Oscar 2020: Error 404, Women not found

Oscar 2020: Error 404, Women not found

Lun­go i novan­ta­due anni in cui si è svol­ta la sto­ria dei pre­mi Oscar, sono sta­te solo cin­que le don­ne nomi­na­te nel­la cate­go­ria del­la miglio­re regia.

Si trat­ta di Lina Wert­mül­ler, nel 1977 con Pasqua­li­no Set­te­bel­lez­ze; Jane Cam­pion, nel 1994 con Lezio­ni di Pia­no; Sofia Cop­po­la, nel 2005 con Lost in Trans­la­tion; Kath­ryn Bige­low, nel 2010 con The Hurt Loc­ker – l’unica che riu­scì anche a por­ta­re a casa l’ambita sta­tuet­ta; e infi­ne Gre­ta Ger­wig, nel 2018 con Lady Bird.

Sono nomi e titoli che in questi giorni sono sulle bocche di tutti: questo perché, con l’annuncio delle nomination per gli Oscar 2020, ci siamo trovati di fronte all’ennesima categoria completamente al maschile. 

Da qual­che anno a que­sta par­te – più pre­ci­sa­men­te dal momen­to del­l’e­splo­sio­ne del caso Wein­stein e dall’inizio del movi­men­to Time’s Up, è ini­zia­to a esse­re mes­so sem­pre più in evi­den­za l’atteggiamento di due pesi e due misu­re che si tie­ne ad Hol­ly­wood, e che vie­ne pre­po­ten­te­men­te a gal­la tut­te le vol­te che si deve deci­de­re a chi asse­gna­re i pre­mi dell’anno.

Lo han­no dimo­stra­to mol­to bene i Gol­den Glo­bes del 2018: tut­ti gli ospi­ti vesti­va­no in nero pro­prio a sup­por­to del nascen­te #MeToo, ma quan­do Nata­lie Port­man si è tro­va­ta ad annun­cia­re i nomi dei can­di­da­ti alla miglior regia, era­no tut­ti uomini.

L’Academy ha rico­no­sciu­to il pro­ble­ma: si è cer­ca­to di aumen­ta­re la “diver­si­ty” tra i votan­ti, i nume­ri sono anda­ti cre­scen­do tra il 2015 e il 2018 e anche la com­po­nen­te fem­mi­ni­le è sali­ta dal 25% al 31%. A ben vede­re, nei docu­men­ta­ri si è arri­va­ti alla pari­tà di gene­re, cosa che spes­so si riflet­te nel­le nomi­ne (quest’anno, quat­tro su cin­que sono diret­ti o co-diret­ti da donne). 

“Vab­bè, vor­rà dire che i film degli uomi­ni quell’anno era­no fat­ti meglio”.

“Vab­bè, vor­rà dire che i film degli uomi­ni di quest’anno sono fat­ti meglio”.

Tyler Rug­ge­ri pro­po­ne un’interessante pro­spet­ti­va sul per­ché i film a fir­ma maschi­le sia­no valu­ta­ti meglio rispet­to a quel­li a fir­ma femminile: 

“Rite­nia­mo che più è ambi­zio­sa la resa, più è for­te l’impatto. Ma spes­so si ha il risul­ta­to oppo­sto. Al posto di immer­ge­re lo spet­ta­to­re nel momen­to, que­ste inno­va­zio­ni pos­so­no ave­re la ten­den­za a richia­ma­re l’attenzione su di sé. Ci fan­no indie­treg­gia­re in ammi­ra­zio­ne quan­do in real­tà dovrem­mo avvi­ci­nar­ci a boc­ca aper­ta. […] I votan­ti (che sono per lo più uomi­ni bian­chi e anzia­ni) si iden­ti­fi­ca­no con que­sto. Dopo­tut­to, se non puoi vede­re lo sfor­zo sul­lo scher­mo, come puoi capi­re chi ha fat­to cosa? Se un film non è per­ce­pi­to come diret­to, non han­no inte­res­se in dar­gli una ricom­pen­sa – per loro, tut­to ciò che c’è sul­lo scher­mo è solo ‘suc­ces­so’. Ma ren­de­re le cose natu­ra­li e sen­za sfor­zo è un talen­to che abbon­da tra le regi­ste don­ne. Gre­ta Ger­wig, Oli­via Wil­de, Lulu Wang, Céli­ne Sciam­ma, Lore­ne Sca­fa­ria e Mariel­le Hel­ler sono ecce­zio­na­li per come crea­no ogni inqua­dra­tu­ra in un modo che è allo stes­so tem­po pie­no di signi­fi­ca­to e comun­que invisibile.” 

Anni e anni di abitudine in questo senso hanno portato al consolidamento delle aspettative per i registi.

I cin­que uomi­ni nomi­na­ti quest’anno (Bong Joon-ho per Para­si­te, Sam Men­des per 1917, Todd Phil­lips per Joker, Mar­tin Scor­se­se per The Irish­man e Quen­tin Taran­ti­no per C’era una vol­ta… a Hol­ly­wood) han­no fat­to sicu­ra­men­te dei film di altis­si­mo livel­lo, impec­ca­bi­li sot­to tut­ti i pun­ti di vista, e che por­ta­no in modo chia­ro la loro firma. 

