Tolo Tolo, quando le buone intenzioni non bastano

Tre cose uni­sco­no gli ita­lia­ni: i mon­dia­li del 2006, Alba­no e Romi­na che can­ta­no Feli­ci­tà e le discus­sio­ni su Chec­co Zalo­ne.

Chec­co Zalo­ne, che in mol­ti vedo­no come la Masche­ra ita­lia­na del (ormai scor­so) decen­nio, è l’unico in gra­do di por­ta­re tut­ti – ma pro­prio tut­ti – al cine­ma. Il suo enor­me suc­ces­so lo ave­va­mo già capi­to gra­zie a Quo Vado?, che nel 2016 fu cam­pio­ne d’incassi e segnò la con­sa­cra­zio­ne defi­ni­ti­va di Zalo­ne come mas­si­mo espo­nen­te del­la com­me­dia ten­den­te al sati­ri­co ita­lia­na. O meglio, la con­sa­cra­zio­ne di Luca Medi­ci, il vero uomo die­tro la masche­ra: per­ché Chec­co Zalo­ne in real­tà non esi­ste, se non sul pal­co­sce­ni­co. Il per­so­nag­gio, crea­to per il caba­ret, che rac­co­glie su di sé tut­ti gli ste­reo­ti­pi del meri­dio­na­le pri­ma e dell’italiano medio più in gene­ra­le poi, nien­te altro è che – appun­to – una masche­ra, che Medi­ci indos­sa in con­ti­nua­zio­ne per fare com­me­dia. Zalo­ne, tra l’altro, non è un per­so­nag­gio fis­so che si muo­ve nei vari film, ma ogni vol­ta va a met­te­re in sce­na un “tipo” diver­so ma sem­pre mol­to simi­le a quel­lo di pri­ma. Sim­bo­lo di que­sto è il fat­to che ogni vol­ta cam­bia pae­se d’origine: da Poli­gna­no a Mare a Spi­naz­zo­la, Luca Medi­ci vuo­le far­ci capi­re che si può tro­va­re un Chec­co Zalo­ne in ogni par­te d’Italia.

Uni­ca costan­te dei “film di Chec­co Zalo­ne” è il modo di fare com­me­dia: sem­pre, imman­ca­bil­men­te, il Nostro Eroe si tro­va in situa­zio­ni in cui vie­ne fuo­ri la sua inge­nua igno­ran­za, che lo por­ta a fare e dire cose spes­so e volen­tie­ri offen­si­ve sen­za ren­der­se­ne con­to, sca­te­nan­do così l’ilarità. Zalo­ne, d’altra par­te, non si pre­oc­cu­pa mai di dare un mes­sag­gio chia­ro al pub­bli­co: ma la sua sati­ra fun­zio­na per­ché, gra­zie al con­te­sto dell’intero film e sfrut­tan­do il “second-hand embar­rass­ment”, lo spet­ta­to­re capi­sce dov’è l’offesa. Lo vedia­mo bene in Cado dal­le nubi, in cui Chec­co can­ta “I uomi­ni ses­sua­li” in un gay bar: è inne­ga­bi­le che la can­zo­ne sia offen­si­va e non vela­ta­men­te omo­fo­ba, ma Zalo­ne (o meglio, Medi­ci) non ha biso­gno di dir­lo in modo espli­ci­to duran­te il film per­ché è il con­te­sto stes­so del­la can­zo­ne, il modo in cui è carat­te­riz­za­to il per­so­nag­gio che la can­ta, la rice­zio­ne del pub­bli­co ovvia­men­te offe­so a far capi­re a chi guar­da l’errore.

La cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria per Tolo Tolo, l’ultimo film que­sta vol­ta anche diret­to la Luca Medi­ci, è sta­ta tut­ta in un video­clip in cui Zalo­ne can­ta “Immi­gra­to”, l’ennesima can­zo­ne pie­na di luo­ghi comu­ni che vede come pro­ta­go­ni­sti lui e un non meglio defi­ni­to afri­ca­no che si infil­tra nel­la vita del pro­ta­go­ni­sta. La cosa ha (abba­stan­za inspie­ga­bil­men­te, dato che ormai sareb­be dovu­ta esse­re chia­ra l’ironia di Zalo­ne) sca­te­na­to gli ani­mi poli­ti­ci di sini­stra e ha riscal­da­to i cuo­ri di destra, tan­to che Mat­teo Sal­vi­ni in per­so­na ha loda­to Zalo­ne dicen­do: “Lo han­no accu­sa­to di esse­re raz­zi­sta e poli­ti­ca­men­te scor­ret­to. Ma viva Chec­co Zalo­ne, io lo voglio sena­to­re a vita”.
Se non fos­se che, quan­do poi Tolo Tolo è effet­ti­va­men­te usci­to in sala l’1 gen­na­io 2020, la stes­sa ala di destra si è sen­ti­ta tra­di­ta nel­le sue aspet­ta­ti­ve: Igna­zio La Rus­sa ha com­men­ta­to in un tweet: “Zero applau­si alla fine. Oltre­tut­to anche scar­so e noio­so” e Mau­ri­zio Gaspar­ri in un video su Face­book ha det­to: “Chec­co, alla fine ti sei con­se­gna­to anche te al poli­ti­ca­men­te cor­ret­to immi­gra­zio­ni­sta. […] Alla fine c’è una mora­le un po’ sini­stror­sa”. In effet­ti, a chi sta dichia­ra­ta­men­te più a sini­stra Tolo Tolo non è dispia­ciu­to: Save­rio Tom­ma­si sostie­ne: “Zalo­ne è pro­prio bra­vo, sono con­ten­to che abbia fat­to que­sto film, sono con­ten­to di esse­re anda­to al cine­ma a veder­lo. Ho riso tre vol­te, più due e mez­zo che tre” e Miche­la Mur­gia twit­ta “Vor­rei nei poli­ti­ci di sini­stra la metà del corag­gio dimo­stra­to da Chec­co Zalo­ne in #tolo­to­lo, la stes­sa liber­tà di rischia­re il gelo ai tito­li di coda per­ché ha pre­fe­ri­to il sen­so al consenso”.

Quindi: Tolo Tolo è un bel film? No.

La pel­li­co­la di Zalo­ne trat­ta la tema­ti­ca odier­na e scot­tan­te dell’immigrazione non solo con sba­glia­ta leg­ge­rez­za (for­se in modo addi­rit­tu­ra eti­ca­men­te irre­spon­sa­bi­le, dal momen­to che Medi­ci – co-adiu­va­to nel­la scrit­tu­ra da Pao­lo Vir­zì – cono­sce la for­za d’impatto di Zalo­ne), ma cade fin trop­po spes­so anche nel­la miso­gi­nia e nel­la bece­ra reto­ri­ca del whi­te saviour. Il tut­to con­di­to da un raz­zi­smo di fon­do che è, per usa­re le paro­le di Andi Ngan­so, “la sto­ria dell’antirazzismo in Ita­lia. Tan­te buo­ne inten­zio­ni ma nes­su­na voglia di pro­va­re la fati­ca di deco­strui­re il siste­ma pro­fon­da­men­te raz­zi­sta, miso­gi­no e discri­mi­na­to­rio pri­ma di met­te­re gli sti­va­li del­la battaglia”.

Par­tia­mo da un pre­sup­po­sto impor­tan­te: fare com­me­dia fa bene e si può ride­re di tut­to – anche del­le situa­zio­ni più dure che si svi­lup­pa­no in con­tem­po­ra­nea a quan­do si fan­no le bat­tu­te. Con la sati­ra si può dire tan­to, for­se anche di più che con il dram­ma, e non sem­pre biso­gna richie­de­re che il mes­sag­gio sia det­to chia­ro e ton­do alla fine, come se fos­si­mo in un rac­con­to di Eso­po. Però è anche vero che esi­ste l’umorismo stu­dia­to e che esi­sto­no le cose fat­te male. Tolo Tolo è fat­to male.

Chec­co Zalo­ne è ora un sogna­to­re di Spi­naz­zo­la che fini­sce som­mer­so dai debi­ti in aper­tu­ra di film. Si nascon­de allo­ra in Kenya da dove poi dovrà scap­pa­re per via del­la guer­ra e dei ter­ro­ri­sti e si tro­va quin­di ad affron­ta­re lo stes­so viag­gio del­la spe­ran­za dei miglia­ia di migran­ti che appro­da­no alle coste euro­pee ogni gior­no. Chec­co non rie­sce mai a stac­ca­re gli occhi da quel­la che con­si­de­ra la sua tra­ge­dia per­so­na­le e resta, dall’inizio alla fine, un per­so­nag­gio sen­za svi­lup­po che non vie­ne mai espli­ci­ta­men­te con­trad­det­to dai suoi com­pa­gni di viag­gio, che, anzi, quan­do lo sen­to­no dir­ne una del­le sue, abboz­za­no un mez­zo sor­ri­so, come a dire “che ton­to, que­sto…”. En pas­sant vedia­mo la pre­sa in giro di radi­cal chic, gior­na­li­sti impe­gna­ti, sal­vi­nia­ni, Euro­pa e addi­rit­tu­ra Macron – che resta­no le par­ti meglio riu­sci­te del film, accom­pa­gna­te dal­la paro­dia del mini­stro degli Este­ri Lui­gi Di Maio.

