Forse il coraggio non salverà le progressiste

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Nel­la coa­li­zio­ne di cen­tro-sini­stra alle regio­na­li emi­lia­ne, la lista “Emi­lia Roma­gna Corag­gio­sa” ha il com­pi­to di fare da peso a sini­stra. Vie­ne capi­ta­na­ta da Elly Schlein, ex par­la­men­ta­re euro­pea dal­lo spic­ca­to pedi­gree pro­gres­si­sta: figlia di docen­ti uni­ver­si­ta­ri, si lau­rea all’Alma Mater in Giu­ri­spru­den­za e por­ta avan­ti una car­rie­ra poli­ti­ca fat­ta di impe­gno ed isti­tu­zio­ni, pri­ma con il PD e poi con Possibile.

Schlein ha orga­niz­za­to, ver­so il voto, un sim­po­sio di “Don­ne Corag­gio­se”: pre­sen­ti Miche­la Mur­gia, Anna Fal­co­ne ed altre note per il pro­prio impe­gno pro­gres­si­sta, cioè un incon­tro coe­ren­te con il leit­mo­tiv del­la sua cam­pa­gna elettorale.

L’esperienza di Schlein, della sua lista e del movimento d’opinione poggia sulla lettura progressista di una società delle eque opportunità, dove il fuoco del futuro brilla anche quando tutto è buio.

Un fuo­co fat­to di eco­lo­gia, egua­glian­za di gene­re e di dirit­ti sul lavo­ro (que­sti a dire la veri­tà un po’ vaghi), pro­ces­si deci­sio­na­li demo­cra­ti­ci e costru­zio­ne euro­pea. Que­sta nar­ra­zio­ne pog­gia costan­te­men­te sull’esem­pio di oltre­ma­re, spes­so con­trap­po­sto ad un pre­sen­te depri­men­te nel Bel­pae­se: ven­go­no così elet­te a testi­mo­nial la pri­ma mini­stra fin­lan­de­se Marin, le par­la­men­ta­ri dei DSA, Mala­la e i ragaz­zi di Hong Kong.

Quel­lo che è dipin­to come un vero e pro­prio scon­tro di civil­tà sem­bra ave­re come vin­ci­to­re pre­de­sti­na­to il bene. Ma allo­ra, per­ché la sto­ria sem­bra ave­re deci­so di anda­re in un’altra direzione?

La prin­ci­pa­le fal­la nel discor­so pro­gres­si­sta sta nel fat­to che il suc­ces­so ed il corag­gio, per quan­to con­tor­na­to da iso­la­men­to e dif­fi­col­tà inti­ma­men­te lega­te all’essere don­na, si svol­ge in un per­cor­so — quel­lo acca­de­mi­co — che sta su un bina­rio a tut­ti gli effet­ti sepa­ra­to da quel­lo degli “altri”.

Una don­na che stu­dia ed è di suc­ces­so (o che svol­ge qual­sia­si tipo di lavo­ro cul­tu­ra­le) non ver­rà giu­di­ca­ta dal­la pla­tea degli “esclu­si” e del­le “esclu­se” come un inter­lo­cu­to­re poli­ti­co vali­do in quan­to don­na, e pro­ba­bil­men­te non ver­rà nean­che per­ce­pi­ta come una di loro. Ver­rà inve­ce addi­ta­ta come una “radi­cal chic”, che altro non è che un ter­mi­ne main­stream e dai con­no­ta­ti di clas­se annac­qua­ti per indi­ca­re la clas­se media o la pic­co­la bor­ghe­sia di sinistra.

L’affermazione per mez­zo del­la cul­tu­ra, vero totem del pro­gres­si­smo che abor­re la lot­ta di clas­se (anche in quan­to si basa sull’accettazione del­la cul­tu­ra del­la clas­se domi­nan­te e del suo siste­ma di pro­pa­ga­zio­ne, glo­ri­fi­can­do le isti­tu­zio­ni dell’istruzione glo­ri­fi­chia­mo anche la cul­tu­ra che esse por­ta­no), non è com­pre­sa né accet­ta­ta da chi dal sacro mon­te del Sape­re è sta­to esclu­so per­ché pove­ro, igno­ran­te, roz­zo o puzzolente.
Que­sto diva­rio nell’accesso alla filie­ra del sape­re è così for­te che sot­to l’etichetta di radi­cal chic rica­do­no anche quel­le e quel­li che han­no un pas­sa­to umile.

