era die­tro. Anco­ra oggi mi pia­ce cono­sce­re e sco­pri­re sto­rie di cui poi rac­con­to e scri­vo. Intan­to cor­ro, bevo caf­fè e pia­ni­fi­co viaggi.

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