A dimostrazione, in realtà, che Medici è perfettamente in grado di fare satira e commedia sul suo paese e sui suoi connazionali: quindi perché il resto del film è da buttare via?

Per­ché Zalo­ne qui si approc­cia al diver­so sot­to­li­nean­do che que­sto è diver­so. Il Chec­co di Tolo Tolo si iden­ti­fi­ca imme­dia­ta­men­te come whi­te saviour non appe­na arri­va nel vil­lag­gio di Omar, e ci por­ta con lui nel suo sogno di sal­va­to­re di popo­li: quan­do i ven­ti cam­bia­no e il vil­lag­gio non lo vuo­le più, però, non vedia­mo la stes­sa atten­zio­ne all’uomo bian­co moti­vo di sfor­tu­na che abbia­mo visto per l’uomo bian­co moti­vo di for­tu­na. Sia­mo costan­te­men­te immer­si nel­la men­te di Chec­co che non si ren­de mai con­to di non esse­re al cen­tro del mon­do: que­sta con­vin­zio­ne nasce cer­to dal­la sua pro­ver­bia­le igno­ran­za, ma anche quan­do dovreb­be esse­re defi­ni­ti­va­men­te cor­ret­ta, non lo è. Chec­co, nel­le uni­che tre vol­te duran­te tut­to il cor­so del film in cui final­men­te sen­te il suo ego scal­fi­to, ha degli “attac­chi di fasci­smo”: cosa che già det­ta così fa alza­re le soprac­ci­glia, ma tut­ti tran­quil­li, per­ché peg­gio­ra. Le voci che sen­te nel­la testa con sot­to­fon­do di mar­cia di trom­ba e la par­la­ta mus­so­li­nia­na che sem­bra venir­gli spon­ta­nea sono dia­gno­sti­ca­te da un medi­co pro­prio come “attac­chi di fasci­smo” che, ci dice lo stes­so medi­co, sono natu­ra­li per tut­ti, per­ché tut­ti abbia­mo del fasci­smo den­tro! Ah sì?, chie­de il Nostro, e come lo curo il fasci­smo che ho den­tro? Ma che doman­de fai, Chec­co, come vuoi cura­re il fasci­smo, scu­sa? Con l’amore!!!

L’amore per Chec­co è Ija­ba, l’unico per­so­nag­gio con il vero poten­zia­le di man­da­re un mes­sag­gio for­te agli spet­ta­to­ri. Ija­ba sco­pria­mo esse­re una mili­tan­te del­le for­ze ribel­li e sarà l’unica per­so­na che vedre­mo pren­de­re in mano un mitra e apri­re il fuo­co sui mili­ta­ri del regi­me. Una don­na for­te che ha pre­so con sé il figlio dell’amica defun­ta per far­lo riu­ni­re con il padre. Chec­co è inna­mo­ra­to di lei sin dall’inizio del film, ma la rap­pre­sen­ta­zio­ne di quest’infatuazione è fat­ta così male da non ave­re nean­che un momen­to sal­va­bi­le. Il clou è rag­giun­to quan­do, su un pull­mi­no, Chec­co sogna di can­ta­re con tut­ti i suoi com­pa­gni di viag­gio che “la gnoc­ca sal­va l’Africa”. In real­tà que­sto se la gio­ca con il fina­le, in cui vedia­mo Ija­ba, che ave­va­mo lascia­to sul­le coste libi­che pro­ba­bil­men­te per unir­si di nuo­vo alle for­ze di resi­sten­za, arri­va­re in abi­to da spo­sa a Trie­ste a bor­do di una nave, per unir­si con Chec­co; alquan­to inspie­ga­bil­men­te, dal momen­to che non ha mai mostra­to il mini­mo inte­res­se roman­ti­co ver­so di lui.

