Salvini ha perso la bussola

Mat­teo Sal­vi­ni e la sua can­di­da­ta, Lucia Bor­gon­zo­ni, han­no per­so le ele­zio­ni in Emi­lia Roma­gna. Nono­stan­te una cam­pa­gna elet­to­ra­le mar­tel­lan­te, par­ti­ta fin dall’estate scor­sa, la Lega è riu­sci­ta per­si­no a per­de­re 70 mila voti rispet­to alle Euro­pee 2019. Nel com­ples­so la coa­li­zio­ne di cen­tro-destra ha più che rad­dop­pia­to i voti rispet­to al 2014, ma lo stes­so è riu­sci­to a fare anche Bonac­ci­ni, che ha gua­da­gna­to, nel com­ples­so, cir­ca 1 milio­ne di preferenze.

Chiu­se le urne e dif­fu­si i risul­ta­ti, non è basta­ta la ful­mi­nea con­fe­ren­za stam­pa di Sal­vi­ni per evi­ta­re la rid­da di inter­pre­ta­zio­ni del voto. Alcu­ni osser­va­to­ri han­no evi­den­zia­to la debo­lez­za del­la can­di­da­ta Bor­gon­zo­ni, rite­nu­ta poco inci­si­va, altri l’eccessiva inva­den­za di Sal­vi­ni e dei suoi modi fin trop­po buschi. Sui gior­na­li del­la destra han­no inve­ce pre­fe­ri­to sot­to­li­nea­re l’inevitabilità del­la scon­fit­ta in una regio­ne da decen­ni ros­sa e ine­spu­gna­bi­le. Di cer­to, la mobi­li­ta­zio­ne per il voto pro­vo­ca­ta dal­le Sar­di­ne e da alcu­ne esa­ge­ra­zio­ni del lea­der leghi­sta — dal cito­fo­no a Bib­bia­no alle gira­vol­te sul pro­ces­so Gre­go­ret­ti — ha ripor­ta­to al voto nume­ro­sis­si­mi asten­sio­ni­sti di sini­stra. Lo stes­so effet­to si è veri­fi­ca­to sui Cin­que Stel­le, i cui elet­to­ri sono pas­sa­ti in lar­ga par­te al Pd.

Que­sti ele­men­ti dimo­stra­no come il flus­so dai gril­li­ni ver­so la Lega, che ha carat­te­riz­za­to la sce­na poli­ti­ca dal 2018 ad oggi, si è con­clu­so. Si va ades­so affer­man­do uno sce­na­rio bipo­la­re, con il pro­gres­si­vo raf­for­za­men­to del Pd e del cen­tro-sini­stra in fun­zio­ne anti-salviniana.

Il principale responsabile di questa dinamica è proprio Matteo Salvini.

Dal fati­di­co 8 ago­sto non c’è sta­ta mos­sa, né ini­zia­ti­va che alla lun­ga non si sia rive­la­ta con­tro­pro­du­cen­te per il suo par­ti­to. Al net­to dei meri­ti per aver por­ta­to la lega dal 4 al 30 per cen­to, è chia­ro che la para­bo­la ascen­den­te si sia ormai con­clu­sa. Sal­vi­ni ha avu­to a lun­go la pos­si­bi­li­tà di affer­mar­si con for­za come il lea­der defi­ni­ti­vo di un cen­tro-destra gover­na­ti­vo e ras­si­cu­ran­te e di incre­men­ta­re ulte­rior­men­te i con­sen­si. Così non è sta­to, sola­men­te a cau­sa del­le sue vel­lei­tà elet­to­ra­li e, for­se, del­la sua indo­ma­bi­le indo­le barricadera.

La madre di tut­ti gli erro­ri è la cri­si fer­ra­go­sta­na sca­te­na­ta dal Papee­te. Tra qual­che anno, quan­do gli sto­ri­ci riscri­ve­ran­no le mise­re vicen­de del­la nostra epo­ca, pro­ba­bil­men­te indi­vi­due­ran­no in quel momen­to l’inizio del decli­no del segre­ta­rio leghi­sta, che in pochi gior­ni ha per­so il pote­re, ha subi­to una fles­sio­ne nei son­dag­gi ed è sta­to costret­to ad acco­mo­dar­si all’opposizione. Anco­ra oggi la mos­sa resta incom­pren­si­bi­le. E se quel­li furo­no gior­ni dram­ma­ti­ci, non c’è dub­bio che il ten­ta­ti­vo di for­za­re la stra­da per un voto anti­ci­pa­to, fal­li­to, e la suc­ces­si­va offer­ta di Palaz­zo Chi­gi all’ex ami­co Di Maio rien­tra­no più age­vol­men­te nel­la cate­go­ria del­la far­sa.

Anche sul caso Gre­go­ret­ti l’ex vice-pre­mier sem­bra aver gio­ca­to una pura car­ta elet­to­ra­le, tan­to che l’autorizzazione a pro­ce­de­re è pas­sa­ta con i voti favo­re­vo­li dei soli sena­to­ri leghi­sti. Per set­ti­ma­ne ave­va par­la­to con­tro il pro­ces­so e dichia­ra­to di voler vota­re con­tro, ma alla fine ha fat­to una gira­vol­ta. Appa­re evi­den­te, anco­ra una vol­ta, l’intenzione di inter­cet­ta­re i sen­ti­men­ti anti-immi­gra­ti e di col­lo­car­si nel­la posi­zio­ne del­la vit­ti­ma. E anche que­sto non ha funzionato.

In Emilia Romagna Salvini ha trasformato il voto in un referendum sulla sua persona, proprio come il suo omonimo Renzi aveva fatto nel 2016. E ha perso.