Il caso di Miche­la Mur­gia è emble­ma­ti­co: nean­che una don­na pas­sa­ta per il peg­gior pre­ca­ria­to è rispar­mia­ta dal­la furia di chi è sta­to tenu­to al di fuo­ri del­la “cit­ta­del­la del­la cultura”.

Come si è, però, chiuso l’accesso?

Una rispo­sta, mai trop­po ovvia, è quel­la dell’accre­sciu­to costo eco­no­mi­co dell’istruzione (spe­cie di quel­la supe­rio­re) e del­le sem­pre più ser­ra­te bar­rie­re all’ingresso (nume­ro chiu­so, voto di matu­ri­tà come cri­te­rio di acces­so a stu­dio e servizi).

Un’altra, più sot­ti­le, sta nel­la per­mu­ta­zio­ne cul­tu­ra­le avve­nu­ta in Ita­lia come con­se­guen­za del­la fine del for­di­smo e del­la gran­de indu­stria (con con­se­guen­te rivo­lu­zio­ne urba­na e socia­le, che ha com­por­ta­to il sor­pas­so del­la pic­co­la bor­ghe­sia impren­di­to­ria­le sul vec­chio padro­na­to): una dico­to­mia rei­te­ra­ta tra istru­zio­ne fat­ta “per il bene del­la cul­tu­ra” ed istru­zio­ne “per il lavo­ro”. Que­sti due mon­di, che rispon­do­no a com­po­si­zio­ni di clas­se diver­se e che poco si par­la­no tra di loro, han­no affron­ta­to diver­sa­men­te la fine del­la poli­ti­ca di mas­sa: il pri­mo è rima­sto nei cir­co­li e nel­le strut­tu­re orga­niz­za­ti­ve sem­pre più lon­ta­ne da tut­ti, il secon­do ha ini­zia­to ad odia­re il pri­mo ed a diser­ta­re tut­ti i luo­ghi fisi­ci impor­tan­ti per que­sto (piaz­ze, stra­de, luo­ghi di aggre­ga­zio­ne poli­ti­ca) a favo­re dei luo­ghi di aggre­ga­zio­ne commerciale.

Da qua, la soli­tu­di­ne del­le pro­gres­si­ste e dei pro­gres­si­sti, rele­ga­ti al ruo­lo di testi­mo­ni pas­si­vi di una real­tà che per i più non esi­ste, costret­ti a par­la­re tra di loro per esse­re capi­ti ed impo­ten­ti davan­ti ad una Sto­ria che è più com­pli­ca­ta di come la inse­gna il manua­le. A pre­scin­de­re dall’esito del­le regio­na­li, appa­re chia­ro che non sarà dei pro­gres­si­sti la par­te del leo­ne: nell’esito per loro miglio­re sarà l’affermazione del­la clas­se media impren­di­to­ria­le rap­pre­sen­ta­ta da Bonac­ci­ni, con cui le sovrap­po­si­zio­ni ideo­lo­gi­che sono ben poche. Chi per­de anco­ra una vol­ta sono le don­ne, agnel­lo sacri­fi­ca­le dell’imprenditoria poli­ti­ca di uomi­ni di sini­stra che pru­den­te­men­te han­no fat­to “un pas­so indie­tro”. In real­tà lo han­no fat­to per evi­ta­re di veni­re tra­vol­ti dal­la valan­ga nera in arrivo.

Stia­mo attra­ver­san­do una fase di tran­si­zio­ne, con la distru­zio­ne di vec­chi cre­di e strut­tu­re, solo che sia­mo abi­tua­ti a chia­mar­la cata­stro­fe. Chi soprav­vi­ve­rà alla mor­te del pro­gres­si­smo sarà in gra­do di for­mu­la­re un’alternativa poli­ti­ca al sovra­ni­smo di destra. Ma pri­ma che que­sto ci sia, quan­te tom­be ver­ran­no scavate?

Arti­co­lo di Nic­co­lò Piras

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