Per con­clu­de­re arri­va la can­zo­ne fina­le, che al meglio rap­pre­sen­ta gli inten­ti del film. Per­ché si vede che Luca Medi­ci ha fat­to tut­to con le miglio­ri inten­zio­ni, si capi­sce che gli “attac­chi di fasci­smo” sono lì per ridi­co­liz­zar­lo e che il fami­ge­ra­to “raz­zi­smo inver­so” non esi­ste – ma nono­stan­te que­sto non è sta­to in gra­do di stac­car­si dal­la sua visio­ne pri­vi­le­gia­ta di uomo bian­co ete­ro che si scri­ve pro­ta­go­ni­sta del­la sua storia.
La cico­gna stra­bi­ca è la can­zon­ci­na simil-Zec­chi­no d’Oro con cui Zalo­ne rispon­de alla doman­da “Di chi è la col­pa se sono nato in Afri­ca?”. Del caso: che è vero! Non c’è un moti­vo per cui si nasce in una par­te del mon­do più pri­vi­le­gia­ta o meno pri­vi­le­gia­ta. Noi occi­den­ta­li pos­sia­mo dir­ci for­tu­na­ti ad esse­re nati nei pae­si del cosid­det­to Pri­mo Mon­do, ed è tut­ta una que­stio­ne di caso. Medi­ci tro­va un modo cari­no per spie­gar­lo ai bam­bi­ni, e si inven­ta la sto­ria del­la cico­gna stra­bi­ca, che por­ta i bam­bi­ni in Afri­ca per caso.
Se non fos­se che non tut­te le cico­gne sono stra­bi­che: quel­le che ci vedo­no bene e che san­no fare il loro mestie­re por­ta­no i neo­na­ti in Ger­ma­nia, in Ita­lia, negli Sta­ti Uni­ti… inve­ce, quel­le sba­glia­te, quel­le inca­pa­ci, quel­le che voglio­no anda­re a tro­va­re il “cico­gno nero” fini­sco­no in Africa.

Luca Medi­ci e Pao­lo Vir­zì han­no scrit­to que­sta sce­na nel film. Una sce­na diver­ten­te in cui tan­ti bim­bi neri can­ta­no e bal­la­no men­tre un uomo bian­co gli dice che esse­re nati in Afri­ca è una sfor­tu­na dovu­ta a una cico­gna stra­bi­ca. Per­ché è di que­sto che abbia­mo biso­gno. Abbia­mo pro­prio biso­gno di rivol­ger­ci ai bam­bi­ni neri che ci sono in Ita­lia dicen­do loro che la loro pro­ve­nien­za è una male­di­zio­ne, abbia­mo biso­gno del pub­bli­co di bian­chi di mez­z’e­tà che di fron­te a que­sta sce­na rida e si con­vin­ca anco­ra di più che è vero, il nero che vedo­no per stra­da è un pove­rac­cio, con­dan­na­to pri­ma che da una socie­tà raz­zi­sta che non lo vuo­le, dal­la dan­na­zio­ne del­la sua pel­le nera intrin­se­ca­men­te sba­glia­ta”, scri­ve @afrizox su Twitter.

Il tut­to si con­clu­de con Chec­co che sale su una mon­gol­fie­ra e va via, con la pro­mes­sa di tor­na­re con “100kg di per­mes­si di sog­gior­no”: applau­di­to dai bam­bi­ni, sale su nel cie­lo, apre le brac­cia pro­prio come se fos­se l’unico sal­va­to­re di popo­li e il film si chiude.

Tolo Tolo, quin­di, rifug­ge tut­te le aspet­ta­ti­ve che ave­va crea­to con il trai­ler, lo fa nel modo sba­glia­to e fal­li­sce in tut­ti i suoi obiet­ti­vi. Non basta­no i buo­ni pro­po­si­ti e non basta esse­re con­si­de­ra­to il più gran­de comi­co del momen­to in Ita­lia per fare del buon umo­ri­smo. Non basta la soli­ta dislo­ca­zio­ne e non basta­no le soli­te bat­tu­te in sal­se diver­se. Nel com­ples­so, Tolo Tolo è un gran­de fal­li­men­to e anche una gran­de delu­sio­ne. For­se, con un mag­gio­re stu­dio alle spal­le e un po’ di lavo­ro in più, avrem­mo potu­to ave­re un gran bel film sul­la situa­zio­ne attua­le ita­lia­na che avreb­be anche fat­to ridere.

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Valentina Testa
Guar­do serie tv, a vol­te anche qual­che bel film, leg­go libri, scri­vo. Da gran­de voglio diven­ta­re Vin­cen­zo Mollica.

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  1. Buen camino, un film che piace alla destra -

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