Ha gua­da­gna­to pun­ti per­cen­tua­li e visi­bi­li­tà, ma ha per­so. L’errore è sta­to affron­ta­re un voto loca­le di una regio­ne bene­stan­te e ben ammi­ni­stra­ta come una sfi­da nazio­na­le al gover­no e a tut­ti gli altri par­ti­ti. Bonac­ci­ni ha sot­to­li­nea­to, nel suo discor­so del­la vit­to­ria, l’irricevibilità di una simi­le posi­zio­ne, in pri­mis per gli emi­lia­ni. La cam­pa­gna del leghi­sta è sta­ta per­va­si­va, tam­bu­reg­gian­te. Ha bat­tu­to soprat­tut­to i pic­co­li comu­ni, dove infat­ti la sua stra­te­gia ha col­to nel segno: sull’Appennino e nel­la bas­sa fer­ra­re­se la Lega è rima­sta davan­ti al Pd. Ma non ha sfon­da­to nel­le cit­tà, dove ormai da anni fati­ca a rac­co­glie­re con­sen­si signi­fi­ca­ti­vi. Potreb­be esse­re l’ennesimo capi­to­lo del­la con­trap­po­si­zio­ne glo­ba­le tra popo­lo ed éli­te, ma una simi­le inter­pre­ta­zio­ne sareb­be una scor­cia­to­ia faci­le. Pro­ba­bil­men­te, mol­to più banal­men­te, i pro­ble­mi descrit­ti da Sal­vi­ni e dal­la sua pro­pa­gan­da non han­no rispon­den­za nel­le cit­tà e quin­di non por­ta­no voti.

Anche gli allea­ti nel cen­tro-destra sono una spi­na nel fian­co. Gior­gia Melo­ni è in gran­de asce­sa e dall’anno scor­so in Emi­lia ha gua­da­gna­to 85 mila voti, in lar­ga par­te sot­trat­ti a Sal­vi­ni e frut­to di una lea­der­ship più ras­si­cu­ran­te e con­cre­ta. Per­si­no Ber­lu­sco­ni ha trat­to gio­va­men­to dal­le dif­fi­col­tà leghi­ste e una sua can­di­da­ta ha vin­to in Cala­bria. L’area più libe­ra­le del cen­tro-destra resta in sof­fe­ren­za, ma non è impro­ba­bi­le che una lea­der­ship rivi­ta­liz­za­ta e nuo­ve idee pos­sa­no con­tri­bui­re a inde­bo­li­re ulte­rior­men­te l’ex mini­stro dell’Interno.

Oggi Sal­vi­ni appa­re spae­sa­to, in gran­de dif­fi­col­tà. Accam­pa pre­te­sti per la scon­fit­ta e si tuf­fa su ogni ipo­te­si di via d’uscita che gli bale­na davan­ti. Pro­po­ne gover­ni di tre­gua e lan­cia la sfi­da per le pros­si­me ele­zio­ni regio­na­li. Non ha più una stra­te­gia pre­ci­sa né una stra­da defi­ni­ta da per­cor­re­re. Vive, poli­ti­ca­men­te, un po’ alla gior­na­ta. Insom­ma: sem­bra aver per­so la bus­so­la. Si ren­de con­to, for­se, che la stra­te­gia adot­ta­ta fin dal 2013, quan­do la Lega lo scel­se come segre­ta­rio, non può paga­re all’infinito. A furia di pun­ta­re tut­to sul­la peren­ne e ste­ri­le con­trap­po­si­zio­ne tra buo­ni­sti e veri ita­lia­ni, a un cer­to pun­to ha tro­va­to un com­pe­ti­tor all’altezza, dal­le carat­te­ri­sti­che oppo­ste: mite, posa­to, con­cre­to. Bonac­ci­ni l’ha bat­tu­to anche per­ché ha per­so­ni­fi­ca­to, pla­sti­ca­men­te, l’anti-Salvini. E il lea­der leghi­sta ades­so non sa se insi­ste­re con la sua stra­te­gia o cam­bia­re passo.

Naturalmente non è certo che Salvini non riesca a riprendersi in breve tempo.

E nem­me­no che in un modo o nell’altro non fini­sca per arri­va­re a Palaz­zo Chi­gi. Del resto, la poli­ti­ca ita­lia­na ha abi­tua­to a lea­der debo­li e in calo di con­sen­si che appro­da­no comun­que al gover­no e vi resta­no anche a lun­go. Anzi: più un gover­no e i suoi espo­nen­ti sono debo­li, più para­dos­sal­men­te esso è desti­na­to a dura­re per la pau­ra del voto, come il Con­te II dimo­stra bene. Di cer­to, però, per Sal­vi­ni è ini­zia­ta una nuo­va fase, meno arrem­ban­te e più con­ser­va­ti­va, fina­liz­za­ta a con­so­li­da­re il con­sen­so che ha rac­col­to e ormai ras­se­gna­ta a dover affron­ta­re le ele­zio­ni poli­ti­che tra mol­ti mesi.

Il pro­get­to di acce­le­ra­re il ritor­no alle urne è nau­fra­ga­to. Anche all’interno del­la Lega sem­bra­no inten­si­fi­car­si le voci cri­ti­che rispet­to alla stra­te­gia in Emi­lia e allo stes­so Sal­vi­ni. Il lea­der leghi­sta può anco­ra spe­ra­re di dura­re, ma per far­lo deve ripar­ti­re dal suo par­ti­to, raf­for­zar­si e rinun­cia­re alle deri­ve estre­mi­sti­che incom­pren­si­bi­li a lar­ga par­te dell’elettorato mode­ra­to. Chis­sà se ne sarà capace.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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