La grande ascesa di Giorgia Meloni

Qual­co­sa si muo­ve a destra. Non c’è più solo Sal­vi­ni con la sua cam­pa­gna elet­to­ra­le per­ma­nen­te e le sue pole­mi­che. E nem­me­no solo Ber­lu­sco­ni con un par­ti­to che per­de i pez­zi e una cor­te dei mira­co­li intor­no a lui sem­pre più stret­ta. Da alcu­ne set­ti­ma­ne i gior­na­li e i son­dag­gi non fan­no che par­la­re di Gior­gia Melo­ni e del­la note­vo­le cre­sci­ta di Fra­tel­li d’Italia, che nel­le ulti­me rile­va­zio­ni è costan­te­men­te sopra il 10 per cen­to.

Fra­tel­li d’Italia non ha sem­pre navi­ga­to in acque tran­quil­le. Il par­ti­to nac­que nel dicem­bre del 2012 da un grup­po di fuo­riu­sci­ti del Pdl in pole­mi­ca con il gover­no Mon­ti. Tra i fon­da­to­ri c’erano gli ex Allean­za Nazio­na­le La Rus­sa e Melo­ni e il più mode­ra­to Gui­do Cro­set­to. La cam­pa­gna elet­to­ra­le che con­dus­se alle ele­zio­ni del 2013 ven­ne orga­niz­za­ta in poche set­ti­ma­ne e il par­ti­to otten­ne meno del 2 per cen­to. In bre­ve tem­po però Gior­gia Melo­ni assun­se un ruo­lo di pri­mo pia­no e pun­tò a svec­chia­re l’immagine del neo­na­to par­ti­to. In quel perio­do get­tò le basi una nuo­va destra in net­ta discon­ti­nui­tà con quel­la degli anni pre­ce­den­ti, dispo­sta a scen­de­re a com­pro­mes­si pur di resta­re al gover­no e pre­sen­tar­si come mode­ra­ta e respon­sa­bi­le. A Sky Tg 24 dichiarò:

Anche a me è capi­ta­to nel Pdl di ver­go­gnar­mi dei miei com­pa­gni di viag­gio, di ver­go­gnar­mi di quel­lo che il par­ti­to face­va, del­la sua inca­pa­ci­tà di capi­re che la cri­si del­la poli­ti­ca è anche figlia di que­sta deri­va oli­gar­chi­ca che i par­ti­ti han­no avuto.

Non era la pri­ma vol­ta che da destra si cri­ti­cas­se la sto­ria del ber­lu­sco­ni­smo, dato che poco pri­ma Gian­fran­co Fini — che di An era sta­to il lea­der e che ave­va for­te­men­te volu­to il matri­mo­nio con Ber­lu­sco­ni nel Pdl — ave­va rot­to con il Cava­lie­re. Però que­ste cri­ti­che e le con­ti­nue pre­se di posi­zio­ne signi­fi­ca­va­no, in un momen­to in cui la Lega era anco­ra indi­pen­den­ti­sta, che c’era qual­co­sa di nuo­vo anche a destra.

Il processo di affermazione di questa linea è stato lungo e tortuoso e deve il suo successo principalmente alla vitalità e alla novità di Meloni.

Il pun­to fon­da­men­ta­le è sta­to pro­por­re l’immagine di un par­ti­to fede­le alle radi­ci sto­ri­che del­la destra — e quin­di nazio­na­li­smo, iden­ti­tà, fami­glia e tra­di­zio­ne — e al con­tem­po spo­sa­re le ten­den­ze più moder­ne come il sovra­ni­smo. Alla lun­ga que­sta idea ha pre­mia­to, soprat­tut­to per­ché Sal­vi­ni non ha un’immagine così poli­ti­ca­men­te pura come quel­la di Melo­ni, che nel­la destra ha mili­ta­to e del­la destra è il vol­to del­la con­ti­nui­tà. Sal­vi­ni da gio­va­ne era comu­ni­sta e fre­quen­ta­va il Leon­ca­val­lo, poi è diven­ta­to indi­pen­den­ti­sta pada­no e seces­sio­ni­sta. Solo alla fine si è sco­per­to nazio­na­li­sta. Gior­gia Melo­ni, ovvia­men­te, no. È cre­sciu­ta alla Gar­ba­tel­la, quar­tie­re roma­no sto­ri­ca­men­te di sini­stra, e ha comin­cia­to a fare poli­ti­ca a 15 anni con il Fron­te del­la Gio­ven­tù. Ha fat­to il mini­stro del­la Gio­ven­tù tra il 2008 e il 2011 e nel 2006 è sta­ta la più gio­va­ne vice-pre­si­den­te del­la sto­ria del­la Camera.

Il suo suc­ces­so deri­va anche dall’incarnare un’idea nuo­va del­la destra. Nel sovra­ni­smo ci si tro­va per­fet­ta­men­te a suo agio. E negli ulti­mi anni ha stret­to lega­mi con Mari­ne Le Pen, lea­der del­la destra fran­ce­se, e con Vik­tor Orban, pre­si­den­te nazio­na­li­sta dell’Ungheria.

Nono­stan­te i pas­si fat­ti Fra­tel­li d’Italia si tro­va ora a un bivio, che pochi gior­ni fa Gian­lu­ca Pas­sa­rel­li su Huf­fing­ton Post Ita­lia ha descrit­to con precisione.