D’altro can­to, i lavo­ri del­le sopra­ci­ta­te regi­ste (Pic­co­le Don­ne, La rivin­ci­ta del­le sfi­ga­te, The Farewell – Una bugia buo­na, Ritrat­to del­la gio­va­ne in fiam­me, Le ragaz­ze di Wall Street – Busi­ness Is Busi­ness, Un ami­co straor­di­na­rio) sono di pari – se non a trat­ti supe­rio­re – abilità. 

Lulu Wang ci fa dare la mano a Bil­li e a Nai-Nai e ci por­ta nel­le loro emo­zio­ni sfrut­tan­do al mas­si­mo il lin­guag­gio cor­po­reo, pre­pa­ra l’inquadratura dan­do l’idea di uno sli­de­show di foto­gra­fie, qua­si come se i momen­ti che si stan­no svol­gen­do fos­se­ro già un ricor­do nel­la men­te di Billi. 

Céli­ne Som­ma crea una pel­li­co­la di don­ne, con don­ne che par­la­no di don­ne ad altre don­ne, rap­pre­sen­tan­do il fema­le gaze in un modo così deli­ca­to e pre­ci­so da coglie­re nel­la real­tà l’arte che sareb­be poi dovu­ta esse­re tra­spor­ta­ta su tela. 

La capa­ci­tà di Gre­ta Ger­wig di rac­con­ta­re una sto­ria cen­te­na­ria por­tan­do avan­ti e indie­tro lo spet­ta­to­re nel rac­con­to del­la vita del­le sorel­le March, lascian­do un mes­sag­gio che era vali­do nel 1800 e che resta vali­do tutt’ora, pas­san­do dal­la leg­ge­rez­za all’amore alla tra­ge­dia, è irresistibile.

Flo­ren­ce Pugh, can­di­da­ta per la sta­tuet­ta di Miglior Attri­ce Non Pro­ta­go­ni­sta per la sua inter­pre­ta­zio­ne di Amy March in Pic­co­le Don­ne dice: “Cre­do che la cosa più impor­tan­te […] sia che Gre­ta abbia fat­to un film sul­le don­ne e sul­la loro rela­zio­ne con il dena­ro, e la loro rela­zio­ne con gli uomi­ni in un mon­do per uomi­ni. E [con que­ste nomi­na­tion] si sta solo evi­den­zian­do il suo pun­to. Si sta solo sot­to­li­nean­do anco­ra di più quan­do sia impor­tan­te que­sto film, e come que­sti temi sia­no anco­ra appa­ren­ti oggi”. 

È una stra­na iro­nia di fon­do che non è pas­sa­ta inos­ser­va­ta nean­che a Dana Ste­vens, che, in un pez­zo elo­quen­te­men­te tito­la­to “L’Academy cre­de che Pic­co­le Don­ne si sia diret­to da solo?scri­ve: “Mi limi­te­rò all’osservazione che Pic­co­le Don­ne, un film espli­ci­ta­men­te sull’importanza e la dif­fi­col­tà di recla­ma­re la mater­ni­tà auto­ria­le in un mon­do domi­na­to da uomi­ni, è sta­to tra i miglio­ri film del 2019, e non è sta­to magi­ca­men­te crea­to da fati­ne del bosco, ma scrit­to e diret­to da un esse­re uma­no don­na vivente”.

Insomma, la categoria del Best Director porta alla luce un problema estremamente radicato nello showbiz hollywoodiano. 

Se infat­ti è vero che le spin­te ver­so una modi­fi­ca radi­ca­le del­la socie­tà e dei ruo­li di uomi­ni e don­ne sono for­ti e han­no sem­pre più peso, è anche vero che biso­gna anda­re ad agi­re mol­to più in pro­fon­di­tà. Infat­ti, è vero­si­mi­le che poche don­ne sia­no can­di­da­te in que­sta spe­ci­fi­ca cate­go­ria per­ché poche don­ne pos­so­no vota­re per sce­glie­re le can­di­da­tu­re del­la stessa. 

La rego­la per esse­re ammes­si nel ramo dei votan­ti per la regia pre­ve­de che si abbia­no alme­no due direc­to­rial cre­di­ts, di cui il più recen­te non sia più vec­chio di 10 anni, “on thea­tri­cal fea­tu­re films of a cali­ber which, in the opi­nion of the exe­cu­ti­ve com­mit­tee, reflect the high stan­dards of the Aca­de­my”; che alme­no un film sia sta­to nomi­na­to per la Miglior Regia, per il Miglior Film e/o per Miglior Film Inter­na­zio­na­le; oppu­re esse­re giu­di­ca­ti ade­gua­ti dal Com­mit­tee per aver rag­giun­to “uni­que distinc­tion, ear­ned spe­cial merit or made an outstan­ding con­tri­bu­tion as a motion pic­tu­re direc­tor”.

Dal­le colon­ne del Time, Elia­na Dock­tr­man scri­ve: “Que­ste rego­le sem­bra­no abba­stan­za ragio­ne­vo­li, ma pre­sen­ta­no un gran­de osta­co­lo per le regi­ste don­ne, che rice­vo­no dra­sti­ca­men­te meno oppor­tu­ni­tà per diri­ge­re un secon­do film del­le loro con­tro­par­ti maschi­li”, come ha anche dimo­stra­to uno stu­dio dell’università USC Annenberg. 

Si tor­na alla doman­da sem­pre­ver­de: uomi­ni e don­ne sono in con­di­zio­ni di parità?

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Valentina Testa
Guar­do serie tv, a vol­te anche qual­che bel film, leg­go libri, scri­vo. Da gran­de voglio diven­ta­re Vin­cen­zo Mollica.

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