Nepal, un paese diviso da uno yeti

Nepal, un paese diviso da uno yeti

Da una recen­te noti­zia dif­fu­sa dal­la BBC emer­ge un fat­to tan­to biz­zar­ro quan­to, all’apparenza, serio: pare che lo Sta­to del Nepal, con i suoi abi­tan­ti, stia affron­tan­do un pro­ble­ma, potrem­mo dire, di este­ti­ca. E il sog­get­to del­la que­stio­ne è lo yeti

La questione non è, per una volta, se lo yeti, il leggendario abominevole uomo delle nevi, esista o meno, ma il problema riguardo il modo in cui dovrebbe essere rappresentato. 

Par­tia­mo dai fat­ti. Era­no sta­te richie­ste dal­lo Sta­to in occa­sio­ne del­le cele­bra­zio­ni per il nuo­vo anno, a un prez­zo di 500mila rupie ($ 4.414 dol­la­ri cia­scu­na), cen­to sta­tue del­la crea­tu­ra, impre­zio­si­te dal­la scrit­ta visit Nepal. L’obiettivo, anche soste­nu­to dal­la pub­bli­ciz­za­zio­ne di varie foto del­le sta­tue, era quel­lo di pro­muo­ve­re il Nepal come pae­se di turi­smo e arte. Eppu­re, l’arrivo del­la pri­ma sta­tua, ha subi­to susci­ta­to acce­se pole­mi­che, divi­den­do esper­ti, fun­zio­na­ri del­lo sta­to e cittadini.

L’oggetto in que­stio­ne, alto poco più di due metri, appa­re nel­le foto mol­to simi­le a un gras­so Bud­dah o a un lot­ta­to­re di sumo. Ele­men­ti, que­sti, che han­no fat­to discutere. 

Molti hanno definito la statua non particolarmente piacevole alla vista e totalmente diversa dalla creatura leggendaria, e hanno accusato il governo di non rispettare le tradizioni e il senso estetico comune.

Mol­to pre­sto, stan­do a quan­to pro­gram­ma­to, le sta­tue del­lo yeti dovreb­be­ro arri­va­re in tut­to il Pae­se ed esse­re col­lo­ca­te in luo­ghi pub­bli­ci famo­si o fre­quen­ta­ti come attra­zio­ni turi­sti­che, aero­por­ti e cen­tri com­mer­cia­li. Alcu­ne, addi­rit­tu­ra, sono sta­te pen­sa­te per esse­re por­ta­te in gran­di cit­tà di tut­to il mon­do.

Chia­ra­men­te il dis­sen­so in un cer­to qual modo sem­bra oscu­ra­re l’obiettivo ambi­zio­so di por­ta­re, anche gra­zie a que­ste sta­tue, il nume­ro di turi­sti in Nepal a due milioni.

Se voglia­mo atte­ner­ci alle sto­rie tra­di­zio­na­li di que­sto pae­se dell’Himalaya, lo yeti è spes­so raf­fi­gu­ra­to come un esse­re spa­ven­to­so e simi­le a una scim­mia; ben diver­so, dun­que, dal­la raf­fi­gu­ra­zio­ne che ne è sta­ta fat­ta. A que­sto pro­po­si­to, uno degli inter­vi­sta­ti dal­la BBC, auto­re­vo­le dal momen­to che ha pub­bli­ca­to diver­si libri sull’argomento, ha dichia­ra­to che lo yeti è più simi­le a una scim­mia e che la figu­ra del lot­ta­to­re di sumo ha poco a che vede­re con tale leg­gen­da­ria creatura. 

Altri però, sosten­go­no che trat­tan­do­si di una figu­ra miti­ca, deve esser­ci liber­tà di espres­sio­ne e crea­ti­va. Inol­tre, die­tro alla crea­zio­ne di que­ste sta­tue c’è anche altro oltre all’estetica e al turismo.

Infatti, sia nella mente del governo, sia in quella degli artisti, la figura dello yeti dev’essere un nuovo simbolo di pace, riconciliazione e umiltà. 

Nel­la men­te dei nepa­le­si la figu­ra del­lo yeti è impor­tan­te e carat­te­ri­sti­ca del­la loro terra.

Sher­pa, que­sto il nome dell’artista che ha pro­get­ta­to la sta­tua, affer­ma che l’assenza di pelo sul­la crea­tu­ra, come vor­reb­be inve­ce la tra­di­zio­ne, è sta­ta una sua scel­ta, per faci­li­ta­re la pit­tu­ra. Ammet­te comun­que poi di esser­si ispi­ra­to alle sto­rie ascol­ta­te duran­te la sua infan­zia e alla figu­ra del Buddah.

Spes­so lo yeti è sta­to raf­fi­gu­ra­to in film e libri come una crea­tu­ra spa­ven­to­sa e cat­ti­va. La stes­sa tra­di­zio­ne nepa­le­se ne fa cen­no ma for­se, in que­sto caso, si trat­ta più di un esca­mo­ta­ge per spa­ven­ta­re i bam­bi­ni che si com­por­ta­no male. 

Le rap­pre­sen­ta­zio­ni del­lo yeti più recen­ti, soprat­tut­to in for­ma di car­to­ne ani­ma­to, ten­do­no inve­ce a pre­sen­tar­lo come una crea­tu­ra buo­na, pur man­te­nen­do­ne l’aspetto scimmiesco. 

Forse, al di là delle polemiche, è il momento per la misteriosa creatura di superare la tradizione e farsi carico di un simbolismo intriso di una nuova pace e fratellanza. 

Que­sto alme­no, sem­bra­no vole­re gli uomi­ni, che tan­to han­no guar­da­to e anco­ra guar­de­ran­no, col miste­ro negli occhi, le alte mon­ta­gne dell’Himalaya.

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Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

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