Gior­gia Melo­ni pun­ta a costrui­re una for­za del­la destra repub­bli­ca­na, una ridot­ta del­la Lega Nord (è così che si chia­ma), una costo­la in fran­chi­sing del par­ti­to di Mari­ne Le Pen (che si ispi­rò al Msi…), ovve­ro una sezio­ne fuo­ri tem­po del Msi-An? Se mira a esse­re ege­mo­ni­ca in quel cam­po, Melo­ni dovreb­be pun­ta­re alla pri­ma opzio­ne. Ma ciò com­por­ta del­le scel­te, radi­ca­li. Non si può nego­zia­re sui dirit­ti civi­li, non si pos­so­no inse­gui­re le bla­sfe­me fra­si di ex colon­nel­li aen­ni­ni ebbri, non si pos­so­no improv­vi­sa­re poli­ti­che este­re e di dife­sa cen­tra­te sul nazio­na­li­smo, non si può soste­ne­re l’atlantismo solo “per­ché c’è un cer­to tipo di repub­bli­ca­no alla Whi­te House”.

La scel­ta insom­ma è se esse­re fino in fon­do quel­lo che Gian­fran­co Fini non è riu­sci­to a esse­re, cioè il vol­to di una destra con­ser­va­tri­ce ma civi­le, radi­ca­le ma repub­bli­ca­na, o ras­se­gnar­si a rin­cor­re­re sem­pre Sal­vi­ni sul ter­re­no del­le gri­da spa­gno­le­sche, dei pro­cla­mi e del­la vio­len­za verbale.
A dira la veri­tà già da un po’ di tem­po Melo­ni mar­ca le distan­ze dal lea­der leghi­sta. Dal­la sua con­tra­rie­tà all’accordo con i Cin­que Stel­le ha fat­to discen­de­re una lun­ga serie di distin­guo e di cri­ti­che, cul­mi­na­ti con il plau­so al discor­so di fine anno di Mat­ta­rel­la, sobria­men­te defi­ni­to «di alto pro­fi­lo con obiet­ti­vi ambi­zio­si» e con un lun­go post sul­la cri­si ira­nia­na in cui spie­ga­va che la que­stio­ne «non meri­ta tifo­se­rie da sta­dio ma neces­si­ta di gran­de atten­zio­ne». Negli stes­si fran­gen­ti Sal­vi­ni defi­ni­va «mel­li­flui, inco­lo­ri, indo­lo­ri, insa­po­ri» cer­ti discor­si di fine d’anno e si schie­ra­va con Trump sen­za esitazione.

Spes­so Melo­ni non è più mode­ra­ta di Sal­vi­ni. Sem­pli­ce­men­te, negli ulti­mi mesi, sta pro­po­nen­do un pro­fi­lo più isti­tu­zio­na­le e meno bur­ra­sco­so, for­se nel­la spe­ran­za di con­qui­sta­re i voti degli elet­to­ri più mode­ra­ti in fuga da Ber­lu­sco­ni ver­so l’astensione. In pas­sa­to era cer­ta­men­te più pre­ci­pi­to­sa, come dimo­stra il cele­bre liti­gio che nel feb­bra­io del 2018 ebbe con il diret­to­re del Museo Egi­zio di Tori­no, accu­sa­to ingiu­sta­men­te di favo­ri­re i cit­ta­di­ni arabi.

Non biso­gna poi dimen­ti­ca­re che lo scor­so autun­no Report (Rai Tre) la accu­sò di uti­liz­za­re meto­di spre­giu­di­ca­ti sui social per mani­po­la­re il con­sen­so, alte­ra­re il fun­zio­na­men­to degli algo­rit­mi e dif­fon­de­re il pro­prio mes­sag­gio. Di fron­te a que­ste accu­se Melo­ni si è dife­sa con durezza.

Resta il fatto della crescita vertiginosa di Fratelli d’Italia.

Nel 2013 pre­se cir­ca 600 mila voti, men­tre alle Euro­pee del 2019 rag­giun­se 1 milio­ne e 700 mila pre­fe­ren­ze. Que­sto risul­ta­to non è dovu­to solo alla con­giun­tu­ra poli­ti­ca, che è sicu­ra­men­te favo­re­vo­le al par­ti­to. Come det­to, infat­ti, For­za Ita­lia si sta sgon­fian­do e Sal­vi­ni è in dif­fi­col­tà, per­ché vede allon­ta­nar­si le urne. In real­tà c’è qual­co­sa di più pro­fon­do: Melo­ni rac­co­glie i frut­ti di una coe­ren­za qua­si decen­na­le che spin­ge ver­so di lei gli elet­to­ri più influen­za­ti dal sovra­ni­smo e dal­lo spo­sta­men­to gene­ra­liz­za­to a destra. Il pro­gram­ma di Fra­tel­li d’Italia rispec­chia enor­me­men­te quest’aria di sovra­ni­smo che si è dif­fu­sa in tut­ta Euro­pa: poli­ti­che di dife­sa del­la fami­glia natu­ra­le, no all’immigrazione e allo ius soli, bloc­chi nava­li con­tro i clan­de­sti­ni, poten­zia­men­to del­la Dife­sa (e quin­di dell’Esercito), prio­ri­tà a sicu­rez­za e lega­li­tà. Un pro­gram­ma per­fet­ta­men­te appe­ti­bi­le per i tem­pi che corrono.

La scel­ta insom­ma è nel­le sue mani. Esse­re fino in fon­do, nei modi e nei con­te­nu­ti, il futu­ro del­la destra, oppu­re vesti­re il ruo­lo del­la com­par­sa, imboc­can­do la via del popu­li­smo urla­to, incon­clu­den­te e ris­so­so di Salvini.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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